I migliori film Netflix del 2019, da The Irishman a Klaus

Passiamo in rassegna il meglio dell'offerta cinematografica di Netflix per l'anno 2019, con titoli come The Irishman e Klaus.

CLASSIFICA di 16/01/2020
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The Irishman: Robert De Niro in una sequenza del film

Il catalogo cinematografico di Netflix continua a espandersi, tra produzioni originali e acquisizioni, e il 2019 è stato un anno davvero importante per il gigante dello streaming, se pensiamo a un titolo molto atteso come The Irishman di Martin Scorsese o al recente debutto di Klaus - I segreti del Natale, che segna nuove vette per l'evoluzione delle tecniche animate. Come da consuetudine, abbiamo deciso di dedicare un articolo ai migliori film Netflix del 2019, elencati in ordine di data di uscita sulla piattaforma.

25 film da vedere su Netflix

Fyre - La più grande festa mai avvenuta

È stato uno dei non-eventi più chiacchierati di sempre: il Fyre Festival, kermesse musicale di lusso che doveva avere luogo su un'isola nelle Bahamas nella primavera del 2017. Il tutto andò a rotoli nel weekend inaugurale, e l'organizzatore dell'evento, Billy McFarland, fu condannato nel 2018 a sei anni di carcere per frode. Fyre - La più grande festa mai avvenuta di Chris Smith (già regista di Jim & Andy: The Great Beyond. The Story of Jim Carrey, Andy Kaufman and Tony Clifton) ricostruisce la vicenda dai primi passi della società Fyre Inc. fino al disastro che fu l'inaugurazione, mostrandoci tappa per tappa come l'avidità e l'inganno misero in piedi qualcosa di troppo grande, un evento destinato a fallire. Le interviste sono al contempo illuminanti, spassose e terrificanti: è già diventata un meme la testimonianza di Andy King, a cui fu chiesto sostanzialmente di prostituirsi per risolvere un problema organizzativo.

Jim & Andy: The Great Beyond, il ritratto sincero e caustico di due geni comici

Finché forse non vi separi

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Finché forse non vi separi: Ali Wong e Randall Park in una scena del film

Le commedie di Netflix, soprattutto quelle romantiche, tendono ad essere abbastanza dozzinali. Poi è arrivato Finché forse non vi separi, un fulmine a ciel sereno dominato, davanti e dietro la macchina da presa, da Randall Park e Ali Wong, due dei migliori attori e autori comici nel panorama americano di oggi, dotati di un'alchimia personale impeccabile che è frutto di un'amicizia ventennale. Grazie a loro questa storia di due vecchi amici che avevano avuto un breve flirt da adolescenti e si ritrovano diversi anni dopo convince, diverte e sorprende senza sosta, imponendosi come una delle migliori fonti di risate del 2019. Nota di merito per la partecipazione speciale di Keanu Reeves, deliziosamente autoironico nei panni di "se stesso".

Keanu Reeves: 55 anni e un 2019 da ricordare

Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese

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Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese: un'immagine di Bob Dylan

Martin Scorsese aveva già firmato un bellissimo ritratto di Bob Dylan nel 2005. Ora, a quasi quindici anni di distanza, il grande regista americano torna a parlare dell'icona musicale con un progetto molto diverso, partendo dalla serie di concerti del 1975 nota come Rolling Thunder Revue. La particolarità di Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese sta proprio nell'approccio del regista, che a interviste genuine alterna testimonianze inventate di sana pianta e affidate ad attori (tra cui Sharon Stone nel ruolo di "se stessa"), senza mai creare una vera distinzione tra le due categorie, al punto che lo stesso Dylan tratta alcuni aneddoti falsi come se fossero genuini. Il dubbio rimane per tutti e 142 i minuti del lungometraggio, che diventa così una magnifica "vera bugia" perfettamente in sintonia con la poetica del cantante.

