Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Più che al consapevole recupero e alla rielaborazione di un immaginario pulp e pop che ha visto il suo principale artefice in Tarantino, siamo qui di fronte a un omaggio che parte da un immaginario tipicamente moderno, trasportando in esso l'ingenuità del soggetto originale e invitando esplicitamente lo spettatore a riderne.
Rimodernato nell'aspetto, grazie alla computer grafica e al 3d, ma non nell'essenza, l'orso Yoghi dovrà stavolta affrontare problemi più grandi dell'approvvigionamento di cibo: la chiusura del parco di Jellystone.
Per questo suo esordio nel lungometraggio, Giuseppe Papasso bandisce sapientemente ogni enfasi, mantenendo una semplicità di sguardo, quasi una timidezza nell'incedere del racconto, che vuole essere la stessa che caratterizza l'ottica del piccolo Salvatore.
In Skyline i fratelli Strause decidono di focalizzare l'attenzione su un piccolo gruppo di personaggi, sulle tensioni e divisioni tra loro, a cui fa da sfondo l'invasione aliena di Los Angeles.
Un ricco assortimento di pernacchie e affini che nel film di Paul Weitz assumono il tono di un divertissement infantile, come quando un bambino fa un versaccio al papà perché ci ha litigato; è proprio in questa regola aurea, enunciata con amabile grazia da Dustin Hoffman sta il segreto del terzo capitolo della fortunata saga dei Fockers-Fotter, una commedia costruita con gli ingredienti semplici di sempre.
Un'opera come L'elefante occupa spazio deve molto alle splendide facce del tre protagonisti che ne rappresentano l'anima, alla loro verve e alla loro follia, anche se nel documentario non manca la dimensione corale rappresentata da un microcosmo fatto di cassiere, registi, spettatori e semplici passanti.
Checco Zalone fa ridere. Non sappiamo quanto sia la penuria di altri talenti comici a far risaltare le sue capacità, in ogni caso anche la più scontata delle battute, recitata con quell'aria stralunata e cafona al tempo stesso, acquista una forza esilarante davanti a cui poco si può fare. Questo basta e avanza a coprire le magagne di un film divertente in cui la storia sembra addirittura superflua.
Piuttosto che sullo sforzo "documentaristico", i due registi preferiscono concentrarsi sui caratteri antropomorfi degli animali protagonisti, puntando le loro carte sul conflitto col mondo umano e premendo sul pedale della spettacolarità visiva.
La mano un po' grezza di Muccino, nell'accezione meno negativa del termine, contribuisce a restituire sullo schermo una storia dolce e amara fatta di spigolosità e chiaroscuri, caratterizzata da un tenore drammatico discontinuo alternato a momenti anche leggeri che si devono tutti alla dolcissima simpatia del piccolo protagonista.
The tourist è purtroppo un tentativo poco riuscito di realizzare un mix tra un lungometraggio old style alla maniera del grande Alfred Hitchcock, con l'eleganza delle migliori avventure di James Bond e il fascino luccicante dei film moderni pieni di volti noti sulla falsariga di Ocean's Eleven.
La creatività di Jean-Pierre Jeunet riesce nuovamente a sfornare una favola originale dalla storia fantasiosa, dai personaggi surreali e dal memorabile protagonista, un maestoso e chapliniano Dany Boon.
Un'opera strana, curiosamente priva di un centro, alla deriva e vittima delle sue stesse ambizioni; la descrizione di due generazioni a confronto (con una terza a far capolino) finisce per risolversi in una serie di scenette slegate tra loro, su cui grava una certa convenzionalità di scrittura.
Il film di Joseph Kosinski si riappropria dell'immaginario naïf ma al tempo stesso avveniristico del primo Tron per compiere la medesima operazione artistica, estendendo però la modalità di rappresentazione alle potenzialità plastiche e immersive della nuova tecnica tridimensionale.
Qualche lampo di perfidia e risate ad intermittenza per il ritorno sul grande schermo di Aldo, Giovanni e Giacomo, decisamente più ispirati rispetto al loro precedente lavoro; la storia scorre fluida e senza grossi intoppi grazie ad una sceneggiatura ben strutturata e alla regia diligente di Paolo Genovese, ma con un pizzico di coraggio in più il film avrebbe potuto prendere una piega diversa, forse più 'rivoluzionaria'.
Inizio d'effetto, alta tensione, poi esce fuori il lato filosofico e straordinariamente profondo di un film horror-thriller in stile Shyamalan, in cui nulla è esplicito, se non la paura, il buio e il senso di smarrimento.
Arrivato in Italia con un anno e mezzo di ritardo, questo film è un ulteriore tassello della riflessione portata avanti da Sam Mendes sulla famiglia borghese americana, sulle sue contraddizioni e sulla ricerca/necessità di radici.
Attenendosi piuttosto fedelmente all'impianto dei romanzi C. S. Lewis, la trasposizione cinematografica del terzo capitolo della saga di Narnia, più che un'avventura fantasy in senso stretto, può essere considerata come un'elaborata allegoria legata a temi spirituali e filosofici.
