Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Una storia raccontata con garbo ed ironia dal regista Yasemin Samdereli e la sorella sceneggiatrice Nesrin Samdereli, spostandosi tra passato e presente, alternando e, a tratti, sovrapponendo i livelli della narrazione, sfruttando le differenze linguistiche.
In Yelling to the Sky lo stile sporco e sgranato proprio di tanto cinema indie veicola un contenuto fatto di degrado, abusi, sopraffazioni, alcolismo, droga e festini a base di sesso e rap.
Ulrich Kohler prova a mettere insieme le esperienze vissute al seguito dei genitori, che lavoravano come aid worker in Africa, ma il risultato è un film poco chiaro, che vorrebbe essere un dramma ambientato in un opprimente e torrido scenario fluviale, ma in realtà finisce per stancare quasi subito.
Dopo aver vinto l'Orso d'Oro nel 2008 con Tropa de Elite, Josè Padilha torna a raccontare la storia del capitano Nascimento sullo scenario inquietante di una Rio de Janeiro in cui la corruzione, la violenza e la criminalità regnano sovrane.
Quello che risulta efficace ed aggiunge una importante chiave di lettura al documentario della Rostock è la capacità di accompagnare l'attività di Harry Belafonte al contesto storico americano: in questo modo il film riesce ad essere insieme il racconto, a tratti epico, della vita dell'artista, ma anche racconto dell'America di quegli anni.
Il regista di 007 La morte può attendere e di Once were warriors analizza nel dettaglio l'incredibile vicenda vissuta da Latif Yahia e la usa, senza mostrare un particolare interesse o una particolare delicatezza al riguardo, per raccontare l'Iraq di quegli anni e lo fa dando alla pellicola un tocco grottesco e volutamente kitsch che, se in certi momenti diverte e intrattiene, in altri viene invece talmente esasperato da risultare difficile da sopportare.
Margin Call è una pellicola nervosa e coinvolgente, a tratti spietata, che affronta un tema scottante come quello del crack economico del 2008 fugando ogni possibile rischio di noia grazie alla scelta di puntare tutto sulla struttura corale.
El premio è un film autobiografico e sincero, fatto di immagini incisive, desolanti ed evocative, riuscito anche grazie alle interpretazioni delle due protagoniste.
La regista Celine Sciamma racconta con semplicità e leggerezza la ricerca dell'identità di Laure/Michael, con una regia che mette la protagonista sempre al centro della narrazione.
Quarantadue anni dopo la prima trasposizione filmica del romanzo ad opera di Henry Hathaway, che diresse John Wayne dritto dritto verso il suo primo Oscar, i Coen sorprendono tutti confezionando un nuovo capolavoro, lasciandosi alle spalle il film e il personaggio originale per lasciar posto ad una rilettura classica ed integralista del libro che però bene si adatta ai nostri tempi.
Il film di Grierson ha il suo indubbio fascino visivo, raggiunto grazie a scenografie naturali sapientemente ricreate e a una regia che gestisce bene gli spazi sempre più angusti e oscuri che i protagonisti si trovano ad attraversare, con il 3D che lavora efficacemente su un coinvolgimento quasi fisico.
Tra risate fragorose e riflessioni intrise di amarezza e malinconia, il film racconta con semplicità lo smarrimento di un uomo di mezz'età che si rende conto di non piacere più come una volta alle donne e di non essere in un certo senso più padrone della sua vita.
Dotato d'ingombrante sex appeal e d'impressionante duttilità Romain Duris riesce a condurre egregiamente il gioco delle coppie con Vanessa Paradis in una commedia brillante e divertente che celebra l'amore senza banalità.
Il nuovo film di Fausto Brizzi difficilmente passerà alla storia, ma rispetto a Maschi contro femmine si lascia apprezzare per il ritorno di quel tocco sentimentale, decisamente sacrificato nel capitolo precedente; più cuoricini, dunque, e meno risate, mancanza che si fa sentire soprattutto nella prima parte, quando non tutto fila per il verso giusto e le vicende dei vari protagonisti vengono presentate in maniera un po' prevedibile.
Snellito e semplificato per l'adattamento cinematografico, il lavoro di Swift, apologo sulla corruzione e sull'ignoranza degli uomini, diventa una favola dai buoni sentimenti, sostenuta dalla vivacità del solito trascinante Jack Black.
È come se Kapadia volesse eclissare la sua mano per far parlare solamente le immagini, rinunciando persino a una voce fuori campo univoca. Il risultato è un racconto quasi oggettivo, ma che al tempo stesso sposa in tutto e per tutto il punto di vista del suo eroe, per dedicargli un ritratto ossequioso, fedele, appassionato e commovente.
'Parto col folle' è una commedia frenetica che alterna con equilibrio azione fragorosa e umorismo slapstick e prova a travolgere il grande pubblico fra trovate demenziali e svolazzi sentimentaloidi. Nei panni dei suoi svitati protagonisti Zach Galifianakis e Robert Downey Jr., una coppia irresistibile.
