Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Supportato da una fotografia efficace, sbiadita e polverosa alla maniera delle immagini di repertorio degli anni '70, Carlos è un lavoro asciutto, realistico, che elegge a proprio modello il miglior cinema documentario.
Il grande merito artistico dell'opera di Mario Canale sta nell'aver riportato alla memoria l'originalità di un artista che da subito ha conosciuto il successo; il documentario non propone nulla di originale dal punto di vista stilistico, ma la sua forza sta nella genuina testimonianza che vuole essere.
La madre piena di grazia è rappresentata qui in tutto il suo realismo a partire dal mistero del concepimento fino all'età adulta, passando per il momento più intenso, quello di un parto mostrato con infinito pudore in tutta la sua stupefacente naturalezza da Guido Chiesa, il quale miscela liberamente la lettera dei Vangeli canonici con quelli apocrifi.
L'esordiente Yonebayashi adatta i temi portanti della poetica di Miyazaki (l'ecologismo, la simbiosi con la natura, il rispetto per le diversità) a un soggetto di cui si nota la matrice occidentale, proveniente da un libro dell'autrice inglese Mary Norton.
Con il noir 'L'homme qui voulait vivre sa vie', ispirato a un'opera di Douglas Kennedy, il regista francese Eric Lartigau mette a segno un film carico di tensione in cui il thrilling dell'anima cattura lo sguardo anche grazie all'intenso Romain Duris.
L'economista e giornalista Giovanni Pedone esordisce con un documentario che, pur mantenendo un'impostazione tradizionale, riesce ad affrontare tutti gli snodi cruciali della crisi finanziaria globale, conducendo un'indagine che si affida tanto al parere degli esperti quando alle testimonianze della gente comune.
Evitando la lacrima facile, Il regista Hans Van Nuffel indaga con attenzione le dinamiche relazionali instauratesi nel microcosmo dell'ospedale, e va a scandagliare con la sua macchina da presa la solitudine del protagonista, il giovane e bravissimo Stef Aerts.
Fariborz Kamkari costruisce il suo melodramma bellico usando un ritmo spedito, avvincente, piacevole, ma fin troppo 'facile'.
Susanne Bier è abilissima a costruire un film in cui la tensione parossistica serpeggia fin dalle prime scene, ma il suo cinema così duro e viscerale non potrebbe fare a meno di un cast capace di esprimere l'incredibile gamma di emozioni richieste.
Ripercorrendo la favola del pirata Dragut, il quattordicenne Martino scoprirà l'amore, l'amicizia e il valore del sacrificio, in un'Italia sospesa tra la strage di Ustica e quella di Bologna.
L'immortale segna un interessante cambio di direzione, almeno provvisorio, nelle produzioni della Europa Corporation di Luc Besson. Accantonato l'action spunta il cinema di genere più nobile in Francia: il polar, in un film in cui riecheggiano i temi dell'onore e della vendetta e si corteggia il classicismo andato perduto.
Cinema indipendente orgogliosamente pulp (sì, per una volta Quentin Tarantino potrebbe essere citato non a sproposito) che usa gli strumenti del cinema d'autore per inscenare un balletto macabro, in cui lo spettatore mantiene sempre, magari suo malgrado, un irriverente ghigno sul volto.
Nonostante il regista cinese Liu Bingjian definisca il suo film come un thriller, 'The Back' è in realtà una riflessione autoriale sull'incancellabile eredità del maoismo, realizzata con piglio antinarrativo che privilegia uno stile pittorico delle inquadrature.
Nakata mette in scena un gioco cinematografico che, pur laddove tocca blandamente il tema della società dello spettacolo e dei reality è in realtà una divertita rielaborazione del sempiterno Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, già in passato oggetto di citazioni e variazioni sul tema da parte del cinema di genere.
Piccolo film prevalentemente al femminile, esordio della regista taiwanese Yu-Hsiu Camille Chen, Little Sparrows scandaglia gli abissi del dolore con leggerezza, con un tocco trattenuto e scevro da enfasi.
Un documentario che racconta un disco tra i più rappresentativi della carriera di Bruce Springsteen, presentato al Festival di Roma alla presenza del rocker, in una festosa atmosfera da concerto.
All'opera di Christian Molina non mancherebbe proprio nulla per dirsi riuscita, eppure quello che stona è l'assenza di un vero e proprio punto di vista dell'autore in riflessione universale sull'essere umano.
L'estroso, eccentrico, provocatorio autore di Hedwig e Shortbus John Cameron Mitchell infrange altri tabù in Rabbit Hole, ma lo fa con sorprendente garbo e misura, e lo script di David Lindsay-Abaire conserva la semplicità e l'intimità del dramma, trattenendo le emozioni dei protagonisti così come loro stessi reprimono e nascondono l'un l'altro i propri sentimenti.