Dopo La vita che verrà e La meglio gioventù, ecco un'altra opera che parla dell'Italia di oggi, attraverso le storie di un microcosmo borghese; la morte di un figlio disgrega la famiglia Giordani, ma diventa l'occasione di una rinascita; con tutti i pregi (un ottimo gruppo di attori) e i difetti (l'eccessiva semplificazione in alcuni punti), la miniserie di Gianluca Maria Tavarelli si distacca nettamente dalla media delle fiction televisive, prodotte dalla Rai negli ultimi anni.
L'opera d'animazione della Dreamworks, diretta dal veterano Tom McGrath, piace per la scrittura accurata e la grande attenzione ai dettagli, punti di forza di un racconto che trova il suo senso nel sovvertimento di ogni clichè.
Mià e il Migù racconta con delicatezza e dolcezza una storia da favola, senza perdere di vista il suo tema principale dell'impegno ecologista ed ambientalista.
Solo un autore come Eastwood poteva lavorare su un materiale simile senza creare un'accozzaglia di simboli, o peggio un pietoso sermone recitato da un comodo pulpito; il suo aldilà non ha nulla di religioso, somiglia, invece, alla fantasia di un artista che si interroga su un argomento così delicato e personale, regalandoci una risposta che non vuole essere definitiva.
Un film che, nonostante il budget limitato, riesce a sfruttare al meglio le potenzialità della tecnologia a tre dimensioni, arrivando a comunicare un senso di letterale immersione che lascia piacevolmente meravigliati.
Guardare questo film vi farà vivere un'esperienza come poche, verrete travolti in un vortice di sovrumana violenza che non ha spiegazione, verrete catapultati in una di quelle avventure che non avreste mai voluto vedere sullo schermo ma che non riuscirete a non guardare fino in fondo.
Una commedia nera ferocissima e disturbante, un carosello satirico che racchiude metaforicamente tutte le contraddizioni dell'umanità in un solo personaggio, una sorta di freak in cerca di vendetta per la sua condizione.
Un film a tratti un po' confusionario, dichiaratamente anni '80 ma dal look inequivocabilmente anni '70, con un uso continuo di camera a mano, e dalle immagini sgranate, elementi che contribuiscono a sottolineare la turbolenza dell'età e della passione musicale che scorre nelle vene dei protagonisti.
Un noir contemporaneo, intramezzato dalle confessioni di menti pericolose dritte in camera (quelle dei protagonisti) ma anche coraggioso e teso, forse un tantino prevedibile e confezionato con un piglio grottesco che non riesce a graffiare quanto la caratterizzazione dei personaggi.
Un film che piacerà ai patiti del pop e agli amanti di questo genere di spettacoli grotteschi, colorati e carichi di allusioni erotiche, nati nell'Inghilterra vittoriana ma diventati celebri negli Stati Uniti.
Realizzato usando un linguaggio diverso dalla solita cronaca giornalistica e dotato di un insolito tocco farsesco, lontano dai toni drammatici che spesso gravano su questi argomenti, RCL sfrutta per il suo scopo unicamente il mezzo cinematografico e l'estro di un grande attore teatrale come Paolo Rossi.
Un film che non segue regole L'ultimo esorcismo, che non imita nessuno dei suoi predecessori e che riesce a portare una ventata di freschezza nel genere demoniaco nonostante la pratica dell'esorcismo sia uno dei temi più gettonati del cinema orrorifico.
Scordatevi i vampiri di Twilight; i discendenti di Dracula che animano il film del belga Vincent Lannoo amano il sangue umano, non si fanno problemi ad uccidere i bambini o gli handicappati, sono promiscui, incestuosi e ninfomani; ma sono anche ironici e divertenti, e per questo riusciamo a guardarli senza quella paura tipica che gli horror incutono.
Il brillante autore britannico esordisce al cinema dirigendo una commedia da brivido davvero pazzesca, dove la farsa illumina il moderno jihadismo e le situazioni tragicomiche in cui i protagonisti si ritrovano mettono in risalto le fragilità e le paure di quattro improvvisati terroristi.
The Bang Bang Club è un film d'avventura a tratti romanzato, talvolta altamente drammatico, con ampi sprazzi di cinema verità, ritmato, dettagliato e veloce seppur convenzionale nella messa in scena e nella narrazione.
Nel film di Peter Mullan tutto è come deve essere: la descrizione degli ambienti proletari, l'utilizzo del turpiloquio come lingua a sé; se qualcosa non convince, però, è l'accumulo di informazioni che riceviamo sul giovane protagonista, senza che nessun elemento riesca ad essere la chiave giusta per spalancare il suo mondo.
Il norvegese Bent Hamer continua ad offrirci i suoi ritratti agrodolci di viva solitudine, le sue storie minimali di uomini e donne che il gioco degli affetti ha ridotto spesso ad outsider, ma nondimeno vivi, mai arresi, mai pacificati.
Una storia dolce e amara come sa essere la vita, che racconta come si cambia per amore di qualcuno, ma anche un film triste, intenso e a tratti incredibilmente divertente, di chiara impronta teatrale, recitato in maniera impeccabile e commovente da tutti gli attori, bravissimi nel trascinare chi guarda in un turbinio di emozioni forti che sfiorano il cuore lasciando addosso una velata malinconia.