Lontana da qualsiasi tentazione ricattatoria e da approcci gratuitamente enfatici al tema, la regista Roselyne Bosch costruisce un'opera vibrante, coinvolgente, a tratti emotivamente difficile da sostenere, su un episodio della Seconda Guerra Mondiale che richiama più che mai la necessità della memoria.
Un film che ha i suoi meriti principali in un'attenta ricostruzione storico/sociologica del periodo e dell'ambiente nobiliare inglese, e in due interpreti che fanno a gara di bravura, grazie anche a un soggetto che tende naturalmente a metterne in risalto le doti.
Al grido di "più pilu e più cemento armato per tutti!" e "I have no dream, ma mi piace u pilu", Cetto La Qualunque scende in campo e con un linguaggio tanto scurrile e surreale quanto efficace ed eccentrico, e si presta ad una rappresentazione divertente ma allo stesso tempo agghiacciante della nostra attualità politica e sociale.
Corale, emblematico e oltremodo spassoso in certi momenti, Immaturi si inserisce nel gruppo delle commedie generazionali che in questo periodo vanno molto bene al botteghino, ma che oltre ai volti noti del nostro cinema offre sul piatto anche una scrittura sfiziosa poggiata su personaggi assai ben delineati e gag davvero esilaranti, ben inserite in una storia corale dal sapore dolce amaro lungi dal voler immalinconire lo spettatore.
Con un protagonista che ha già conquistato le adolescenti con i suoi sorrisi, una ghost-story sentimentale nella quale immergersi come se fosse un caldo abbraccio, una trama senza troppe pretese, e un happy end lacrimevole, un'ora e mezza di disimpegno è servita.
Il regista canadese Denis Villeneuve narra una vicenda dura con una lucidità e un rigore invidiabili, che non tolgono niente a una regia elegante e d'impatto che lascia gran parte della violenza fuori campo.
Più che al consapevole recupero e alla rielaborazione di un immaginario pulp e pop che ha visto il suo principale artefice in Tarantino, siamo qui di fronte a un omaggio che parte da un immaginario tipicamente moderno, trasportando in esso l'ingenuità del soggetto originale e invitando esplicitamente lo spettatore a riderne.
Rimodernato nell'aspetto, grazie alla computer grafica e al 3d, ma non nell'essenza, l'orso Yoghi dovrà stavolta affrontare problemi più grandi dell'approvvigionamento di cibo: la chiusura del parco di Jellystone.
Per questo suo esordio nel lungometraggio, Giuseppe Papasso bandisce sapientemente ogni enfasi, mantenendo una semplicità di sguardo, quasi una timidezza nell'incedere del racconto, che vuole essere la stessa che caratterizza l'ottica del piccolo Salvatore.
In Skyline i fratelli Strause decidono di focalizzare l'attenzione su un piccolo gruppo di personaggi, sulle tensioni e divisioni tra loro, a cui fa da sfondo l'invasione aliena di Los Angeles.
Un ricco assortimento di pernacchie e affini che nel film di Paul Weitz assumono il tono di un divertissement infantile, come quando un bambino fa un versaccio al papà perché ci ha litigato; è proprio in questa regola aurea, enunciata con amabile grazia da Dustin Hoffman sta il segreto del terzo capitolo della fortunata saga dei Fockers-Fotter, una commedia costruita con gli ingredienti semplici di sempre.
Un'opera come L'elefante occupa spazio deve molto alle splendide facce del tre protagonisti che ne rappresentano l'anima, alla loro verve e alla loro follia, anche se nel documentario non manca la dimensione corale rappresentata da un microcosmo fatto di cassiere, registi, spettatori e semplici passanti.
Checco Zalone fa ridere. Non sappiamo quanto sia la penuria di altri talenti comici a far risaltare le sue capacità, in ogni caso anche la più scontata delle battute, recitata con quell'aria stralunata e cafona al tempo stesso, acquista una forza esilarante davanti a cui poco si può fare. Questo basta e avanza a coprire le magagne di un film divertente in cui la storia sembra addirittura superflua.
Piuttosto che sullo sforzo "documentaristico", i due registi preferiscono concentrarsi sui caratteri antropomorfi degli animali protagonisti, puntando le loro carte sul conflitto col mondo umano e premendo sul pedale della spettacolarità visiva.
La mano un po' grezza di Muccino, nell'accezione meno negativa del termine, contribuisce a restituire sullo schermo una storia dolce e amara fatta di spigolosità e chiaroscuri, caratterizzata da un tenore drammatico discontinuo alternato a momenti anche leggeri che si devono tutti alla dolcissima simpatia del piccolo protagonista.
The tourist è purtroppo un tentativo poco riuscito di realizzare un mix tra un lungometraggio old style alla maniera del grande Alfred Hitchcock, con l'eleganza delle migliori avventure di James Bond e il fascino luccicante dei film moderni pieni di volti noti sulla falsariga di Ocean's Eleven.
