Xavier Dolan: come si riconosce un talento puro e perché dovremmo difenderlo

A ventisette anni Xavier Dolan è già un regista navigato, che ha vissuto trionfi e delusioni; ma se il suo cinema può non piacere a tutti, il suo talento è cristallino e indiscutibile. E a noi tutti spetta il dovere di proteggerlo.

Festival di Cannes, maggio 2009. La 62a edizione del Festival francese si era aperta con un gioiello della Pixar, Up, e si sarebbe poi conclusa con la Palma d'oro a Michael Haneke per Il nastro bianco. Nel mezzo, come sempre, tanti grandissimi film poi diventati celebri (Bastardi senza gloria, Il profeta), alcune piacevolissime sorprese (il rumeno Police, adjective o il greco Dogtooth), gli immancabili scandali (Enter the Void di Gaspar Noé e Antichrist di Lars von Trier) e tanto cinema di ogni tipo, nazionalità e qualità.

Eppure chi era sulla Croisette sette anni fa molto probabilmente ricorderà che tra le tante chiacchiere e opinioni scambiate tra colleghi di ogni provenienza, tra le tanti voci che immancabilmente si susseguono ed ad un certo punto finiscono quasi col sovrapporsi, c'era una domanda che giorno dopo giorno si faceva largo con una certa insistenza: "L'hai visto il film di quel giovanissimo regista canadese? Ha solo 19 anni ma sembra un film di un regista molto più maturo".

Anne Dorval e Xavier Dolan in una scena di J'ai tué ma mère

La risposta a questa domanda da parte di tutti i presenti era quasi sempre "no, non l'abbiamo visto". Non per snobismo o mancanza di interesse, ma semplicemente perché si trattava di un film d'esordio - seppure dal titolo molto interessante J'ai tué ma mère (I Killed My Mother) - proiettato nella sezione parallela della Quinzaine des Réalisateurs. Il che, per i non addetti ai lavori, vuol dire fuori dal programma ufficiale del Festival e quindi in un luogo separato dal Palais du Cinéma; ne consegue che per vedere un film della Quinzaine bisogna stravolgere tutti i propri programmi, saltare magari qualche film in concorso o rinunciare a seguire delle conferenze stampa. Una bella seccatura insomma.

Eppure la curiosità era tanta, le opinioni incredibilmente e unanimemente positive, e quindi sì, ogni tanto può valer la pena di stravolgere i propri piani (anche se con conseguenze che in genere si pagano negli ultimi giorni quando si accumula tutto) e lasciarsi tentare da un fuori programma. Soprattutto quando, senza saperlo, ti puoi ritrovare ad assistere all'esordio di uno dei registi più promettenti dell'ultimo decennio. E potenzialmente uno dei più importanti dei prossimi.

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Un talento sfrontato

Chiunque, come noi, abbia visto l'esordio di Xavier Dolan in quel maggio del 2009 non ha certo fatto alcuna fatica ad intuire l'enorme talento di quel ragazzo che aveva diretto il suo primo, bellissimo e coraggioso lungometraggio a soli 19 anni: un'opera fresca, vitale e potentissima, perfino cinefila nel suo citare Truffaut e I 400 colpi. Ma nessuno avrebbe potuto anche solo immaginare che quel ragazzino scapigliato arrivato sulla Croisette a 20 anni appena compiuti, al tempo stesso fuori luogo nello scintillante panorama festivaliero ma anche così sicuro di sé e della sua opera, avrebbe fatto la storia di quella manifestazione. E sarebbe immediatamente diventato un habitué della kermesse francese e una delle scoperte recenti che più possono, giustamente, rendere orgoglioso il più importante festival del mondo.

Con J'ai tué ma mère Dolan vinse tre premi a Cannes e da allora non ha mai smesso, nonostante non ci fosse più l'effetto sorpresa di quella prima volta e nonostante la sua giovane età e il suo indiscutibile talento l'avessero reso più noto e più atteso di quanto fosse lecito per un autore così acerbo. La seconda opera, si sa, è difficile per tutti e in molti avrebbero aspettato chissà quanto tempo prima di rimettersi in gioco dopo tanto successo: Les amours imaginaires (Heartbeats), invece, arrivò puntuale a Cannes l'anno successivo, questa volta nella prestigiosa sezione ufficiale di Un Certain Regard. E, nonostante le aspettative di tutti e nonostante sia indiscutibilmente il film meno riuscito e meno ambizioso della sua breve ma ricca carriera, riuscì incredibilmente a non deludere. Al massimo mise in mostra alcuni vezzi giovanili, alcune caratteristiche che possono risultare indigeste ancora oggi ai suoi detrattori, ma proprio per questo dimostrò che il cinema di Xavier Dolan era già nato e formato. Alla sua seconda opera, a 21 anni appena compiuti.

