Backrooms, il finale spiegato: e se fosse un'allegoria dello scrolling social?

Cosa avrà voluto dire Kane Parsons alla fine del suo film? Proviamo a dare una spiegazione lasciando tuttavia aperta la porta della libera interpretazione. L'articolo contiene spoiler!

Una scena di Backrooms

Tutto nasce nel 2022. Uno strano video di pochi minuti inquieta il web. Corridoi senza senso, spazi vuoti, luci al neon. È The Backrooms, corto di un allora sedicenne Kane Parsons, liberamente tratto dalla leggenda metropolitana delle backrooms, che ha dato adito a tante storie creepypasta. Il corto, ha subito catturato l'attenzione di A24, affidando il progetto allo stesso Parsons, con sceneggiatura firmata da da Will Soodik. Ora, se siete qui è perché avete visto il film e, magari, non c'avete capito granché del finale. Tranquilli, non siete voi: l'ending di Backrooms lascia un certo margine d'interpretazione.

Di cosa parla il film

Andiamo con ordine. Molto in breve, la storia è quella di Clark, interpretato da Chiwetel Ejifor. Clark è un architetto fallito che prova ad arrabattarsi vendendo scadenti mobili in un gigantesco showroom. Prova ad auto-promuoversi girando mediocri spot televisivi, vestito da pirata. Del resto è il 1990, Instagram è ancora lontano. Depresso e con un matrimonio fallito, è in cura dall'analista Mary Kline, con il volto di Renate Reinsve. Anche lei, diciamo, ha alle spalle un passato decisamente burrascoso.

The Backrooms Chiwetel Ejifor
Backrooms: Chiwetel Ejiofor in una scena

L'uomo, stufo dei continui blackout del suo negozio, prova a venir a capo scoprendo uno strano passaggio che lo porta in una specie di dimensione parallela. Ripetiamo: se state leggendo questo articolo, avete visto il film. Inutile farvi leggere ciò che sapete: Clark esplora questo luogo liminale popolato da strane presenze, gabbiani (come ci saranno finiti?) e angoli oscuri. Una sorta di rappresentazione "errata" della nostra realtà. Una realtà che sembra piacere a Clark, tanto che finisce per occupare l'assurdo labirinto. Diventa un'ossessione incontrollabile, alimentata dal desiderio viscerale di svelarne i segreti.

Preoccupata per la prolungata assenza del suo paziente, Mary si mette sulle tracce di Clark. Arrivata al locale, scopre a sua volta il passaggio segreto che conduce all'anomalia. Vagando tra i corridoi gialli e asettici, si ricongiunge finalmente con l'uomo, il quale sembra aver raggiunto una sorta di illuminazione mistica sulla natura di quel posto e sulle bizzarre analogie con il mondo reale. Dopo aver immobilizzato la donna, Clark avvia il dialogo chiarificatore che il pubblico attendeva con ansia per fare luce sul mistero. Fino a un certo punto, però: Clark dice che le Backrooms non sono altro che un riflesso sbiadito, distorto e mal ricordato della realtà. Questo spazio assorbe come una spugna gli elementi del mondo esterno, deformandoli fino a mutarli in veri e propri incubi.

Backrooms
Backrooms: una scena del film horror

Il discorso viene interrotto bruscamente dall'arrivo di una mostruosa creatura: un "Clark gigante" e grottesco, con il volto deformato, che afferra l'originale. Nonostante Clark tenti di calmare il mostro spiegandogli che Mary ormai ha capito la loro natura e che possono tornare a stare tranquilli, l'anomalia lo azzanna, uccidendolo. In qualche modo è l'incarnazione del fallimento: quella creatura rappresenta la personificazione dell'autocommiserazione e del disprezzo che Clark prova verso se stesso per non essere riuscito a realizzarsi nella vita. Una specie di doppelganger, inserito in un ambiente simile a quello della loggia nera ideata da David Lynch e Mark Frost per Twin Peaks.

La spiegazione del finale di Backrooms

Rimasta sola dopo la morte di Clark, Mary scappa attraverso i vari ambienti. Durante la fuga si imbatte nell'uomo che monitorava i loro movimenti fin dal principio tramite un sistema di telecamere. Proprio mentre il clone mostruoso di Clark sta per sopraffarla, Mary riesce a neutralizzarlo. Subito dopo, la donna individua una fessura tra due pareti che sembra condurre all'uscita.

Una volta attraversata, però, si ritrova faccia a faccia con gli scienziati (già visti all'inizio del film), che la narcotizzano e la trasferiscono nel laboratorio della ASYNC, ex-azienda medica che ha scoperto per caso le backrooms provando ora a mapparne il perimetro. L'analista, parlando con Phil (Mark Duplass), il capo dei ricercatori, si rende conto che non lascerà mai quel posto. Né da viva né da morta.

La memoria corrotta del Labirinto e lo scrolling dei social

Nelle sequenze conclusive, assistiamo a uno stacco temporale in cui i traumi della vita di Mary vengono interamente proiettati e assimilati all'interno delle Backrooms. La casa d'infanzia demolita in cui viveva con la madre riappare ricostruita dentro le asettiche pareti gialle. Persino l'ufficio dello scienziato che la sta interrogando si materializza all'interno del labirinto giallo.

Backrooms, recensione: che grande spreco Backrooms, recensione: che grande spreco

Backrooms si conclude (con un nulla di fatto?) rivelando la terrificante natura del luogo: esso registra e riproduce in modo errato le tappe fondamentali e i ricordi d'infanzia di chi vi entra. Gli esseri umani che vi mettono piede vengono gradualmente assimilati dalla struttura, e i mostri che popolano i corridoi non sono altro che "uomini sbagliati", ovvero precedenti visitatori intrappolati e deformati nel corso delle varie epoche. L'ultima inquadratura ci mostra la versione distorta di Mary, seduta su una sedia con lo sguardo spento, ormai totalmente assorbita e perduta nel labirinto.

A cosa vi fa pensare? Se all'inizio abbiamo scritto quanto il finale lasci aperte diverse interpretazioni, una potrebbe legarsi a internet e ai social: il continuo scrollare apre infinite porte, trascinandoci in un loop vuoto e circolare da cui è impossibile uscire. Consumandoci e creando una proiezione alterata e insensibile di noi stessi. "I social media sono ovviamente un sintomo di alcuni fattori sistemici sociali più ampi che stanno emergendo proprio ora", spiega il regista a Movieplayer.it. "Certamente ci si può ritrovare altrettanto disillusi e, in qualche modo, atomizzati e confusi rispetto al mondo, lasciando che i social media consumino troppo tempo".