David Cronenberg: quando il cinema è un’oscura meraviglia

È uno dei registi più originali, visionari e incisivi dei nostri tempi, un autore capace di far prendere forma a incubi e ossessioni dell'animo umano scivolando tra la fantascienza, il dramma psicologico e l'horror. Celebriamo i settantacinque anni del grande David Cronenberg con un itinerario attraverso i suoi film.

Ciascuno di noi è uno scienziato pazzo, e la vita è il nostro laboratorio. Tutti facciamo esperimenti per trovare un modo di vivere, di risolvere i problemi, di respingere la follia e il caos.

I demoni sotto la pelle

David Cronenberg sul set del film La promessa dell'assassino

"Nessuno mi aveva mai fatto questo complimento riguardo l'interno del mio corpo."; "Invece è importante la bellezza interiore... dovrebbero fare dei concorsi di bellezza anche per l'interno dei corpi". Nel primo dialogo fra l'attrice Claire Niveau (Geneviève Bujold) e il ginecologo Beverly Mantle (Jeremy Irons) si fa cenno a uno degli aspetti chiave di tutto il cinema di David Cronenberg: la dicotomia fra l'interno e l'esterno, fra il corpo - rappresentato anche e soprattutto nei suoi mutamenti e nelle sue deformazioni - e tutto ciò che si cela sottopelle, inclusa la complessità inestricabile della psiche... quella psiche i cui spettri sono destinati ad emergere in superficie per invadere la nostra realtà.

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La sequenza in questione è tratta da Inseparabili, forse il capolavoro di un regista che, in cinque decenni di attività, ha raccontato i lati oscuri dell'essere umano con una forza narrativa e una capacità di messa in scena che hanno ben pochi termini di paragone. Dal cinema squisitamente di genere degli esordi, con una serie di b-movie dai quali già emergeva una poetica ben precisa, alle personalissime trasposizioni di rinomate opere letterarie, il regista nato a Toronto ha disegnato un itinerario tanto fascinoso quanto disturbante, senza mai tirarsi indietro di fronte alla possibilità di indagare l'orrore nelle sue molteplici e più varie manifestazioni.

David Cronenberg e Robert Pattinson a Cannes

È impossibile quantificare l'importanza della produzione di David Cronenberg, composta da una ventina di lungometraggi e da un solitario cimento letterario (Divorati, angoscioso romanzo pubblicato nel 2014), così come il suo impatto sul nostro immaginario culturale e l'influenza che ha esercitato e continuerà a lungo ad esercitare. E oggi, in occasione del settantacinquesimo compleanno dell'autore canadese, proviamo a inoltrarci lungo i tenebrosi sentieri dei suoi film, a riviverne i parti mostruosi e gli incubi a occhi aperti e a rintracciarne i fil rouge e le ossessioni ricorrenti...

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"Ma adesso il sogno è finito e l'insetto è sveglio": il body horror

Una scena de Il demone sotto la pelle

In campo cinematografico, quel peculiare genere conosciuto come body horror ha avuto in David Cronenberg il suo alfiere indiscusso: la centralità del corpo umano, nel segno di un binomio di attrazione e repulsione, contraddistingue infatti l'intera opera del regista. In particolare il corpo, con le sue mutilazioni e le sue metamorfosi, sarà il concreto veicolo di orrore della prima parte della carriera di Cronenberg: a partire da Il demone sotto la pelle (Shivers), suo primo lungometraggio a ricevere, nel 1975, un'autentica distribuzione nelle sale. Dalle creature simili a giganteschi vermi che, in Shivers, seminano il panico e la morte fra le abitazioni di un condominio, penetrando letteralmente nei corpi di uomini e donne, alla disgustosa escrescenza che nel successivo Rabid - Sete di sangue, del 1977, scatenerà un'incontrollata epidemia di zombie: nei primi film di Cronenberg l'orrore ha puntualmente origine nel corpo, violato da elementi alieni, e dal corpo si propaga con la forza distruttiva di un contagio.