La rivoluzione di Laurence

Laurence Anyways: Melvil Poupaud in una scena del film

Nel 2012 però ci fu la vera svolta: sempre a Cannes e sempre in Un Certain Regard, arrivò Laurence Anyways come un fulmine a ciel sereno, sia per coloro che avevano seguito il giovane regista fin dall'inizio sia per chi si ritrovò in sala senza sapere nulla del suo stile, dei suoi temi, né della sua giovane età. Il film fu accolto da una vera e propria ovazione e furono in tanti nei giorni successivi a domandarsi come mai questo film splendido, per di più impreziosito da due grandi performance attoriali (la meravigliosa Suzanne Clément fu anche premiata dalla giuria come migliore attrice), non fosse in concorso e in lizza per la Palma d'oro.

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Laurence Anyways: Suzanne Clément e Melvil Poupaud in una scena del film

Una domanda assolutamente legittima, ma in fondo poco importante, perché Laurence Anyways finì molto spesso nella lista dei migliori film dell'anno di gran parte della critica internazionale e permise a Dolan di farsi conoscere anche oltre l'ambiente del Festival di Cannes. La domanda che però tutti ancora si ponevano era sempre la stessa: come può un ragazzo così giovane dimostrare una tale maturità, una tale consapevolezza del mezzo cinematografico, da realizzare un film del genere? Perché se le prime due opere erano film che sprizzavano gioventù, acerbezza e, in un qualche modo, anche una certa naïveté, con Laurence Anyways - melodramma sfaccettato e complesso su un amore impossibile - le cose cambiano e a quel punto bisogna necessariamente ammettere che ci troviamo di fronte ad un grande regista. Non giovane, non promettente, nemmeno più un talento. Ma un grande regista.

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La scoperta del cinema di genere e dei critici "cattivi"

Tom At The Farm: una scena del film di Xavier Dolan

A quel punto la prova del nove non poteva che essere quella del cambiamento, e con il suo quarto film, Tom à la ferme, Xavier si rimette in gioco in tutti i modi possibili: per la prima volta adatta per il cinema un'opera non sua (la pièce teatrale di Michel Marc Bouchard), per la prima volta lascia Cannes per trasferirsi nel concorso della Mostra di Venezia e per la prima volta abbandona i personaggi femminili e si concentra quasi esclusivamente su quelli maschili, tornando nuovamente ad interpretare il protagonista in questo atipoco thriller. Di Tom at the Farm - ma lo stesso vale per quasi tutti i suoi film - Dolan è quindi regista, sceneggiatore, attore protagonista, produttore, montatore, costumista e perfino curatore dei sottotitoli in inglese e francese. Ma nonostante questo realizza un film completamente diverso da quelli a cui ci aveva abituato, un film che può essere addirittura spiazzante per quelli che conoscono il suo cinema e fuorviante per coloro che invece vedevano per la prima volta il suo nome sul grande schermo.

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Tom At The Farm: Xavier Dolan e Pierre-Yves Cardinal in una scena del film

Proprio per questo motivo il film lascia piuttosto freddo il pubblico e la stampa veneziana, ma anche la critica USA, ancora molto poco attenta al suo talento, non sembra apprezzare particolarmente. David Rooney di The Hollywood Reporter per esempio pubblica una recensione molto dura sul film e in particolare sul suo autore, reo di essere troppo preso da se stesso e dal suo talento. La risposta dell'enfant prodige arriva immediata su Twitter: "You can kiss my narcissistic ass". Anzi la prima risposta, perché la seconda, la più potente e la più significativa sarebbe arrivata qualche mese dopo, da Cannes.

Rompere le regole...

