Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Per il suo esordio nel lungometraggio, il regista di videoclip Cosimo Alemà sceglie il genere thriller ed un piglio movimentato, nervoso, tutto improntato all'azione: con il verde lussureggiante che diventa nascondiglio per mortali pericoli, la luce del sole che non rassicura ma inquieta.
Una storyline ancorata alla commedia classica in stile Disney con qualche prevedibilità e banalità di troppo, tutta giocata sui grandiosi tempi comici di Jim Carrey che insieme a qualche gag davvero geniale piazzata qui e là valgono da soli il prezzo del biglietto.
Le amiche della sposa è una delle commedie più divertenti nello scarno programma dell'estate, sicuramente uno di quei rari casi in cui il mix tra umorismo e romanticismo riesce al primo colpo; gran parte del merito per la riuscita del film va dato allo script firmato da Kristen Wiig, perfetta anche come protagonista, e da Annie Mumolo.
Questo La leggenda del vero salvatore, ultimo capitolo della saga-reboot dedicata al noto personaggio degli anni '80 è un prequel che narra le vicende di Kenshiro immediatamente successive alla sconfitta da parte del rivale Shin, e precedenti all'incontro con i giovani Bart e Lynn e al lungo viaggio nello scenario post-apocalittico che tutti conosciamo.
Non è la realizzazione tecnica, come sempre di livello altissimo, né l'introduzione del 3D a fare la magia di un gran finale in cui emergono, finalmente, la gioia, la compassione e l'intelligenza della scrittura di J.K. Rowling.
L'esordio di Michael Zampino, già apprezzato regista di cortometraggi, muove da una struttura narrativa estremamente semplice per dipanarsi in una sorta di horror in cui manca l'elemento sovrannaturale, e in cui la follia ha motivazioni terrene ma non è per questo meno spaventosa.
Un intreccio di rivalità e vecchi rancori per la commedia di Andy Fickman che vanta un cast stellare e un'idea di partenza simpatica, ma si sviluppa in maniera piuttosto prevedibile, soprattutto nella seconda parte.
Il film di Stoller è un caloroso buddy movie e una character comedy che ha sì una una struttura tradizionale, ma anche momenti di pura e folle originalità soprattutto grazie a Brand, il quale, eccessivo quanto si vuole, riesce a proporre in più occasioni una componente di trascinante e imprevedibile estro.
Senza mai trasformare la 'scorrettezza' delle situazioni in riflessione ironica sui rapporti uomo-donna, il film inanella una lunga sequela di gag innescate dai disastri creati dal protagonista, una sorta di Cupido-Paperino con cui si solidarizza fin da subito, anche se la simpatia che lo spettatore prova finisce per restare solo ad un livello epidermico.
Con il cuore e lo sguardo rivolto alla sua terra d'origine, Edmond Budina intesse un'altra avventura dalla forte collocazione territoriale ma che, a differenza di Lettera al vento, si fa portavoce di un'ironia innocentemente cialtrona.
Esce a sorpresa nei mesi estivi, dopo due anni, l'ultimo film di Dario Argento, segnato da infinite traversie produttive e già approdato sul mercato dell'home video.
Le immagini strabilianti e veloci di Kung Fu Panda 2 fuoriescono dallo schermo coinvolgendo gli spettatori, ma non hanno minore impatto le emozionanti sequenze che raccontano la vera storia di Po, il panda panzone più divertente del cinema.
Vedere il film di Wayne Wang è come godere di una piacevole pausa dai frenetici ritmi contemporanei;una fuga indietro nel tempo, verso un mondo in cui le donne si opponevano con gentilezza e grazia alla terribili violenze perpetrate dai loro uomini; emozionante nella prima parte, il film non riesce a mantenere la stessa intensità emotiva nel raccordo delle due diverse epoche, soffrendo pesantemente l'andirivieni temporale che caratterizza la struttura della narrazione.
Dopo un deludente secondo capitolo, Michael Bay recupera i punti di forza dell'esordio cinematografico dei Transformers, ma al tempo stesso riesce a innovare la formula della saga cibernetica introducendo un'atmosfera più cupa, a metà strada tra film di guerra e disaster movie, e soprattutto rivoluzionando la costruzione delle coreografie action grazie alla innovativa tecnologia tridimensionale.
Facendo leva su di un background in cui l'amore per l'horror si mischia alle esperienze con i videoclip, Francesco Dominedò organizza intorno ai protagonisti di 5 (Cinque) un ambiente che nasce e si nutre nell'eccesso.
Non è da disprezzare, nonostante i limiti narrativi, il tentativo degli esordienti Davide Tartarini e Simone Julian Cerri Goldstein di portare nelle sale un vero e proprio thriller sovrannaturale, italianissimo nella concezione e nelle ambientazioni così come in alcune, interessanti, soluzioni di regia.
