Panama Papers, la recensione: con Steven Soderbergh i panni sporchi si lavano su Netflix

La recensione di Panama Papers (The Laundromat): il film Netflix di Steven Soderbergh racconta una storia vera in modo originale e irresistibile.

RECENSIONE di 01/09/2019
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Panama Papers: Meryl Streep in una scena del film

Come potrete capire anche da questa recensione di Panama Papers, Netflix e Venezia continuano ad andare molto d'accordo: al Lido nei giorni scorsi è stato presentato già il bellissimo Marriage Story di Baumbach e l'anno scorso il Leone d'oro è andato a Roma di Cuarón. Insomma è evidente come il colosso dello streaming continui a fare sul serio anche per quanto riguarda l'offerta dei film d'autore, quale appunto è questo Panama Papers.

Una trama a scatole cinesi

Come si può facilmente intuire dal titolo italiano - l'originale The Laundromat era ben più suggestivo ma troppo oscuro - il nuovo film di Steven Soderbergh racconta dello scandalo del 2016 grazie al quale vennero scoperti diverse decine di miliardi di dollari "nascosti" in migliaia di società offshore dallo studio legale Mossack Fonseca con sede appunto in centro America. La vicenda fece particolarmente scalpore anche perché finì con l'investire anche molti politici a livello internazionale, causando anche le dimissioni di alcuni premier come quello islandese.

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Panama Papers: Gary Oldman e Antonio Banderas in una scena del film

La vicenda raccontata da Sodebergh parte invece da qualcosa di completamente diverso, un incidente su un lago che vede una donna diventare vedova ma non adeguatamente ricompensata dall'assicurazione. Partendo da questa "piccola" frode si arriverà appunto con lo scoperchiare un vero e proprio mondo fatto di segreti, truffe, traffici illeciti, prestanomi ma soprattutto soldi in gran quantità. Il fascino di questa storia è proprio il modo in cui Soderbergh decide di raccontarla, svelandola poco a poco quasi fossero delle scatole cinesi e adottando in questo modo uno stile narrativo quasi speculare al caso che racconta: così come quelli della Mossack Fonseca facevano perdere le tracce dei loro traffici ammassando l'una dentro l'altra società vuote (shells), Soderbergh sembra partire da tanti micro episodi, apparentemente sconnessi, che però finiranno tutti col portare dalla stessa parte: Panama.

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Panama Papers: una scena del film con Meryl Streep

Un cast all star che dialoga direttamente con lo spettatore

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Panama Papers: Meryl Streep, Larry Clarke in una scena del film

È qui che risiedono i due grandi (ma non unici) villain della storia, gli avvocati Jürgen Mossack e Ramón Fonseca, di cui però avevamo fatto la conoscenza già all'inizio del film. Anzi, l'aspetto più geniale della pellicola è proprio il modo in cui Steven Soderbergh sceglie di inserirli, come veri e propri narratori in scena, fin dal principio, dando loro la possibilità di rompere senza indugi la quarta parete, raccontare agli spettatori il loro punto di vista e perfino mostrarci il backstage e i retroscena del film a cui stiamo assistendo: ad un certo punto, parlando di elusione fiscale, arriva la battuta "anche il regista di questo film ha cinque società coinvolte in questa pratica", è impossibile non apprezzarne sia l'autoironia, ma anche la volontà di rendere il più chiaro e vicino possibile un argomento così difficile e scottante.

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Panama Papers: Antonio Banderas insieme a Gary Oldman in una scena del film

Ed è proprio questo uno dei fattori chiave del film Netflix, la difficoltà nel raccontare ad un pubblico il più vasto possibile una storia intricata e ricca di termini e situazioni difficili da capire senza un background di tipo economico-finanziario. La soluzione adottata da Sodebergh è molto simile da quella che fece la fortuna di un film come La grande scommessa: ricorderete forse l'intermezzo con Margot Robbie nella vasca da bagno che parla di mutui, bene in Panama Papers avviene più o meno lo stesso, con Gary Oldman e Antonio Banderas che ci spiegano tutta la vicenda dall'inizio alla fine, ma dal punto di vista della Mossack Fonseca e con una grande dose di (auto)ironia e divertimento.

Rispetto al film del 2015 che portò McKay fino all'Oscar, e che rimane un riferimento esplicito per questa opera di Steven Soderberg, la sceneggiatura di Panama Papers riesce ad integrare molto meglio questi intermezzi metacinematografici, finendo addirittura con lo spostare su di essi il focus ultimo del film. Soprattutto grazie ad un ottimo (meta)finale in cui i due attori e il resto del cast lasciano spazio a Meryl Streep in carne ed ossa, che si spoglia (letteralmente) del (doppio) ruolo interpretato, si trasforma in un vero e proprio simbolo americano e si lancia in un monologo in cui converge tutto il messaggio socio-politico della pellicola. Una sequenza già culto che ci fa amare ancora di più la divina Meryl, ma anche il film stesso.

Conclusioni

Abbiamo concluso questa recensione di Panama Papers nel modo più ovvio possibile, elogiando ancora una volta una dea come Meryl Streep. Ma la verità è che il film di Steven Soderbergh è molto di più che un semplice showcase di grandi attori, ma una pellicola dalla regia e scrittura talmente brillanti da riuscire a rendere divertente e piacevolissima, oltre che istruttiva, anche una storia del genere.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

3.6/5

Perché ci piace

  • Gli inseriti metacinematografici con protagonisti Gary Oldman e Antonio Banderas sono geniali.
  • Meryl Streep guida un cast di alto livello con la consueta bravura, e si ritaglia un finale di rara bellezza e potenza espressiva.
  • La storia è intricata e complessa, ma la sceneggiatura riesce a renderla il più possibile scorrevole e appassionante...

Cosa non va

  • ... anche se non mancano momenti di stanca o dal ritmo un po' diseguale.
  • Il cast è all star, ma per alcuni attori (vedi Sharon Stone) si tratta di poco più che un cameo.