Backrooms, recensione: che grande spreco

Dopo aver visto il film horror (che tanto horror non è) di Kane Parsons verrebbe da dire: tutto qui? Già perché il regista, nonostante il folgorante spunto, sembra indeciso su come sviluppare una sceneggiatura che forse avrebbe dovuto firmare lui stesso.

Renate Reinsve in Backrooms

"Il video più spaventoso di internet?". Una domanda, posta da Erica Russell, speaker di WPST, riguardo al cortometraggio horror diretto da Kane Parsons e pubblicato su YouTube nel 2022. Un video girato con tanto estro e pochi soldi, che ha fatto da punto di partenza per il film d'esordio dell'autore, Backrooms. Dietro l'assetto da horror analogico, colto dal regista (inglese, giovanissimo, classe 2005) in piena Pandemia, la revisione di un fenomeno nato come creepypasta nel 2019: le backrooms (appunto). Cosa sono? Molto in breve: stanze liminali labirintiche ed extradimensionali ('null space'), da cui pare impossibile uscire. Facile capire il fenomeno abbiano trovato linfa durante i vari lockdown da Covid-19.

The Backrooms Chiwetel Ejifor
Backrooms: Chiwetel Ejiofor in una scena

Curioso che invece Rob Beschizza, sul suo seguitissimo blog Boing Boing, dopo l'uscita del corto rivelazione, si sia perentoriamente lasciato andare a una laconica previsione, intravedendone sì il potenziale cinematografico ma anche il suo totale avvelenamento da parte di Hollywood, pronta a sfilacciarne i contorni come già fatto con Slender Man.

Ora, l'esordio di Parsons non è minimamente avvicinabile allo scadente film di Sylvain White del 2018 (in cui provò effettivamente a portare sul grande schermo il "mito" dello Slender Man) ma - e forse cosa ancor più perplimente - è a tutti gli effetti il risultato previsto da Beschizza: un patinato horror in cui l'idea è talmente geniale da fagocitare se stessa, senza trovare (quasi) mai la spinta cinetica che la possa rendere incandescente materia narrativa (come invece ben fatto da Ben Stiller in Scissione, che puntava sullo stesso concetto).

Backrooms, di cosa parla: un luogo irregolare come specchio di noi stessi

Sarebbe veramente fuorviante e fin troppo paraculo parlare di spoiler in termini di Backrooms, in quanto essenzialmente, di materiale spoileroso, non v'è traccia. Si potrebbe aprire una parentesi su quanto la Gen Z, e in genere i nuovi spettatori, soffrano di una costante ossessione verso quelle rivelazioni che, se anticipate, potrebbero rovinare la visione. Ecco, state tranquilli: di Backrooms potremmo tranquillamente scrivere l'intera trama. Per brevità, però, e per tutelare una visione il più possibile "pura" (sigh!), possiamo ricalcare il plot ufficiale rilasciato da A24, che ha co-prodotto e distribuito il progetto, in un proseguo editoriale che, ultimamente, pare aver definitivamente perso l'irruenta e folgorante rotta originale.

Il protagonista è Clark (Chiwetel Ejifor), un architetto fallito che si ritrova a girare video auto-promozionali per far pubblicità al suo scadente mobilificio. Beve troppo, ha un matrimonio fallito alle spalle e, peccando di presunzione, non riesce a stabilire un dialogo con la sua analista, la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve). È il 1990, e la terapia non era sdoganata come adesso. L'uomo, per caso, scopre all'interno del suo showroom una specie di "portale" che gli permette di accedere a una strana dimensione parallela fatta di lunghi corridoi storditi dalle luci al neon che collegando stanze senza regole, punti oscuri che sembrano "muoversi" e indecifrabili figure. Clark, dall'esistenza misera, sembra attratto da questo luogo "inesatto", finendo per coinvolgere (in)direttamente anche la sua analista.

