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Il regista di '30 anni in un secondo' torna a confrontarsi con l'amore e l'età in una commedia romantica ambientata tra le campagne e i vigneti italiani e affida la riuscita del film a un educato umorismo e alle ottime prove degli attori protagonisti, tra cui spicca una superba Vanessa Redgrave.
Un remake che prova a trasportare l'icona-Krueger in una dimensione moderna, restituendo il personaggio alla sua natura onirica e spaventosa, non ancora contaminata dalle successive derive umoristiche.
Ingabbiato in una narrazione spezzettata e poco omogenea, che risente probabilmente della concezione letteraria divisa in capitoli, il film opta per una 'soluzione' amorosa anzichè incentrarsi sul vero motore della storia e cioè il surf, costretto nel ruolo di comparsa.
Dodo Fiori, alla sua seconda regia, si cimenta con un melodramma da camera incentrato su un contrastato rapporto padre - figlio, in cui gli spunti pur articolati del soggetto non sono controbilanciati da un adeguato sviluppo cinematografico del racconto.
Dai blockbuster come Salt e Inception, ai grandi eventi televisivi, come Boardwalk Empire di Scorsese, e festivalieri, come l'imminente Mostra del Cinema di Venezia. Una panoramica sulle novità in arrivo.
North Face - Una storia vera mescola storia e finzione innestando il filone del melodramma sentimentale nella cronaca della preparazione e della sfortunata ascesa di Kurz e Hinterstoisser, dando colore ai loro personaggi e spolverando il tutto con un pizzico di humor e tanta emozione.
Classico esempio di cinema dei buoni sentimenti, ci troviamo davanti ad una commedia romantica che, nonostante la delicatezza dei toni usati per raccontare la storia d'amore nascente tra i due protagonisti, esamina con una certa superficialità il mondo dei "venditori di felicità", indirizzando con furbizia lo sguardo dello spettatore facile alla lacrima.
I complessi interrogativi di tipo civile e giudiziario, pur sottesi allo spunto di partenza del film, si rivelano più che altro un pretesto per mettere in scena un action sovraccarico, che prende le mosse dal filone del 'Giustiziere della notte' per contaminarlo con le nuove tendenze in fatto di thriller quali il 'torture porn'.
La trama di Monsters non è certo originale, ma il suo rispondere a canoni precisi apre un universo di riferimenti che intrigano fin da subito gli appassionati del cinema di genere.
In questa distesa di ghiaccio e sangue l'evocazione onirica del curling occupa uno spazio ridotto, ma infinitamente significativo. Lo sport di squadra come metafora dell'esistenza, della solidarietà, della fiducia reciproca, del divertimento e della realizzazione personale a cui il protagonista aspira.
Di fatto in Winter Vacation non accade mai nulla, ma i lunghi piani d'ambientazione che fotografano il desolato paesaggio invernale cinese sono intervallati da fulminanti sipiarietti familiari.
Dopo la proiezione del divertente road movie horror Monsters, il Festival si prepara a chiudere i battenti. Personaggio chiave dell'ultimo giorno sarà il maestro Francesco Rosi che sarà a Locarno per ritirare il Pardo alla carriera.
Sansone si accontenta di rivolgersi al pubblico di giovanissimi e di famiglie, affidandosi ad una massiccia dose di CGI per rendere i bizzarri comportamenti dei cani protagonisti.
Una pellicola animata russa ha sconfitto la pioggia battente della Piazza Grande, riscaldando i cuori di grandi e piccini. Nel frattempo ad animare il concorso internazionale ci hanno pensato Brasile e Cina.
Orrore e romanticismo a Locarno con Monsters, esordio al lungometraggio del giovane regista inglese Gareth Edwards.
Un horror intelligente, ancorché legato alle convenzioni delle ghost story orientali, che affronta un tema da sempre suggestivo per il genere come quello dei gemelli monozigoti.
Contesto sociale e sfera privata si fondono in una pellicola capace di far riflettere pur mantenendo un'ironia di fondo costante, ma sommessa, che emerge quando il protagonista si imbatte in una galleria di personaggi borderline tratteggiati con sagacia dal regista Eran Riklis.