Se quello che cercate è un prevedibile, rassicurante, edificante, ben confezionato apologo in stile Disney, beh, allora avete trovato il cavallo su cui puntare.
Al di là di una realizzazione non priva di difetti, del film di Sergio Colabona si coglie la sincerità, la genuinità degli intenti, l'importanza dell'istanza divulgativa che porta avanti: per gettare luce su un episodio dimenticato della nostra storia, che copre di vergogna alcuni dei suoi protagonisti.
Un tuffo nel passato recente, quando Michael Jackson era ancora nero e non esisteva internet, è lo spunto per questa divertente commedia fantastica che intrattiene piacevolmente per un'ora e mezza.
La scelta di dipingere un ritratto di Jim Morrison rinunciando alle interviste di rito e limitandosi a utilizzare materiali d'epoca permette a Tom DiCillo di creare un prodotto vitale che non solo omaggia il leader dei Doors, ma getta uno sguardo sui turbolenti anni '60, sulla rivoluzione sessuale e sul fermento artistico/politico/culturale che attraversò il mondo.
Proprio come il suo capostipite anche il sequel Cars 2 sconta un approccio orientato a un pubblico più infantile, con un intreccio piuttosto lineare, ma in questo caso ravvivato da una contaminazione con il genere della spy story, che sfrutta anche una notevole varietà di suggestivi scenari internazionali.
Non fantascienza ma "realscienza", secondo le parole del regista Varo Venturi, che ha scritto e diretto il film con l'idea di mostrare quella che, a suo avviso, sarebbe la realtà che si cela dietro le tante testimonianze (vere o presunte) di rapimenti alieni.
Redford racconta con vigore, dal suo punto di vista, una storia controversa come l'assassinio di Abraham Lincoln, ricostruisce con grande efficacia il clima politico dell'epoca diviso tra la paura e la voglia di voltar pagina, offre uno spaccato che dal pubblico si sposta gradualmente verso il privato.
Un horror d'azione che vorrebbe utilizzare la cornice di genere per trattare il tema della superstizione e dei massacri in nome della religione nel periodo medievale, esplorando al contempo il rapporto con la fede di due uomini che ad essa hanno consacrato la loro esistenza.
L'ultimo lavoro dei fratelli Farrelly si situa nel filone ormai consolidato della ricomposizione del legame coniugale, con elementi che riecheggiano le recenti commedie incentrate sull'immaturità del maschio americano, ma senza rinunciare ovviamente al consueto repertorio di comicità corporale e sboccata.
L'onda lunga dell'operazione che fu portata avanti da Tarantino e Rodriguez in Grindhouse continua a far sentire i suoi effetti sul cinema americano, anche in prodotti come questo che si rivelano meno teorici, e più sanamente fracassoni, rispetto all'esperimento dei due registi citati.
Più che rileggere in maniera personale il racconto scritto nel 1954 da Philip K. Dick, George Nolfi ne allunga a dismisura la trama e la stravolge imbottendola di un romanticismo stonato; il focus non è più concentrato sul protagonista e sui suoi dilemmi, ma sulla relazione sentimentale tra i due personaggi principali.
Fumettone fusion 3D ispirato a una popolare serie di graphic novel coreana, Priest fa della contaminazione tra generi diversi un punto di forza, ma le posizioni coraggiose su alcuni dei temi affrontati solleveranno non poche domande in sala.
Delirante, narcisistico, megalomane, violentemente poetico. Parliamo del film, del suo autore, e, in maniera non casuale, anche del personaggio di cui si narra all'interno di quella che potremmo definire una bizzarra e metaforica pseudo-biografia.
Il documentario di Roberto Orazi, senza pietismo e retorica, ci porta nella favela di KCal, autoproclamatosi orgogliosamente "trafficante di libri", che da quindici anni lavora per creare una rete di biblioteche in Brasile, per mostrare anche ai più poveri che un libro può voler dire felicità.
Questo X-Men: l'inizio, prequel che presenta le peculiarità e gli obiettivi programmatici del reboot, si rivela un prodotto godibile e ben costruito, che grazie anche a un'attenta e vivace regia riesce a non annoiare mai nei suoi 130 minuti di durata.
Dopo anni trascorsi alla corte di Martin Scorsese e Ridley Scott, lo sceneggiatore premio Oscar William Monaham debutta dietro la macchina da presa con la crime story London Boulevard, tratta dall'omonimo romanzo poliziesco di Ken Bruen.
