Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
L'ultimo lavoro dei fratelli Farrelly si situa nel filone ormai consolidato della ricomposizione del legame coniugale, con elementi che riecheggiano le recenti commedie incentrate sull'immaturità del maschio americano, ma senza rinunciare ovviamente al consueto repertorio di comicità corporale e sboccata.
L'onda lunga dell'operazione che fu portata avanti da Tarantino e Rodriguez in Grindhouse continua a far sentire i suoi effetti sul cinema americano, anche in prodotti come questo che si rivelano meno teorici, e più sanamente fracassoni, rispetto all'esperimento dei due registi citati.
Più che rileggere in maniera personale il racconto scritto nel 1954 da Philip K. Dick, George Nolfi ne allunga a dismisura la trama e la stravolge imbottendola di un romanticismo stonato; il focus non è più concentrato sul protagonista e sui suoi dilemmi, ma sulla relazione sentimentale tra i due personaggi principali.
Fumettone fusion 3D ispirato a una popolare serie di graphic novel coreana, Priest fa della contaminazione tra generi diversi un punto di forza, ma le posizioni coraggiose su alcuni dei temi affrontati solleveranno non poche domande in sala.
Delirante, narcisistico, megalomane, violentemente poetico. Parliamo del film, del suo autore, e, in maniera non casuale, anche del personaggio di cui si narra all'interno di quella che potremmo definire una bizzarra e metaforica pseudo-biografia.
Il documentario di Roberto Orazi, senza pietismo e retorica, ci porta nella favela di KCal, autoproclamatosi orgogliosamente "trafficante di libri", che da quindici anni lavora per creare una rete di biblioteche in Brasile, per mostrare anche ai più poveri che un libro può voler dire felicità.
Questo X-Men: l'inizio, prequel che presenta le peculiarità e gli obiettivi programmatici del reboot, si rivela un prodotto godibile e ben costruito, che grazie anche a un'attenta e vivace regia riesce a non annoiare mai nei suoi 130 minuti di durata.
Dopo anni trascorsi alla corte di Martin Scorsese e Ridley Scott, lo sceneggiatore premio Oscar William Monaham debutta dietro la macchina da presa con la crime story London Boulevard, tratta dall'omonimo romanzo poliziesco di Ken Bruen.
Il regista danese Michael Madsen ci accompagna nelle profondità di Onkalo, sito di stoccaggio per le scorie radioattive in costruzione in Finlandia, per stimolare una riflessione sul futuro della civiltà umana e sul valore della nostra eredità culturale.
Gabriella Bier ci mostra una conseguenza scarsamente esplorata del conflitto arabo-israeliano: l'impossibilità, per un'ebrea e un palestinese, di vivere insieme, in pace, nel Paese in cui sono nati.
Un'autobiografia in forma macabro-fantastica realizzata con l'aiuto dei suoi più stretti collaboratori, confezionata all'interno di un film atipico, totalmente sperimentale e strettamente autoriale.
Il documentario della Poitras, raccontando la storia di due ex collaboratori di Bin Laden, arriva a porre importanti interrogativi morali, non sono sul valore della giustizia, ma anche sul potere delle barriere culturali.
Chi si aspetta una commedia romantica inoffensiva farà forse meglio a rivolgersi altrove. Va detto però che se i dialoghi e certe situazioni non sono certo da educande, a stemperare il tutto c'è l'ironia giocosa, scorretta e sagace di Kevin Smith, supportata da un cast assolutamente irresistibile.
L'esordio alla regia di Guido Pappadà tradisce chiaramente la sua formazione e il suo gusto per l'immagine, con una fotografia molto elaborata e un uso interessante ed espressivo del colore; il tutto, per rappresentare un viaggio che è innanzitutto dentro sé stessi.
Il placido Garfield verrà scosso dal suo torpore nientemeno che per salvare le sorti dell'universo: il suo atletico alter-ego Garzooka, infatti, richiede l'aiuto degli abitanti del mondo dei cartoni per sgominare la perfida Vetvix, che minaccia di ridurre tutti in schiavitù.
Un film girato totalmente in soggettiva, che accontenta l'insaziabile occhio del voyeur televisivo alla continua ricerca di gratificazioni visive; d'altronde chi di noi non ha mai desiderato che i protagonisti di un qualche reality rimanessero vittime delle proprie manie di protagonismo e della propria galoppante stupidità?