Jeff Goldblum in una sequenza del film La mosca

Al suddetto filone si ascrive a pieno diritto pure Brood - La covata malefica, del 1979, in cui l'orrore prende forma mediante le ributtanti creature date alla luce da Nola Carveth (Samantha Eggar), protagonista di uno degli epiloghi più spaventosi e visivamente impressionanti del cinema del periodo. L'apice del body horror, tuttavia, sarà sancito un decennio più tardi da La mosca, nuovo adattamento per lo schermo del racconto di George Langelaan, che nel 1986 diventa il maggior successo di pubblico nella carriera del regista. Storia dell'agghiacciante metamorfosi dello scienziato Seth Brundle (Jeff Goldblum) provocata da una contaminazione genetica, La mosca spinge ancora più oltre la rappresentazione del corpo umano come teatro di un orrore progressivo e inesorabile.

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"Gloria e vita alla nuova carne!": la fantascienza tra il corpo e la mente

Christopher Walken in una scena de La zona morta

A partire dal 1981, con Scanners, David Cronenberg dà inizio a una nuova declinazione del body horror: una declinazione che, oltre ad assimilare in misura sempre maggiore elementi della fantascienza, non si limita ad esaminare le mutazioni fisiche, ma si focalizza in misura altrettanto importante anche su quelle della mente umana. Il nucleo narrativo di Scanners, ad esempio, è costituito dai poteri telepatici e telecinetici di individui soprannominati scanner, mentre l'anima più squisitamente horror del film può essere sintetizzata da una sequenza cult del cinema di Cronenberg, l'improvvisa esplosione di una testa. Anche Johnny Smith, il personaggio interpretato nel 1983 da Christopher Walken ne La zona morta, è dotato di speciali facoltà mentali, ovvero la capacità di prevedere - e quindi modificare - il futuro; il progetto vede Cronenberg cimentarsi con il romanzo omonimo di Stephen King, con un thriller che in parte si distanzia dallo stile tipico del regista.

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James Woods 'stregato' dalle labbra di Debbie Harry in Videodrome

Ma nel 1983, accanto a La zona morta si colloca pure uno dei titoli fondamentali della filmografia cronenberghiana, Videodrome: un'opera talmente all'avanguardia, per temi e suggestioni, da registrare un deludente responso commerciale, per essere riscoperta e rivalutata solo in seguito. Videodrome, viaggio da incubo nei deliri di Max Renn (James Woods), esprime infatti in maniera esemplare la componente più allucinatoria del cinema di Cronenberg, presentando una visione alterata della realtà, ma anche le sue derive gore e horror (corpi orrendamente sventrati, la compenetrazione fra la carne e lo schermo). Dalla realtà deformata di Videodrome si passerà, nel 1999, all'esplorazione di una vera e propria realtà virtuale in eXistenZ, incentrato su una futuristica ipotesi di biotecnologia.

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"La separazione può essere una cosa spaventosa": la ragnatela della follia

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Nel 1988 Inseparabili, ispirato al romanzo Twins di Bari Wood e Jack Geasland e realizzato a due anni dal trionfo de La mosca, segna una svolta radicale nel percorso di David Cronenberg: un reciso allontanamento dai territori dell'horror per inoltrarsi a fondo nei meandri più oscuri della psiche. Nella descrizione del rapporto fra i gemelli Elliot e Beverly Mantle, contraddistinti da personalità complementari e uniti da una relazione di dipendenza patologica, il regista costruisce il film come una progressiva discesa nella follia: le ossessioni interiori di Elliot e Beverly, in questo caso, si materializzano in alcune agghiaccianti sequenze oniriche (il sogno in cui Claire separa a morsi i corpi dei due gemelli) e sono affidate alla magistrale 'doppia' interpretazione di uno straordinario Jeremy Irons.

