Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Arrivata nelle sale americane alla fine di febbraio, l'ultima fatica della coppia Patrick Lussier/Todd Farmer (San Valentino di Sangue in 3D) ha diviso immediatamente la critica. Apprezzato per il suo Grindhouse style o disprezzato senza nemmeno tanta veemenza per l'eccessivo cattivo gusto dimostrato, Drive Angry è in verità un prodotto dalla natura molto semplice che non promette quasi nulla che non possa offrire.
Paul Haggis si conferma ottimo narratore, anche laddove si tratta di rielaborare soggetti non suoi: la fonte, qui, è un thriller francese del 2008 intitolato Pour Elle, e l'intenzione del regista è quella di approfondire alcuni temi delineati, ma solo sfiorati, dallo script originale.
La vera rivoluzione operata da Pisanelli nel suo documentario è la scelta di far parlare liberamente gli aquilani. Al silenzio che domina sulle macerie di quella che, da due anni a questa parte è diventata una città fantasma, si contrappongono le voci di coloro che rifiutano questo stato di cose e che lottano per riprendere possesso della propria città.
In C'è chi dice no si prende di petto un male atavico e apparentemente immodificabile della società italiana, come quello delle raccomandazioni: il film di Giambattista Avellino lo fa con l'arma della commedia, strappando risate che, come da tradizione del nostro cinema, sono risate amare.
Rio vive dei colori e del calore della città sudamericana, una terra delle favole dove tutto è possibile; gli ingredienti giusti per una riuscita ci sono tutti: un protagonista buffo e problematico, un soggetto semplice, ma non per questo meno diretto e sincero, una serie di co-protagonisti dal fascino indiscutibile, una regia capace di sfruttare pienamente le grandi possibilità del 3D.
Niente di nuovo sul fronte della commedia sentimentale made in USA, ma sono diversi i momenti esilaranti che strappano sorrisi e anche qualche grassa memorabile risata.
A tratti l'ingenuo Teo ricorda un Candido voltairiano calato in un contesto contemporaneo, capace di sbagliare e di apprendere dai propri errori senza, però, darvi mai troppo peso.
Riuscita la missione ambiziosissima degli autori Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e Mattia Torre di adattare al grande schermo la fortunata 'fuoriserie' Boris, che metteva e continua a mettere in scena una satira pungente sulla politica, sui network privati, sui cinepanettoni, sul precariato dei giovani e sull'Italia dei nostri giorni.
Dopo The Illusionist Neil Burger torna a raccogliere la sfida di raccontare il fascino perverso e altamente seducente di una realtà indotta.
Il regista Jo Baier, pur avvalendosi della collaborazione del figlio Fosco nella stesura della sceneggiatura, non riesce a veicolare con voce chiara e potente la brillante arguzia del giornalista esploratore Tiziano Terzani.
La storia semplice e minimale raccontata da Jafar Panahi, con protagoniste un manipolo di combattive ragazzine che lottano contro il divieto imposto alle donne iraniane di accedere agli stadi, acquista un significato simbolico ben più grande: rappresentare la condizione di un'intera nazione soggiogata da un regime oscurantista e discriminatorio, imposto da decenni con la violenza e senza alcun consenso popolare.
Uno dei motivi di interesse di Silvio Forever sta nella sua singolare struttura, che ne fa un esperimento inedito nel panorama del documentarismo italiano: gli autori ricostruiscono una narrazione coerente della vita del personaggio, assemblando le sue parole senza mai modificarle e mettendo insieme una linea narrativa che ha l'andamento di un'autobiografia.
Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata è un melò camuffato da thriller hitchcockiano che promette ai suoi spettatori il rilancio di un genere ma finisce per affondare nel sentimentalismo da soap.
Sucker Punch è per certi versi il film più personale di Snyder, certo quello più ambizioso, in cui la sua visionarietà è (teoricamente) in grado di liberarsi dai lacci di storie e personaggi creati da altri, per esprimersi in tutta la sua libertà creativa.
Secondo progetto nato dalla collaborazione tra Universal Pictures e Illumination Entertainment dopo l'ottimo exploit di Cattivissimo me, il film di Tim Hill fa propria la struttura delle favole, neutralizzando ogni situazione perturbante, in favore di una storia in cui tutti riescono a brillare di luce propria, anche i cattivi; nel cast vocale italiano Luca Argentero e Francesco Facchinetti (al secondo doppiaggio 'animato' dopo Robots).
E' l'equilibrio il punto di forza della commedia di Ivan Reitman; non siamo trascinati da esilaranti situazioni comiche, né rimaniamo invischiati in un romanticismo eccessivamente zuccheroso; Amici, amanti e....è il godibile racconto dell'evoluzione di due protagonisti classicamente 'incasinati', quindi veri nelle loro fragilità.
Nell'immaginario prolungamento di una guerra fredda combattuta sul più rassicurante piano artistico, la Russia risponde all'esperta industria cinematografica americana con la sua prima opera di animazione in 3D.