Pur essendo una commedia piacevole, 'Le migliori cose del mondo' si rivolge al mondo degli adolescenti con sincerità, senza nascondere le problematiche legate alla loro età. L'opera della Bodanzky trasuda una forte impronta di autenticità, grazie anche alle interpretazioni dei giovani attori non professionisti.
La regia di Fincher torna ai massimi livelli grazie alla gestione precisa ed efficace di uno script perfetto e di interpreti giovani e carismatici. Un film che celebra nel migliore dei modi la straordinaria avventura della creazione di Facebook.
Tra le ombre di un rapporto padre-figlio, un cupo intreccio di amicizia, cronaca e vendetta e le gelide atmosfere della Germania. 'Una vita tranquilla' ci trascina con un ritmo esplosivo mentre gli sguardi e il talento di Toni Servillo e del giovane duo D'Amore-Di Leva ci ricordano che il nuovo cinema realistico italiano gode di ottima salute.
Imperfetto sotto tutti i punti di vista il film è diretto da Ricky Tognazzi con un incedere svogliato e poco brillante stilisticamente assai più vicino alla fiction tv, a conti fatti la formula più indicata per raccontare una storia così piena di temi e con così tanta carne al fuoco.
Il regista irlandese Ger Leonard, al suo esordio registico, realizza un affresco corale che delinea un'umanità sofferente e violenta. L'operazione si caratterizza per una ricerca elaborata sul piano formale, che però finisce per sconfinare nel manierismo.
E' un film cupo e senza speranza Crime d'amour, testamento artistico di Alain Corneau, scomparso il 30 agosto scorso; il racconto procede lento su un'ineludibile catastrofe di avvenimenti fino allo sconvolgente epilogo, mostrando in maniera mirabile la sadica trasformazione di un rapporto di apparente amicizia tra due donne manager in un qualcosa di completamente opposto, che per forza di cose rende necessaria (anche) l'eliminazione fisica dell'altro.
Poetico, terrorizzante, tenero e dolente ritratto di un'adolescenza difficile Let me in è per fortuna lontano anni luce dal glamour fantasy di Twilight ma più romanticamente vicino a E.T., specialmente per i tanti riferimenti al cielo, alla Luna, alla passione del ragazzino per i paesaggi lunari e per lo strettissimo legame d'amicizia che si crea con 'la creatura', con il diverso venuto da chissà quale parte dell'universo.
Il film della regista messicana María Novaro, una delle più apprezzate autrici del suo Paese, si caratterizza per affrontare il tema dell'Alzahaimer da un insolito punto di vista, sottolineando le strette connessioni esistenti tra mondo naturale ed emozioni umane.
Partendo dal romanzo di Andrea Camilleri, caratterizzato da un notevole sperimentalismo linguistico, il regista Mortelliti realizza un adattamento cinematografico più lineare, puntando soprattutto sulla ricostruzione scenografica e sulla valorizzazione degli interpreti.
Col suo esempio Benazir Bhutto ha ispirato milioni di giovani donne musulmane, non solo pachistane, ma di tutto il mondo, le ha incoraggiate a lottare per i proprio ideali con coraggio aprendo loro la strada a mestieri di prestigio, allo sport, fornendo loro assistenza sanitaria. Nonostante gli aspetti controversi sfiorati dalla pellicola, l'eredità lasciata da Benazir Bhutto nel Pakistan di oggi non si cancella.
Nigel Cole firma un film piacevole nella confezione ed interessante nei contenuti, che ha il suo elemento di maggiore potenza nel talento della deliziosa Sally Hawkins.
Nel suo terzo lungometraggio, Kraus racconta l'evoluzione morale di una giovanissima poetessa e, insieme, i cambiamenti sociali a cui l'Europa si stava preparando, e lo fa con grande forza espressiva, senza rinunciare alla sensibilità.
Jim Loach dà al film un taglio realistico e niente affatto declamatorio, rendendo evidente la volontà di affrancarsi dall'ingombrante figura paterna, e controllando accuratamente l'aspetto emotivo della vicenda.
Minuziosa ricostruzione storica, sfrenata visionarietà della favola, messaggio morale e omaggio alla magia del cinema si fondono in maniera prodigiosa in questo capolavoro di Miyazaki, straordinaria testimonianza della libertà espressiva che è in grado di concedere l'animazione.
La miniserie in due puntate 'Sotto il cielo di Roma' alterna, incrociandole, due prospettive diverse sui tempi oscuri della II Guerra Mondiale, raccontandoci le scelte prudenti di papa Pio XII e le storie sentimentali di tre giovani ebrei romani che ne subirono le conseguenze.