Napoli 24 è un piccolo miracolo, un gioiello in cui le pietre preziose spuntano dove meno te l'aspetti; un'opera che riesce ad emozionare per la verità che trasmette; e non parliamo di quel tanto sbandierato realismo che viene invocato dai più quando ci si trova a dover raccontare un materiale così sfaccettato e complesso, ma di quella poesia che traspare dall'umanità.
E' una vera sorpresa il documentario di Giovanni Piperno, non tanto per lo stile, quanto per la portata del messaggio che tra mille imbarazzi si trova ad incarnare; il fascino degli Agnelli è stato sì lo splendente biglietto da visita dell'Italia che piace, ma ha lasciato dietro di sé morti e feriti.
Capolavoro o esperimento non riuscito alla perfezione? La verità, forse, sta nel mezzo, perché The Hunter, opera del regista iraniano Rafi Pitts presentata fuori concorso al 28.mo Torino Film Festival, parte come un potente affresco dell'attuale società iraniana, un mondo in cui le contraddizioni sono all'ordine del giorno, così come i conflitti politici, per poi affondare nelle sabbie mobili di un confusionario racconto della mediocrità umana.
Nonostante l'infinita venerazione per Carpenter e per tutto ciò che il suo cinema ha rappresentato per gli appassionati del fanta-horror, The Ward non brilla per originalità, ma fa la sua degna figura sul grande schermo, d'altronde la classe c'è ed è innegabile.
Cinema civile e politico dunque quello di Loncraine e Morgan, sperimentale a suo modo ma anche tradizionale nella narrazione, intrecciata tra eventi privati e pubblici dei due personaggi, Clinton e Blair, che sono stati per anni al centro della scena mondiale.
In 127 Hours ritroviamo il Danny Boyle di sempre, quello che non ha paura a mescolare linguaggi diversi, ma che sa fermarsi davanti alla vera tragedia di Aron Ralston, un uomo disperatamente solo, interpretato dallo strepitoso James Franco.
Surreale, divertente, ironico, onesto. 'Infedele per caso' non è un film rivoluzionario ma un piccolo, bizzarro gioiellino semplice e irriverente capace di parlare al pubblico senza mezzi termini sulla 'questione' religiosa, farcito con un gustoso umorismo inglese in salsa agrodolce.
Con uno stile asciutto, in cui i movimenti di macchina sono quasi sommessi, completamente asserviti ai corpi e ai volti degli attori, i bravi Kristin Scott Thomas e Pio Marmai, Lola Doillon propone una sua visione personale del mondo e dei rapporti umani, ponendo interrogativi interessanti su quale sia il confine tra violenza e desiderio di vedere il proprio partner finalmente privo di ogni corazza.
Il fenomeno trans-mediale di Jackass è la perfetta incarnazione di tutti i paradigmi che dominano l'attuale immaginario dei media; uno degli indicatori più efficaci per misurare la spettacolarizzazione della società in cui viviamo. La terza dimensione accentua il grado di immersione dello spettatore, che viene così proiettato nelle squinternate e incoscienti esibizioni messe in scena da Johnny Knoxville e compari.
La rivisitazione contemporanea (e non priva di umorismo) che la Disney opera della classica fiaba di Raperonzolo comprende una principessa niente affatto rassegnata a rinunciare ai suoi sogni di libertà e un protaonista maschile declassato da principe a ladruncolo dalle grandi speranze.
Scapestrata commedia corale prenatalizia, 'A Natale mi sposo' si aggiunge a una tradizione tutta italiana che funziona da quasi trent'anni, ma apporta qualche cambiamento giocando d'anticipo, con un titolo significativo, un'ambientazione non esotica e la strana coppia Salemme-Boldi.
L'equazione matematica è quasi lapalissiana: c'è la solita trentenne in crisi, Katherine Heigl, l'oggetto del desiderio, Josh Duhamel, e una bimba che li inchioda alle loro responsabilità; non ci si aspettava qualcosa di diverso, ma una maggiore caratterizzazione dei protagonisti, quasi obbligatoria in presenza di storie dall'andamento immaginabile.
Un'ora e mezza di cinema italiano ne La donna della mia vita, che mescola sapientemente l'esperienza e la freschezza di attori di due diverse generazioni sotto la guida di un regista misurato come Luca Lucini che con discrezione fa un passo indietro e si mette alla finestra, a completa disposizione di un copione di stampo teatrale.
Variazione sul tema del cult Tre uomini e una culla, la nuova fiction interpretata da Banfi e Toffolo sfiora temi anche importanti, come il rapporto padre-figlio, la vecchiaia e le discriminazioni sessuali, con un tono leggero e in grado di arrivare a larghi strati di pubblico.
La sposa Uma Thurman ancora una volta alle prese con una vendetta, ma stavolta è lei a subirne le conseguenze. Una commedia vivace e colorata che, nonostante qualche difetto, scivola verso il finale portandosi via i pensieri di troppo.