Kick-Ass di Matthew Vaughn colpisce per la sua capacità di coinvolgere e raggiungere lo spettatore, con una messa in scena di grande impatto, serrata nel ritmo e spettacolare nelle coreografie dei combattimenti, che sono sì violenti, ma anche complessi, creativi ed estremamente dinamici.
Lo script di Garland è abbastanza riuscito da veicolare i numerosi sottotesti e la profonda umanità della storia, accompagnati dagli alti valori tecnici e artistici dei vari reparti realizzativi.
E' buffo come tutti i film che teorizzino la libertà espressiva assoluta del ballo 'popolare', rispetto alla vecchia concezione del balletto siano in realtà i primi ad essere costruiti in base ad una manciata di temi riconoscibilissimi; Street Dance 3D non si discosta da questa griglia, rinforzando l'atavico confronto tra arte nobile e quella di strada.
L'unico modo, per approcciarsi alla versione cinematografica di Dylan Dog, è quella di sospendere ogni possibile giudizio su un eventuale accostamento tra fumetto e film. Dylan Dog - Il film, va, semmai accostato piuttosto alla recente moda degli horror adolescenziali, in cui la componente orrorifica è spesso amalgamata con altri elementi, come la componente umoristica e pop.
Dopo un'attenta visione, scevra da ogni pregiudizio, la domanda che ci si pone non è tanto perchè si è voluto a tutti i costi andare a rivisitare un classico come Amici Miei, quanto più perchè lo si sia fatto senza avere alla base non solo un'idea, ma anche una sceneggiatura ben scritta e gli attori adatti per affrontare senza patemi d'animo un confronto difficile.
Il film di Adam Green gioca abilmente con l'ansia dei personaggi e dello spettatore, mantenendo come punto fisso il realismo di una messa in scena che ha già in sé gli elementi per creare tensione: i paesaggi innevati apparentemente sconfinati, la notte che lentamente scende a gelare il sangue e la pelle, i lupi che si aggirano famelici, la mancanza di presenze umane tutt'intorno ai protagonisti.
Grottesche dichiarazioni d'amore, cene in terrazza sotto le stelle a cantare e ballare, bizzarre lezioni di seduzione e momenti di introspezione si alternano in un film di quelli in un cui è sempre più difficile imbattersi: spietato, beffardo, disilluso, avvincente, vivace, acuto e senza l'ombra di una sbavatura nella recitazione.
Pernilla August fa il suo esordio alla regia con un film intimo e doloroso sulla solitudine famigliare idealmente dedicato al "maestro" Ingmar Bergman.
L'opera corale diretta dal giovane esordiente Matteo Cerami, coraggioso nell'essersi confrontato con un cult senza tempo come quello sceneggiato dal padre, raggruppa un carrozzone senza speranze sulle stesse dune laziali del Casotto.
Un esperimento che va salutato con favore, per il suo tentativo di coniugare la logica del blockbuster con una visione più sobria del tema dell'esorcismo: una visione in cui gli shock gratuiti e l'immagine standardizzata della possessione siano sostituiti da un approccio più neutro e realistico.
Alla sua opera prima Purikitpanya si dimostra capace di sopperire alle limitazioni di budget (evidenti soprattutto nelle ricostruzioni in computer grafica) attraverso una gestione solida della messa in scena, senza comunque rinunciare alle dosi abbondanti di splatter tipiche dell'horror tailandese.
Ramona e Beezus ruota intorno al suo messaggio principale, quello dell'importanza di essere sè stessi, ed ha i suoi momenti più riusciti nella leggerezza con cui riesce a raccontare le vicende della piccola Ramona, sapendo rendere con efficacia l'atteggiamento di una ragazzina che non è ancora riuscita di capire la vita e sta cercando il proprio posto nel mondo.
Di versioni in salse variegate di Romeo e Giulietta ce ne sono a bizzeffe nel mondo del cinema, ma gli autori di Gnomeo & Giulietta hanno modernizzato con originalità l'opera più appassionata del Bardo trasformandola in una Toy Story shakespeariana, col lifting del 3-D, le musiche glamour di Elton John e gli gnomi da giardino più spassosi del cinema d'animazione.
Diverso dalla media dei film d'animazione in circolazione, l'opera di Verbinski piace per la caratterizzazione dei personaggi a partire da un protagonista che è tanto buffo e simpatico quanto profonde e pesanti sono le sue riflessioni sulla vita; forse non tutto tiene fino alla fine, ma vale la pena conoscerlo, questo mostriciattolo verde.
Forte della sua esperienza nella gestione di una narrazione al femminile, Emanuela Piovano si fa carico di un impegno non facilmente onorabile: scindere Simone Weil dalla vibrante energia dei suoi scritti filosofici per imporle l'analisi un po' sfrontata e voyeuristica della macchina da presa nella speranzosa attesa dell'imprevedibile.
Attraverso le avventurose vicende del carismatico boxeur Tiberio Mitri e dell'affascinante Miss Italia Fulvia Franco, il film per la tv di Angelo Longoni fa rivivere l'Italia del Dopoguerra in cui, grazie alla nascita della cultura di massa, si affermarono le prime star nell'immaginario popolare.