Come l'arte nasconde dietro la sua evidenza significati e mondi remoti, così Tanovic utilizza la struttura di una commedia arricchita dall'elemento umoristico e dall'immancabile intreccio romantico per rivelare tra le forme di un artificio naturale la minaccia della distruzione.
Dopo l'inaspettato successo di Una notte da leoni, era prevedibile la messa in cantiere di un sequel. Sequel che, sin dalle prime battute, sembra seguire il solco sicuro tracciato dal suo predecessore: ma il teatro, anziché la scintillante Las Vegas, è ora la cupa Bangkok, luogo alieno e pericoloso che può prendersi le persone e non restituirle.
Romain Goupil utilizza pochissimi movimenti di macchina, sublimando la sua ricerca di verità proprio nei primi piani di questi bellissimi bambini, con una grazia che non si dimentica; è un piccolo film forse non completamente riuscito, ma che restituisce con illuminante verità la durezza e la meraviglia di tutte le prime scoperte.
Orginale e incisiva, la pellicola di Pierre Schöller offre un ritratto credibile ed appassionante del lavoro, delle contraddizioni e delle idiosincrasie di un alto funzionario governativo.
'Once Upon a Time in Anatolia' di Nuri Bilge Ceylan è una storia che in apparenza non avrebbe nulla di memorabile, ma il risultato è un film dalla bellezza magnetica.
Il regista Radu Mihaileanu, per questo La sorgente dell'amore, si ispira ad una vera storia di qualche anno fa accaduta in un villaggio della Turchia, ma "trova" la chiave del film nello spostare l'azione in un contesto musulmano ben più rigido, trasformando così il soggetto in una ben riuscita riflessione sulla condizione della donna nei paesi del Medio Oriente.
Pur non essendo ai livelli precedente The Chaser, The Yellow Sea si fa apprezzare per un paio di colpi di scena di grande effetto e scene azioni coadiuvate da un grande padronanza tecnica da parte di un regista giovanissimo ma che dimostra un livello di maturità davvero non comune.
Un progetto sperimentale di fruibilità non sempre immediata, almeno non al di fuori dei confini francesi, questo che vede protagonisti Alain Cavalier e Vincent Lindon.
Nella sua grande casa di Tehran, il regista bandito dal cinema aspetta il verdetto della corte d'appello e ci racconta il film che non può realizzare.
Con una colonna sonora (e titoli) in un perfetto stile anni '80, un'atmosfera alla Taxi Driver, un intelligente uso della luce e dei ralenty per le scene topiche e un'ottima direzione delle scene di guida, frenetiche ma non confuse, Refn realizza un film di genere perfetto in ogni suo aspetto proprio perché misurato, asciutto, senza fronzoli.
La grande personalità registica di Paolo Sorrentino e il talento di Sean Penn ci regalano una pellicola divertente, toccante e riuscita in ogni suo aspetto.
Poco originale dal punto di vista narrativo, il film di Everardo Gout punta su trovate visive anche affascinanti dal punto di vista tecnico e un montaggio frenetico che però finisce presto con lo stancare soprattutto considerati i molteplici livelli temporali e narrativi e la durata notevole di una pellicola che ne esce eccessivamente appesantita.
Yoshihiro Tatsumi è il padre del Gekiga, il manga "vietato ai minori", caratterizzato da tematiche serie e linguaggio adulto, e il film di Eric Khoo racconta la sua storia, e le sue storie.
Autore eclettico per eccellenza, Miike sceglie di omaggiare il cinema giapponese classico rispettandone stile e temi e aggiungendo poco o nulla di moderno; perfino con l'utilizzo del 3D non riesce a regalare alcun effetto particolarmente spettacolare ma si limita a dare profondità alla messa in scena.
Almodovar torna alle atmosfere da thriller con un film appassionante e divertente che aggrega con grande equilibrio gli elementi più caratteristici del suo stile.
La storia dell'ascesa al potere del nervoso e determinato Nicolas Sarkozy, che coincide con il naufragio del suo matrimonio con la sua più preziosa consigliera, la moglie Cécilia.
Una pellicola dolorosa e angosciosa, splendidamente intepretata da Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg, che, per sadismo e assoluta mancanza di speranza, si potrebbe definire il film definitivo di von Trier.