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L'indagine della follia proseguirà in altre due trasposizioni di opere letterarie, con il confronto con due nomi di primo piano della narrativa degli ultimi decenni. Ne Il pasto nudo, tratto nel 1991 dal controverso romanzo di William S. Burroughs, Cronenberg ci immerge nelle orripilanti allucinazioni di William Lee (Peter Weller), che interagisce con giganteschi scarafaggi, viene spinto a uccidere la moglie Joan (Judy Davis) e vive una bizzarra avventura che lo porterà fino a Tangeri (la storia è parzialmente ispirata alla vita dello stesso Burroughs). Spider, adattamento del 2002 del libro di Patrick McGrath, si sviluppa invece lungo un duplice binario narrativo: il presente di Dennis Cleg (Ralph Fiennes), schizofrenico appena dimesso da un manicomio, e i flashback del suo tormentato passato e dell'assassinio della madre (Miranda Richardson). Due linee temporali condotte a intrecciarsi, sovrapporsi e confondersi con effetti sorprendenti, in uno dei film più inquietanti nella produzione del regista.

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"Sono solo un uomo che amava una donna creata da un uomo": eros e morte

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Fin dai mediometraggi sperimentali girati dalla fine degli anni Sessanta, Stereo (1969) e Crimes of the Future (1970), entrambi focalizzati su una sessualità contaminata e 'deviata', l'osservazione degli aspetti più ambigui dell'erotismo è stata uno dei temi al cuore della poetica di David Cronenberg: non a caso il connubio fra sesso e morte ha un ruolo centrale in film quali Rabid - Sete di sangue, Videodrome e Inseparabili, nonché nell'unico romanzo scritto finora dal regista, Divorati. L'amore come forma suprema di illusione, un sentimento vissuto e consumato anche nella sua dimensione mortifera, è stato messo in scena in maniera superba in uno dei film più struggenti e sottovalutati mai diretti da Cronenberg: M. Butterfly, trasposizione del 1993 del celebre dramma teatrale di David Henry Hwang. Un eccezionale Jeremy Irons presta il volto a René Gallimard, diplomatico francese che, nella Cina degli anni Sessanta, si lascia travolgere dal sentimento per Song Liling (John Lone), cantante dell'Opera di Pechino che sotto apparenze femminili nasconde una natura maschile.

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Se nei film dei decenni precedenti il regista ci mostrava le trasformazioni e le ridefinizioni del corpo in chiave orrorifica, in M. Butterfly la metamorfosi di Song, un maschio che 'interpreta' una donna, è generata invece da una forma di (auto)illusione, ma anche da un inscindibile processo di rielaborazione artistica della realtà; e Gallimard, d'innanzi al fallimento del proprio ideale di amore, finirà per smarrire la ragione, assumendo egli stesso le sembianze di Madama Butterfly in uno dei finali più splendidamente tragici di tutto il cinema cronenberghiano. Dal desiderio sublimato di M. Butterfly si passerà, nel 1996, a quello quanto mai concreto e perverso di Crash, un film in cui il connubio fra passione e sofferenza, fra Eros e Thanatos, raggiunge il suo apice più estremo. Nella trasposizione del libro di J.G. Ballard, infatti, non c'è solo una fusione fra pulsione erotica e pulsione di morte, ma anche quella fra la carne e la macchina, laddove la natura spontanea dell'Eros viene asfaltata dall'artificialità di un piacere legato a doppio filo ai concetti di mutilazione e di dolore.

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"Lo sanno che stiamo portando la peste?": la fine dell'innocenza

Viggo Mortensen con Maria Bello in A History of Violence

Nel 2005, il ritorno sulla scena di David Cronenberg con uno dei suoi titoli in assoluto più apprezzati e di maggior successo, A History of Violence, apre un nuovo capitolo nella riflessione del cineasta sulla violenza come componente endemica della natura e della società umane. Basato sull'omonima graphic novel di John Wagner e Vince Locke, A History of Violence racconta infatti un'improvvisa esplosione di violenza nella placida cornice della provincia rurale americana, nel momento in cui il tranquillo padre di famiglia Tom Stall (Viggo Mortensen) si sporca le mani di sangue per neutralizzare una coppia di rapinatori. L'angosciante doppiezza del personaggio di Tom, un uomo che non potrà sottrarsi al proprio passato, servirà dunque a smascherare e demolire l'illusorio ideale di innocenza dell'American way of life.