L'esordio nel lungometraggio di Nicola Barnaba è una divertente commedia, che si affida innanzitutto alla straripante simpatia dei protagonisti Enzo Salvi e Maurizio Battista; tuttavia, il film porta avanti una linea narrativa che si sforza di essere qualcosa di più di un mero collante tra le singole gag.
Il film di Russell si regge tutto sull'eccelsa interpretazione della coppia Christian Bale-Melissa Leo, meritati Premi Oscar per questi ruoli, e utilizza sapientemente la boxe come metafora delle relazioni umane, per le quali talvolta occorre combattere tenacemente. Ma The Fighter non è un ring action, piuttosto è un'opera complessa, drammatica, intensa e avvincente fino all'ultima immagine.
A metà tra un crime movie e un thriller dell'anima il film del bravo Andrea Molaioli è un'opera cupa in cui Toni Servillo e Remo Girone si muovono come fantasmi di se stessi e si dirigono lungo una strada fatta di drammi e miserie. Destinazione? Un abissale inferno color latte.
Il regista di Notting Hill e la sceneggiatrice del Diavolo veste Prada realizzano il film che ti aspetti, dotato del classico armamentario da pellicola sentimentale edificante, con un pizzico di commedia sofisticata; quello che salva l'opera sono i battibecchi tra Diane Keaton e Harrison Ford, trascurati colpevolmente da uno script costruito invece attorno ad una protagonista monodimensionale a cui la canadese Rachel McAdams regala un assortimento da record di smorfie e mossette.
Con la consapevolezza del passato e il linguaggio dell'attualità, La vita facile segue quasi fedelmente il rassicurante corso tracciato da progenitori doc come Monicelli e Zampa, per dimostrare che la comicità agrodolce della vita quotidiana ha ancora il suo peso in termini artistici e non solo.
Interpretato da un cast d'eccezione straordinariamente in forma guidato da Anna Bonaiuto e Gianni Cavina, sorretto da musiche, costumi e scenografie di primo livello, Atelier Fontana merita di essere visto ed apprezzato da giovani e meno giovani, specie in un momento di difficoltà come quello che sta attraversando il nostro Paese.
La heist (?) comedy di Tom Reeve si inserisce bene nel contesto tanto in voga delle commedie a base di colore locale; e a un tuffo nella verde Irlanda non si dice mai di no.
Bravo Giovanni Veronesi a dirigere con mano leggera il più ispirato dei tre capitoli della sua saga, una commedia con poche cadute di tono (l'episodio di uno stanco e ripetitivo Carlo Verdone), piacevoli sorprese (l'amour fou tra Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti), e l'ovvia conferma di un mostro sacro come Robert De Niro, soggiogato dalle curve di una prorompente Monica Bellucci a cui regala una dichiarazione d'amore che molti giovanotti di oggi si sognerebbero.
Nonostante le sue imperfezioni, Easy Girl è uno dei migliori teen movie visti sugli schermi americani per lo meno dai tempi di Mean Girls e ha il merito, oltre che di rilanciare un genere troppo spesso cannibalizzato dalla vendibilità e dalla mediocrità, di lanciare un'attrice di cui sentiremo parlare molto negli anni a venire.
Tensione, splatter e divertimento amalgamati da una generosa dose di salsa piccante. Una pellicola senza troppe pretese, che tuttavia si lascia guardare con piacere.
Poliziesco a base d'azione e buon ritmo, 'The Stool Pigeon' è una solida prova di regia di Dante Lam, capace di tenere in pugno la narrazione alternando momenti dal tono diverso con intelligenza, riuscendo a risultare imprevedibile ed intrigante.
Un film interessante e coinvolgente, scritto e diretto, senza alcun giustificazionismo né sguardo malinconico/melodrammatico verso quell'epoca, da Andres Veiel, documentarista di Stoccarda al suo primo lungometraggio di fiction su un argomento che è stato già al centro di quasi tutti i suoi documentari.
Giunta al suo terzo lungometraggio, Julie Gavras affronta un tema inusuale e poco accattivamente come la crisi da invecchiamento, ma furbescamente piazza nei ruoli dei protagonisti due attori che certo non rappresentano il prototipo dell'anziano che tutti temiamo di diventare.
Per rendere al meglio il contesto in cui si svolge la storia, Marston punta sul realismo della messa in scena, e si concentra quindi sulle interpretazioni dei personaggi principali.
Un dramma umano ben interpretato dalle protagoniste, segnate da un episodio del loro passato. Splendida fotografia che si divide tra passato e presente con colori caldi e toni desaturati, e tra sensualità e dramma.
My Best Enemy è uno strano oggetto cinematografico di difficile catalogazione che si colloca nella terra di confine tra dramma, period comedy e parodia.
Non ci si annoia mai con 'Unknown', action-thriller diretto da Jaume Collet-Serra con piglio sicuro e buon senso del ritmo, che parte da spunti e suggestioni hitchcockiane avvalendosi di un cast ben composto.