La creatività di Jean-Pierre Jeunet riesce nuovamente a sfornare una favola originale dalla storia fantasiosa, dai personaggi surreali e dal memorabile protagonista, un maestoso e chapliniano Dany Boon.
Un'opera strana, curiosamente priva di un centro, alla deriva e vittima delle sue stesse ambizioni; la descrizione di due generazioni a confronto (con una terza a far capolino) finisce per risolversi in una serie di scenette slegate tra loro, su cui grava una certa convenzionalità di scrittura.
Il film di Joseph Kosinski si riappropria dell'immaginario naïf ma al tempo stesso avveniristico del primo Tron per compiere la medesima operazione artistica, estendendo però la modalità di rappresentazione alle potenzialità plastiche e immersive della nuova tecnica tridimensionale.
Qualche lampo di perfidia e risate ad intermittenza per il ritorno sul grande schermo di Aldo, Giovanni e Giacomo, decisamente più ispirati rispetto al loro precedente lavoro; la storia scorre fluida e senza grossi intoppi grazie ad una sceneggiatura ben strutturata e alla regia diligente di Paolo Genovese, ma con un pizzico di coraggio in più il film avrebbe potuto prendere una piega diversa, forse più 'rivoluzionaria'.
Inizio d'effetto, alta tensione, poi esce fuori il lato filosofico e straordinariamente profondo di un film horror-thriller in stile Shyamalan, in cui nulla è esplicito, se non la paura, il buio e il senso di smarrimento.
Arrivato in Italia con un anno e mezzo di ritardo, questo film è un ulteriore tassello della riflessione portata avanti da Sam Mendes sulla famiglia borghese americana, sulle sue contraddizioni e sulla ricerca/necessità di radici.
Attenendosi piuttosto fedelmente all'impianto dei romanzi C. S. Lewis, la trasposizione cinematografica del terzo capitolo della saga di Narnia, più che un'avventura fantasy in senso stretto, può essere considerata come un'elaborata allegoria legata a temi spirituali e filosofici.
Dopo La vita che verrà e La meglio gioventù, ecco un'altra opera che parla dell'Italia di oggi, attraverso le storie di un microcosmo borghese; la morte di un figlio disgrega la famiglia Giordani, ma diventa l'occasione di una rinascita; con tutti i pregi (un ottimo gruppo di attori) e i difetti (l'eccessiva semplificazione in alcuni punti), la miniserie di Gianluca Maria Tavarelli si distacca nettamente dalla media delle fiction televisive, prodotte dalla Rai negli ultimi anni.
L'opera d'animazione della Dreamworks, diretta dal veterano Tom McGrath, piace per la scrittura accurata e la grande attenzione ai dettagli, punti di forza di un racconto che trova il suo senso nel sovvertimento di ogni clichè.
Mià e il Migù racconta con delicatezza e dolcezza una storia da favola, senza perdere di vista il suo tema principale dell'impegno ecologista ed ambientalista.
Solo un autore come Eastwood poteva lavorare su un materiale simile senza creare un'accozzaglia di simboli, o peggio un pietoso sermone recitato da un comodo pulpito; il suo aldilà non ha nulla di religioso, somiglia, invece, alla fantasia di un artista che si interroga su un argomento così delicato e personale, regalandoci una risposta che non vuole essere definitiva.
Un film che, nonostante il budget limitato, riesce a sfruttare al meglio le potenzialità della tecnologia a tre dimensioni, arrivando a comunicare un senso di letterale immersione che lascia piacevolmente meravigliati.
Guardare questo film vi farà vivere un'esperienza come poche, verrete travolti in un vortice di sovrumana violenza che non ha spiegazione, verrete catapultati in una di quelle avventure che non avreste mai voluto vedere sullo schermo ma che non riuscirete a non guardare fino in fondo.
Una commedia nera ferocissima e disturbante, un carosello satirico che racchiude metaforicamente tutte le contraddizioni dell'umanità in un solo personaggio, una sorta di freak in cerca di vendetta per la sua condizione.
Un film a tratti un po' confusionario, dichiaratamente anni '80 ma dal look inequivocabilmente anni '70, con un uso continuo di camera a mano, e dalle immagini sgranate, elementi che contribuiscono a sottolineare la turbolenza dell'età e della passione musicale che scorre nelle vene dei protagonisti.
Un noir contemporaneo, intramezzato dalle confessioni di menti pericolose dritte in camera (quelle dei protagonisti) ma anche coraggioso e teso, forse un tantino prevedibile e confezionato con un piglio grottesco che non riesce a graffiare quanto la caratterizzazione dei personaggi.
Un film che piacerà ai patiti del pop e agli amanti di questo genere di spettacoli grotteschi, colorati e carichi di allusioni erotiche, nati nell'Inghilterra vittoriana ma diventati celebri negli Stati Uniti.