Rarefatto e malinconico, il film di Naomi Kawase mette in relazione i personaggi con le frustrazioni dei loro antenati, e i loro sentimenti con quelli di antichissime generazioni.
E' un film dalle immagini forti ed evocative, che soffre in certi punti la poca malizia narrativa della regista, abilissima invece quando fa sfoggio di una delicata ironia nel raccontare le contraddizioni del microcosmo che ruota attorno alla parrocchia; quello di Alice Rohrwacher è un esordio brillante, denso di temi, ben interpretato dalla protagonista, Yile Vianello.
Oltre a proporre una prospettiva inedita sul 'male oscuro', filtrata dalla sensibilità della Foster, Mr. Beaver si trasforma in un film corale sulla necessità di affrontare il proprio passato e le proprie paure, prendere coraggio e condividere i propri sentimenti con le persone che ci sono vicine.
Modalità narrative vecchio stile e temi attuali - in particolare di questi tempi in Francia - per la pellicola a base di buoni sentimenti firmata da Aki Kaurismaki.
Il nuovo lavoro della regista di Caramel tratta un tema assai serio ma lo fa con un'ironia pungente ed una sfrontatezza ammirevoli. Il risultato è un'opera estremamente godibile che fa anche riflettere sull'assurdità di un conflitto pronto ad esplodere in qualsiasi momento, per qualsiasi sciocchezza.
E' un'opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi: spiazza e stordisce, parte dal privato per arrivare all'universale, mostrando una polifonia di voci e di motivi che necessitano tempo (e forse più visioni) per essere assimilati appieno.
La regia di Ron Howard è inappuntabile nel congegnare una commedia agrodolce che sa aggirare i pasticci sentimentalisti ed esaltare con bravura i suoi polverosi prototipi.
Nonostante uno script un po' debole, il film di Peter Chan si lascia apprezzare per le interpretazioni oltre che per la fotografia di buon livello e le impressionanti scene d'azione.
Pervaso da una grande tenerezza e nostalgia, il film di Jimenez rievoca la passione degli amori giovanili e allo stesso tempo parla di libri in maniera adorante e sottile.
Ricreare l'atmosfera di una casa chiusa, con le sue musiche, le sue routine, le sue mollezze, i suoi orrori, è l'obiettivo principale del film di Bertrand Bonello, ed è un obiettivo centrato
Il documentario di Rakesh Omprakash Mehra e di Jeff Zimbalist è esattamente quello che potevamo attenderci, una coloratissima celebrazione della storia e dello spirito della ricca e prolifica industria cinematografica indiana.
Un thriller che fin dalle prime scene è un crescendo di tensione e che alterna due differenti linee temporali, spesso non immediatamente distinguibili, così da avvicinarci alla sensazione di disagio e paranoia vissuta dalla protagonista, la brava Elizabeth Olsen.
The Artist è un grande omaggio al cinema di un tempo assai lontano ma in realtà mai dimenticato, ma soprattutto una commedia vivace e divertente, ricca di trovate davvero fantastiche, che va oltre la semplice operazione "nostalgia".
Vivido, essenziale e lineare nella scrittura, il film è caratterizzato da una regia poco ostentata ma precisa ed efficace. Se poi Cécile De France è una sicurezza, è soprendente il lavoro dei Dardenne con il giovanissimo Thomas Doret, un'autentica forza della natura che i registi belgi arginano, plasmano, illuminano per raccontare una storia di semplice e toccante umanità.
Nonostante alcune scene siano destinate a rimanere impresse nella mente degli spettatori, 'Michael' non colpisce quanto potrebbe o forse dovrebbe, per la sua volontà di non andare a fondo nelle motivazioni o nei sentimenti dei suoi protagonisti, limitandosi a mostrare soltanto.
Coraggiosamente, il regista si mette in gioco e ci mostra senza freni la fragile condizione (soprattutto psicologica) in cui si trova. Difficile però capire quanto faccia sul serio e quanto invece voglia furbescamente veicolare agli spettatori, perché tutto il film è prima di tutto molto autoironico e autocritico.
Con 'Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare' si decide di fare un passo indietro e tornare agli elementi che più avevano funzionato negli episodi precedenti: il personaggio di Sparrow ovviamente, ma anche i suoi duetti con Barbossa e con una controparte femminile forte.