La musa di tanti registi francesi arriva al festival per presentare il suo disturbante Bas-Fonds, storia di violenza e marginalità tutta al femminile.
La giornata dedicata alla cinematografia francofona ci riserva un thriller di qualità interpretato dal bel Benoit Magimel e l'ottimo Curling del canadese Denis Coté.
A differenza di molti film indipendenti, Cyrus non gira mai a vuoto grazie soprattutto allo straordinario talento degli interpreti capaci di guardarsi dentro con onestà per dar vita a personaggi ricchi di umanità e spessore.
Splice conferma la capacità di Natali di realizzare film che possano far discutere, offrendo più di uno spunto capace di sostenere il plot e soprattutto di persistere nella mente dello spettatore anche al termine della visione.
Un grande ritorno, quello di Daniele Gaglianone, che muovendosi da uno spaccato allucinato della periferia torinese e dal difficoltoso rapporto tra due fratelli, le cui parabole esistenziali annaspano ai margini della società, restituisce un'immagine dell'Italia livida, amarissima e fondamentalmente veritiera.
Abbiamo incontrato Daniele Gaglianone, autore la cui sensibilità ha già prodotto opere come I nostri anni e Nemmeno il destino, per investigare sulle motivazioni profonde che lo hanno spinto a realizzare un lungometraggio come 'Pietro', la cui sconvolgente attualità non passerà certo inosservata.
John C. Reilly e Chiara Mastroianni hanno illuminato la giornata di ieri, che ha visto, inoltre, l'arrivo a Locarno di Valeria Golino e Riccardo Scamarcio nell'inedita veste di registi e produttori.
Doppio incontro con la coppia più bella del cinema italiano. Riccardo Scamarcio presenta il corto Diarchia, di cui è interprete e produttore. Valeria Golino esordisce alla regia con l'interessante Armandino e il Madre.
Il simpatico attore approda a Locarno in compagnia di uno dei registi del suo Cyrus, Jay Duplass, per presentare il film in Piazza Grande.
Donne in crisi d'identità, incesto e zombie assatanati di sesso: il concorso di Locarno entra nel vivo con un poker sconvolgente.
Christian Alvart dirige con sicurezza, a tratti azzarda, costruendo sequenze ben calibrate e tese al punto giusto, che strizzano l'occhio ai modelli del passato.
Presentata a Roma l'opera prima di Saverio Smeriglio, prima scrittore del romanzo, poi sceneggiatore e co-regista dell'omonimo film insieme all'amico disegnatore Andrea Goroni. Una storia sul destino, sul surf e sulla realizzazione dei sogni.
La chiave di lettura di questa nuova versione del classico Disney sembra proprio il contrasto tra antico e moderno; l'operazione orchestrata da Turteltaub è meno divertente di quanto si potesse immaginare, ma abbastanza avvincente da spingere il pubblico a passare un paio d'ore in totale relax.
Alla desolante chiusura di molte sale cinematografiche, abbandonate da spettatori e distributori, si contrappone la vivacità della televisione, ricca di proposte, in questo periodo. E le stelle (del grande schermo) stanno a guardare...
Una straordinaria annata ai botteghini italiani, soprattutto grazie al fenomeno 3D e ai blockbuster che ne hanno fatto largamente uso: Avatar di Jim Cameron su tutti, ma anche Alice in Wonderland.
Il primo tentativo di rappresentare in forma di commedia la vita nella tendopoli e il dopo terremoto a L'Aquila non convince più di tanto, minato com'è dalla banalità di dialoghi e situazioni, il cui tono eccessivamente scanzonato abbinato a un linguaggio filmico da fiction televisiva appare talvolta inappropriato al contesto.
Alla Casa del Cinema di Roma abbiamo fatto conoscenza col giovane regista Giuseppe Tandoi e con chi lo ha aiutato e girare il primo film di fiction, stando alle informazioni in nostro possesso, realizzato finora nelle tendopoli abbruzzesi.
La riflessione sull'immagine cinematografica come elemento da cui scaturisce il terrore, tipica del cinema asiatico dell'ultima decade, è l'elemento cardine cui ruota anche questo horror del tailandese Sopon Sukdapisit, sceneggiatore di 'Shutter' e 'Alone', qui al suo esordio registico.