Keira Knightley di fronte a Michael Fassbender in A Dangerous Method

Quella violenza che Tom Stall tenta strenuamente di mascherare e di respingere è la sola legge riconosciuta nel microcosmo circoscritto de La promessa dell'assassino, che nel 2007 vede rinnovata la collaborazione fra Cronenberg e Viggo Mortensen. In questa occasione, il regista adotta i codici del neonoir e del gangster movie per elaborare un crudo affresco dell'universo della Mafia russa di stanza a Londra, dei suoi torbidi intrecci familiari e dei suoi sanguinari regolamenti di conti. Al contrario, è una violenza correlata alla fruizione del piacere quella che scorre latente in A Dangerous Method, film del 2011 basato su una pièce teatrale di Christopher Hampton sul triangolo composto da Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), da una sua giovane paziente affetta da isteria, Sabina Spielrein (Keira Knightley), che diventerà poi la sua amante, e da Sigmund Freud (Viggo Mortensen), mentore di Jung. La psicanalisi, il "pericoloso metodo" di indagine della psiche, dei suoi anfratti più reconditi e dei lati più ambigui della sessualità, sarà l'epidemia che, all'alba del ventesimo secolo, porterà a una rivoluzione radicale, come osserva ironico lo stesso Freud: "Lo sanno che stiamo portando la peste?".

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"Sui gradini della morte scrivo il tuo nome": gli spettri di un futuro passato

Cosmopolis: Robert Pattinson in una scena del film poggiato su una lunghissima limousine

In un percorso artistico sempre rigoroso e coerente, ma che nel tempo ha attraversato cambiamenti ed evoluzioni, l'attuale punto d'arrivo, in attesa di notizie sui prossimi progetti del maestro canadese, si può rintracciare in due film estremamente complessi e stratificati: Cosmopolis e Maps to the Stars, due opere che contribuiscono a delineare un ritratto inesorabilmente cupo, dai contorni quasi apocalittici, della nostra contemporaneità e dei suoi simulacri ormai privi di significato. L'impresa semi-impossibile di Cosmopolis, del 2012, consisteva nel trasporre in immagini il romanzo di uno degli alfieri della narrativa postmoderna, Don DeLillo: recuperandone la struttura dialogica e l'ambientazione claustrofobica (gran parte del racconto si svolge all'interno di una limousine), David Cronenberg prende spunto dalle contraddizioni di un capitalismo sfrenato per dipingere scorci di un mondo impazzito: una New York messa a ferro e fuoco e in procinto di sprofondare nel caos.

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Maps to the stars: Mia Wasikowska in una scena
Maps to the stars: Julianne Moore in una scena

È invece una Hollywood da incubo a fare da teatro nel 2014 a Maps to the Stars, dramma con venature satiriche in cui si intrecciano i destini incrociati di un piccolo gruppo di personaggi: dalla diva sul viale del tramonto Havana Segrand (Julianne Moore), vissuta perennemente all'ombra di una madre leggendaria che non cessa di perseguitarla, ad Agatha Weiss (Mia Wasikowska), misteriosa ragazza dal volto sfigurato, passando per manager spregiudicati, star adolescenti e autisti con sogni di gloria. Se Cosmopolis ci raffigurava un presente (o un futuro?) alle soglie dell'inferno, la Hollywood di Maps to the Stars è una città di spettri: l'ultimo lavoro di Cronenberg è infatti un film popolato di morti che tornano dall'oltretomba, di minacciosi Doppelgänger, di rimorsi e ossessioni che prendono corpo sottoforma di autentici fantasmi. Dietro la veste di pseudo-horror gelido e beffardo, Maps to the Stars si offre così come il canto funebre di un'epoca e del suo immaginario: un'impossibile tragedia greca i cui sinistri echi si rincorrono, da un angolo all'altro della "fabbrica dei sogni", nelle pieghe di una farsa amarissima e senza speranza.

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