Rolling Thunder Revue, la recensione: Martin Scorsese racconta Bob Dylan su Netflix

El Camino: Il film di Breaking Bad

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El Camino: Il film di Breaking Bad, una scena con Aaron Paul

Erano sei anni che non avevamo più notizie della maggior parte dei protagonisti di Breaking Bad, fatta eccezione per quelli che appaiono nello spin-off Better Call Saul. Poi, d'un tratto, il creatore Vince Gilligan ha avuto l'idea di raccontare ciò che accade a Jesse Pinkman (Aaron Paul) dopo gli eventi dell'episodio finale, firmando un epilogo crepuscolare che mescola nostalgia con uno sguardo rivolto verso il futuro. In alcuni punti di El Camino: Il film di Breaking Bad è necessario un minimo di sospensione dell'incredulità (Jesse Plemons, che ritorna per alcuni flashback nei panni di Todd, è palesemente invecchiato), ma la forza viscerale del prototipo è per lo più intatta, e a suo modo il film conferma ciò che sei annate sul piccolo schermo avevano suggerito: il vero protagonista non era Walter White, bensì Jesse.

El Camino, recensione del film di Breaking Bad: un'ode a Jesse Pinkman

Panama Papers

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Panama Papers: Gary Oldman e Antonio Banderas in una scena del film

Presentato in concorso alla Mostra di Venezia, il nuovo lungometraggio di Steven Soderbergh è un ritratto caustico e metacinematografico dello scandalo dei Panama Papers, raccontato con leggerezza e cattiveria tramite diverse storie collegate tra di loro, e due dei businessmen cattivi (Gary Oldman e Antonio Banderas) a fare da guide in questo universo a base di avidità e corruzione. Il risultato è una commedia paradossale, che affronta l'argomento scomodo con la giusta serietà ma è completamente irriverente nei propri confronti, cosa fin troppo evidente quando i due narratori accusano lo stesso Soderbergh e lo sceneggiatore del film di avere dei conti bancari sospetti.

Panama Papers, la recensione: con Steven Soderbergh i panni sporchi si lavano su Netflix

Dolemite Is My Name

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Dolemite Is My Name: Eddie Murphy, Mike Epps, Craig Robinson, Tituss Burgess, Da'Vine Joy Randolph in una scena del film

Correva l'anno 1975, e l'attore e cineasta Rudy Ray Moore portò al cinema, all'interno del filone della blaxploitation, il suo alter ego Dolemite, inventato sul palcoscenico nelle sue esibizioni da stand-up comedian. È questa la storia raccontata nel nuovo film di Craig Brewer, Dolemite Is My Name, che si avvale di un copione di ferro, di una ricostruzione storica perfetta e di una performance strepitosa di Eddie Murphy, che torna sullo schermo dopo tre anni di assenza e ci regala un tour de force da autentico mattatore, ritrovando quell'energia pura che col passare del tempo era diluita. Libero e sfrenato (è la prima volta dal 1999 che recita in un film destinato a un pubblico adulto), Murphy è ottimamente calato nella parte di Moore, ed è circondato da un cast di contorno di prim'ordine, Wesley Snipes in primis.

Dolemite Is My Name, recensione: Eddie Murphy e Netflix porteranno la blaxploitation agli Oscar?

The Irishman

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The Irishman: un'immagine tratta dal film di Scorsese

Ancora Scorsese, questa volta con un progetto che inseguiva da anni e che Netflix gli ha permesso di realizzare dopo che tutte le major hollywoodiane avevano rifiutato per questioni legate principalmente al budget. Il cineasta italoamericano ritorna con The Irishman al gangster movie, ritrova Robert De Niro e Joe Pesci e al loro fianco aggiunge Al Pacino nei panni di Jimmy Hoffa, firmando una grande, dolente epopea americana che è la summa e il punto di non ritorno per una certa fase del cinema di Scorsese. Un magnifico ritratto di una vita e soprattutto della morte che incombe, con i postumi di un vissuto brutale scavati nei volti degli attori. Particolarmente notevole, da quel punto di vista, la performance di Pesci, che si lascia alle spalle i trascorsi di Quei bravi ragazzi e Casinò per un'interpretazione più misurata, umana, sottilmente straziante.