Hossein Keshavarz riesce a trasformare gli inevitabili limiti produttivi in mezzi espressivi, attraverso i quali veicolare un affresco della vita di Teheran che ha un forte taglio realistico e non esclude una scrittura molto accurata.
Rigoroso, ambizioso, emozionante, il film di David Michod punta sull'autenticità per raccontare con piglio maturo e documentaristico il mondo della criminalità di Melbourne e un'agghiacciante vicenda familiare.
Forte di un cast eccezionale, Guillaume Canet rifiuta ogni facile stereotipo tratteggiando con accuratezza relazioni affettive costellate di quelle piccole crudeltà che spesso sono proprio gli amici più intimi a infliggerci.
Doveva essere un atto d'accusa verso la scuola italiana e le sue storture ed in piccola parte Valerio Jalongo riesce nell'impresa, ma la prima opera italiana in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma perde molta della forza originaria per l'incertezza del registro usato nella narrazione.
Attesissimo ritorno di John Landis, Burke & Hare - Ladri di cadaveri è uno spregiudicato e grottesco showtime, una commedia nera sovversiva e spassosa che unisce sullo schermo due strepitosi Andy Serkis e Simon Pegg.
Il film d'esordio di Massy Tadjedin potrebbe esser definito un thriller dei sentimenti e al contempo un dramma sentimentale incentrato sul sospetto, raccontato con dovizia di particolari visivi, ma allo stesso tempo elegantemente asciutto per quanto riguarda i dialoghi.
L'introduzione della tridimensionalità non basta a distogliere l'attenzione dalla sceneggiatura confusionaria e pasticciona di questo secondo lungometraggio animato di Straffi, in cui le sue fatine hanno a che fare davvero con troppi problemi.
E' un "tornare indietro" diverso quello che propone Sam Garbarski nel suo Quartier Lointain - In una città lontana; non ci sono magie, né incantesimi nella vicenda di un cinquantenne alla deriva che sembra aver perso ogni slancio affettivo; l'autore transalpino trasforma il fumetto di Jiro Tanaguchi in un racconto sul tempo di ampio respiro.
L'esordio alla regia di Roberto Garzelli si rivela viziato da un intellettualismo stucchevole, che passando per voluta freddezza nel rappresentare una storia estrema, finisce invero per generare tedio.
Il regista Alexandre O. Philippe dà vita a un documentario atipico, che si regge sul fondamentale contributo dei fans sparsi per il mondo, per raccontare il rapporto di amore/odio che da un trentennio li lega al creatore della loro saga preferita.
La figlia Maria Sole traccia un ritratto affettuoso ma non edulcorato di Ugo Tognazzi: artista e uomo complesso, eclettico e sempre insoddisfatto, capace di farsi amare tanto dal pubblico quanto nel privato.
Nella sezione L'altro cinema - Extra di questa edizione della kermesse romana, si segnala questo bell'esordio del regista trentenne Hajime Izuki, che parla di solitudini metropolitane con uno sguardo scarnificato, privo di orpelli.
Il film di Blossier sembra voler recuperare innanzitutto un'estetica di genere tipica degli anni '80, con un buon senso del ritmo e una discreta padronanza della tensione, ma senza molta inventiva.
Con grande sensibilità nella narrazione e con una visionarietà incredibile 'Il regno di Ga'Hoole: la leggenda dei guardiani' colpisce cuore e occhi e si appresta a conquistare gli agnostici del fantasy e gli scettici su Zack Snyder, che si destreggia abilmente nel sorprendente mondo dei rapaci notturni in cui si combatte un'epica lotta tra il bene e il male.
Fausto Brizzi ha chiamato a raccolta alcuni dei suoi attori preferiti per realizzare un'opera monumentale sulla guerra dei sessi, talmente corposa da dovere essere divisa in due parti; il risultato, però, è molto deludente rispetto alle grandi aspettative dell'intera operazione e non c'è neanche l'ombra della spaventosa ricchezza di temi addotta dal regista per spiegare la motivazione della divisione in due capitoli del film.
Con uno sguardo poetico e teneramente comico Figli delle Stelle alterna momenti di puro divertimento ad altri di introspezione, regalando allo spettatore una frizzante storia delicatamente vintage imperniata su un gruppo di soliti ignoti che si ribellano all'assuefazione e all'impotenza disobbediendo al sistema, compiendo un gesto avventato e simbolico in nome della giustizia.
Il film di Provost non cede alle tentazioni di uno sguardo pietistico, ma segue da vicino la vita e il lavoro di Séraphine, ne indaga il quotidiano secondo la sua ottica, svela la semplicità e complessità insieme del suo approccio all'arte.