Il regista danese Michael Madsen ci accompagna nelle profondità di Onkalo, sito di stoccaggio per le scorie radioattive in costruzione in Finlandia, per stimolare una riflessione sul futuro della civiltà umana e sul valore della nostra eredità culturale.
Gabriella Bier ci mostra una conseguenza scarsamente esplorata del conflitto arabo-israeliano: l'impossibilità, per un'ebrea e un palestinese, di vivere insieme, in pace, nel Paese in cui sono nati.
Un'autobiografia in forma macabro-fantastica realizzata con l'aiuto dei suoi più stretti collaboratori, confezionata all'interno di un film atipico, totalmente sperimentale e strettamente autoriale.
Il documentario della Poitras, raccontando la storia di due ex collaboratori di Bin Laden, arriva a porre importanti interrogativi morali, non sono sul valore della giustizia, ma anche sul potere delle barriere culturali.
Chi si aspetta una commedia romantica inoffensiva farà forse meglio a rivolgersi altrove. Va detto però che se i dialoghi e certe situazioni non sono certo da educande, a stemperare il tutto c'è l'ironia giocosa, scorretta e sagace di Kevin Smith, supportata da un cast assolutamente irresistibile.
L'esordio alla regia di Guido Pappadà tradisce chiaramente la sua formazione e il suo gusto per l'immagine, con una fotografia molto elaborata e un uso interessante ed espressivo del colore; il tutto, per rappresentare un viaggio che è innanzitutto dentro sé stessi.
Il placido Garfield verrà scosso dal suo torpore nientemeno che per salvare le sorti dell'universo: il suo atletico alter-ego Garzooka, infatti, richiede l'aiuto degli abitanti del mondo dei cartoni per sgominare la perfida Vetvix, che minaccia di ridurre tutti in schiavitù.
Un film girato totalmente in soggettiva, che accontenta l'insaziabile occhio del voyeur televisivo alla continua ricerca di gratificazioni visive; d'altronde chi di noi non ha mai desiderato che i protagonisti di un qualche reality rimanessero vittime delle proprie manie di protagonismo e della propria galoppante stupidità?
Come l'arte nasconde dietro la sua evidenza significati e mondi remoti, così Tanovic utilizza la struttura di una commedia arricchita dall'elemento umoristico e dall'immancabile intreccio romantico per rivelare tra le forme di un artificio naturale la minaccia della distruzione.
Dopo l'inaspettato successo di Una notte da leoni, era prevedibile la messa in cantiere di un sequel. Sequel che, sin dalle prime battute, sembra seguire il solco sicuro tracciato dal suo predecessore: ma il teatro, anziché la scintillante Las Vegas, è ora la cupa Bangkok, luogo alieno e pericoloso che può prendersi le persone e non restituirle.
Romain Goupil utilizza pochissimi movimenti di macchina, sublimando la sua ricerca di verità proprio nei primi piani di questi bellissimi bambini, con una grazia che non si dimentica; è un piccolo film forse non completamente riuscito, ma che restituisce con illuminante verità la durezza e la meraviglia di tutte le prime scoperte.
Orginale e incisiva, la pellicola di Pierre Schöller offre un ritratto credibile ed appassionante del lavoro, delle contraddizioni e delle idiosincrasie di un alto funzionario governativo.
'Once Upon a Time in Anatolia' di Nuri Bilge Ceylan è una storia che in apparenza non avrebbe nulla di memorabile, ma il risultato è un film dalla bellezza magnetica.
Il regista Radu Mihaileanu, per questo La sorgente dell'amore, si ispira ad una vera storia di qualche anno fa accaduta in un villaggio della Turchia, ma "trova" la chiave del film nello spostare l'azione in un contesto musulmano ben più rigido, trasformando così il soggetto in una ben riuscita riflessione sulla condizione della donna nei paesi del Medio Oriente.
Pur non essendo ai livelli precedente The Chaser, The Yellow Sea si fa apprezzare per un paio di colpi di scena di grande effetto e scene azioni coadiuvate da un grande padronanza tecnica da parte di un regista giovanissimo ma che dimostra un livello di maturità davvero non comune.
Un progetto sperimentale di fruibilità non sempre immediata, almeno non al di fuori dei confini francesi, questo che vede protagonisti Alain Cavalier e Vincent Lindon.
Nella sua grande casa di Tehran, il regista bandito dal cinema aspetta il verdetto della corte d'appello e ci racconta il film che non può realizzare.
Con una colonna sonora (e titoli) in un perfetto stile anni '80, un'atmosfera alla Taxi Driver, un intelligente uso della luce e dei ralenty per le scene topiche e un'ottima direzione delle scene di guida, frenetiche ma non confuse, Refn realizza un film di genere perfetto in ogni suo aspetto proprio perché misurato, asciutto, senza fronzoli.