Perché il regista non ha firmato la sceneggiatura? Bella domanda

Intendiamoci: il problema di Backrooms non è solo nella regia, bensì nella scrittura e, se vogliamo, nella struttura generale. Kane Parsons sa ovviamente gestire i paradigmi dell'impalcatura claustrofobica, generando un'affascinante inquietudine che, alla lunga, supera il perimetro orrorifico, mai troppo centrale rispetto al tono. Per questo c'è da chiedersi: perché, essendo sua la matrice dell'idea, non sia stato lo stesso Parsons a firmare la sceneggiatura, invece affidata a Will Soodik. Troppo giovane? Troppo anarchico rispetto a uno studio che, di indipendente, ha ormai ben poco?

Uno spunto carico di cinema, senza l'efficace struttura

In questo senso, più che negli incastri (giustamente) incongruenti che animano il pitch della pellicola, l'unico sussulto degno di nota è nell'atmosfera illeggibile che ed "errata" che sembra dominare uno spazio assurdo in cui poter proiettare qualsiasi tipo di spiegazione, più o meno razionale.

Backrooms
Backrooms: una scena del film horror

Ecco: all'interno del labirinto in cui Clark smarrisce la rotta può esserci traccia della mente umana, allargando poi lo spettro verso le basi della psichiatria (Io, Es, Super Io), e poi il doppelganger tanto amato da David Lynch o, perché no, l'estrema riproposizione di una realtà alterata che simula la circolarità dei pensieri, e quindi della quotidianità che tende a replicare, fino a perdere di sostanza, come se fosse un continuo scrolling. Oltre ciò, c'è ben poco, e quel poco sembra troppo gracile per reggere il peso specifico di uno spunto carico di cinema che fatica a materializzarsi completamente, ossessionato da una forma(lità) che pare decentrata anche rispetto al corto originale.

Tutto qui? Si poteva fare molto di più

Un esempio su tutti, la musica. A comporre lo score c'è proprio Parsons insieme all'amico Edo Van Breemen. Se l'accompagnamento musicale è una chiave di volta per l'horror, qui la colonna sonora ragiona in over-acting entrando in scena anche quando non servirebbe, risultando accessoria, quasi fuorviante. Girando per i corridoi senza tempo e senza spazio dell'enorme backrooms la musica sovrasta il ronzio dei neon, annullando la percezione del vuoto sospeso che, condizione obbligatorio, avrebbe reso tutto più stordente e disorientante.

Kane Parsons: "Backrooms? Nonostante tutto, noi possiamo ancora vedere il sole". Intervista Kane Parsons: 'Backrooms? Nonostante tutto, noi possiamo ancora vedere il sole'. Intervista

Lungi da noi "correggere", ma la rilettura di un film, se ha ancora valore in un'epoca di influencer che inducono alla visione, deve per quanto possibile offrire un'analisi lucida, che non si fermi ai meri tecnicismi ma, anzi, scavalchi ciò che è visibile per entrare, giust'appunto, in una backrooms. Ecco: pur cercando l'arzigogolo e lo psicologico, il film del giovane Parsons sceglie di tirarsi indietro sul più bello, optando per una facilità e una linearità in grado di accontentarsi senza avere il coraggio di scendere fino al fondo, andando a vedere cosa c'è nella tana del Bianconiglio. Che grande spreco, verrebbe da dire.

Conclusioni

Backrooms, nonostante lo spunto formidabile, sembra incapace di colmare il lag tra regia e scrittura. All'esordio, Kane Parsons sembra a tratti restio a leggere uno script che avrebbe dovuto forse scrivere lui (visto il suo coinvolgimento originale), infarcendo il film di trovate tecniche che, al netto della suggestione, dissipano una sceneggiatura fin troppo incolore.

Movieplayer.it
2.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Lo spunto è formidabile.
  • La scenografia, gran lavoro.
  • L'inizio del film.

Cosa non va

  • Dietro lo spunto, c'è poco.
  • La scrittura non funziona al meglio.
  • L'utilizzo smodato della musica.