The Irishman, recensione: Martin Scorsese porta su Netflix cinema, vita e rimpianti

Klaus - I segreti del Natale

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Klaus - I segreti del Natale: un'immagine del film d'animazione

Cosa succede quando un postino un po' imbranato si ritrova a lavorare in un paesino al Nord e si imbatte in un eremita che fabbrica giocattoli? Nasce Klaus - I segreti del Natale, primo lungometraggio originale d'animazione distribuito da Netflix, che ha consentito al regista Sergio Pablos di portare sullo schermo la propria visione in assoluta libertà, creando un gioiello dove le tecniche tradizionali sono supportate dai progressi tecnologici odierni per regalarci una storia avvincente e classica ma al contempo molto moderna, all'insegna dell'evoluzione formale. Da vedere in originale per gustarsi come si deve i duetti tra Jason Schwartzman e J.K. Simmons.

Klaus, recensione: Il Natale anticipato di Netflix

Dov'è il mio corpo?

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Dov'è il mio corpo?: una scena del film

Ancora animazione, questa volta di stampo francese. Un esordio folgorante, quello del regista Jérémy Clapin con Dov'è il mio corpo?, che ha conquistato il pubblico di Cannes (era in programma alla Semaine de la Critique, sezione parallela riservata alle opere prime e seconde, dove ha conquistato il riconoscimento più importante) e vinto il premio principale ad Annecy, la più prestigiosa manifestazione dedicata al medium animato. Un film piccolo e tenerissimo, il cui tratto semplice dà ulteriore pathos alla storia, inaspettatamente toccante, di una mano mozzata che parte alla ricerca del resto del proprio corpo, un'odissea a base di splendide immagini e poche, ma potenti, parole.

Storia di un matrimonio

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Storia di un matrimonio: Scarlett Johansson, Adam Driver in una scena del film

Altro veterano veneziano, il nuovo lungometraggio di Noah Baumbach, Storia di un matrimonio, affronta la tematica del divorzio con brutale sincerità, mettendo in evidenza pregi e difetti di un rapporto coniugale che si sgretola, tra frustrazioni personali e liti geografiche (lei vuole tornare nella natia Los Angeles, lui non vuole saperne di lasciare New York).

Non mancano le risate, grazie agli avvocati divorzisti interpretati da Laura Dern e Alan Alda, ma a dominare sono le lacrime, grazie alla straziante performance di coppia di Adam Driver e Scarlett Johansson, quest'ultima quasi una rivelazione poiché alle prese con il primo ruolo davvero sostanzioso della sua carriera da alcuni anni a questa parte, lontana dai territori da blockbuster.

Storia di un matrimonio, la recensione: l'amore secondo Noah Baumbach

I due papi

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I due Papi: Anthony Hopkins e Jonathan Pryce nel film

Quale fu il retroscena delle dimissioni di Benedetto XVI e della successiva elezione di Francesco I? È la domanda a cui cercano di rispondere il regista Fernando Meirelles e lo sceneggiatore Anthony McCarten con I due papi, un lungo dialogo tra due uomini, uno conservatore e l'altro più aperto alle novità. La serietà e i dilemmi spirituali vanno di pari passo con l'ironia, ricetta impreziosita dalle interpretazioni magistrali di Anthony Hopkins (Benedetto) e Jonathan Pryce (Francesco), due attori di prima categoria che in questa sede risultano potenti e al contempo molto umani, in cinque lingue ciascuno. Da segnalare, inoltre, la sequenza del conclave con Dancing Queen come accompagnamento musicale, uno dei momenti cult del 2019. 

I due Papi, la recensione: Bergoglio, Ratzinger e i segreti del "gran rifiuto"