Un quarto episodio che prova a chiudere la saga svecchiando in qualche modo i suoi temi, usando la logica del paradosso temporale già fatta propria da tanto cinema americano.
Lo script di Peter Berg e James Vanderbilt sa mantenere alto il ritmo della narrazione, arricchendola con una ricca dose di (auto)ironia e con personaggi dalle diverse personalità.
La Disney sbarca in Russia con un fantasy che vorrebbe unire la forza poetica dei racconti popolari e lo spettacolo puro; il risultato, però, è un ibrido di qualità non eccelsa, un racconto di semplice lettura e senza eccessivi approfondimenti che non è lontanamente paragonabile ai classici del genere.
Robert Downey Jr. riesce a donare al suo Steve Lopez momenti di assoluta verità fornendo una performance semplicemente perfetta, motivo principale per vedere il film.
Anticipate al RFF 2010 alcune delle produzioni Lux Vide per Rai Fiction che vedremo a partire dal prossimo settembre. Tra i protagonisti alcune delle più amate personalità dello spettacolo come Terence Hill, scalatore tra le Dolomiti, e Gigi Proietti, nei panni di san Filippo Neri.
Una trama complessa, ma non particolarmente avvincente per il film di Richard Kelly interpretato da Cameron Diaz e James Marsters, con l'ottimo Frank Langella nel ruolo di un villain gelido e orribilmente sfigurato.
Dalla mente di Vincenzo Natali arriva l'ultima, scioccante variazione sul tema tanto caro alla Mary Shelley del Dr. Frankenstein: un salto nell'oscurità dell'animo umano che da sempre agogna ad emulare il suo Dio creando la vita dal nulla.
L'abilità del regista sta proprio nel destreggiarsi attraverso questa ambiguità, descrivendo le ingiustizie, e a volte persino le crudeltà, compiute con l'atteggiamento superficiale e leggero di una ragazzina, e contemporaneamente la fragilità e la ricchezza interiore di Enid.
Dalla penna di Robert E. Howard, il regista Michael J. Basset costruisce un film poco sofisticato, ma coinvolgente, che si avvale di un protagonista carismatico, di un'ambientazione ben costruita e di una messa in scena potente.
Ci piace definire Predators come un B-movie di lusso, crudo, senza troppi fronzoli e maschio quanto basta: perchè non rispetta regole e archetipi di mercato, perchè non ci mostra quello che altri mille film ci hanno già mostrato, ma ci offre quel sequel atteso per anni dagli appassionati e che arriva solo ora, quando è di gran lunga fuori moda, nell'accezione più positiva del termine.
'Le ragazze dello swing' non è semplicemente la storia dell'ascesa e della disfatta di tre delle artiste più popolari del primo Novecento, ma anche un affresco realistico sui pericoli di un governo che ci vuole dire cosa ascoltare, cosa leggere e come parlare.
La lunga sfilza di nomination agli Emmy che You don't Know Jack ha conquistato è già un indicatore del valore dell'opera di Barry Levinson, che equilibra magistralmente l'epopea del personaggio pubblico Kevorkian e l'indagine del privato di Jack.
In un periodo in cui l'uso e l'abuso di sequel e remake è sempre più sintomatico di una crisi creativa in capo ad Hollywood, la casa che ci ha regalato quindici anni di capolavori d'animazione riesce a sfatare anche questo mito, sfornando il più bel terzo capitolo che la storia del cinema ricordi.
Diretto in maniera assolutamente autentica e interpretato magistralmente da Claire Dance, il film della HBO racconta la storia vera della scienziata autistica Temple Grandin con uno stile visivo e una delicatezza narrativa che rendono la tv un nuovo convoglio artistico per storie "umane" destinate a incidere l'immaginario collettivo.
Incertezze professionali e sentimentali al centro della commedia interpretata dall'ex-Gilmore Girl Alexis Bledel. Lo sviluppo tuttavia, lascia a desiderare, manca un vero approfondimento tematico, e anche l'ironia stenta a decollare.