Mommy: Antoine-Olivier Pilon in una scena

Festival di Cannes, maggio 2014. Questa volta Xavier Dolan è finalmente in concorso con il suo Mommy, progetto di cui si sapeva poco o nulla se non che sarebbero ritornate due attrici predilette del suo cinema, Anne Dorval e Suzanne Clement, e che il film era stato girato in un formato, 1:1, praticamente inedito per il grande schermo. Trattandosi di un film in concorso, questa volta la sala è gremita e c'è praticamente tutta la stampa cinematografica che conta, anche coloro che finora avevano volutamente snobbato il giovane regista.

Antoine-Olivier Pilon e Anne Dorval in una scena del film Mommy

Il film comincia e, minuto dopo minuto, gli spettatori si abituano allo strambo formato quasi da polaroid/Instagram e si lasciano catturare da questi strettissimi primi piani che incorniciano i volti dei protagonisti. Poi ad un tratto Steve, interpretato dal bravissimo Antoine-Olivier Pilon, prende lo skateboard e contemporaneamente si sente Wonderwall degli Oasis. Nel giro di pochi secondi parte una sequenza che entra istantaneamente nella storia del Festival e del cinema: il formato del film cambia in modo dinamico, anzi viene cambiato dallo stesso Steve che letteralmente apre l'inquadratura e così il mondo che stavamo osservando, scatenando così gli applausi a scena aperta dell'intera sala Debussy, invasa da critici e giornalisti ma eccitata come fosse ad un concerto rock.

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... bucando e allargando lo schermo

Fu quello il momento in cui Xavier Dolan conquistò l'attenzione e la stima di (quasi) tutta la critica cinematografica mondiale, ma fu anche quello il momento in cui ripagò la fiducia di tutti coloro che del suo talento avevano parlato in lungo e in largo per anni; perché in quel momento preciso, nel buio nella sala ma frastornati dagli applausi spontanei e sinceri, non erano in pochi coloro con i brividi sulla schiena e gli occhi lucidi non solo per la bellezza della scena che stavano guardando ma per la meravigliosa svolta, quasi da film, che aveva preso la storia di quel ragazzino scapigliato. Lo stesso che solo cinque anni anni prima si era fatto notare in mezzo alla moltitudine di film e autori ben più noti e importanti. Una bellissima storia di cui, in qualche modo, erano stati spettatori ma anche protagonisti: la nascita di un talento più unico che raro.

Mommy: Anne Dorval in una scena

Naturalmente non c'è niente di più sbagliato, però, che ridurre un'opera come Mommy a quella singola benché seminale scena, perché il quinto film di Xavier Dolan è un vero e proprio gioiello che merita di essere visto e rivisto nel suo insieme e che, tra l'altro, di scene meravigliose ne è pieno zeppo. Ne citiamo giusto due: il finto finale, sempre con cambio di formato, con la magnifica musica di Ludovico Einaudi o quello vero con Born To Die di Lana Del Rey; entrambi esempi perfetti del suo cinema e della sua straordinaria capacità di sfruttare la musica al meglio e farla sua, quasi "rubarla" come succede a tutti i grandi geni/ladri del cinema contemporaneo, Quentin Tarantino in primis.

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Xavier Dolan non vinse la Palma d'oro quell'anno (anche se in un certo senso ne uscì come indiscusso vincitore morale) ma fu comunque premiato con un premio della Giuria, ex aequo con un certo Jean-Luc Godard: il più vecchio e il più giovane, uno dei più grandi innovatori, riformatori e provocatori della storia del cinema e uno degli spiriti più selvaggi, liberi e ribelli che si siano mai visti sul grande schermo da molto tempo a questa parte. Per molti questo premio fu quasi un reato di lesa maestà, per altri fu una trovata geniale e significativa; per Xavier Dolan fu solo l'avverarsi di un sogno e l'inizio di un percorso ancora più difficile.

Il successo è solo la fine del mondo

D'altronde dopo un film come Mommy, dopo quel tipo di attenzione, dopo essere stato perfino selezionato per l'Oscar per il miglior film straniero, diventa difficile ripetersi. Per qualsiasi regista, di qualsiasi età. Meglio allora prendersela con più calma, magari allontanarsi un po' dai riflettori, per esempio dirigendo soltanto un piccolo video musicale: ma il suo Hello di Adele infrange immediatamente ogni record, prima quello del numero di visualizzazioni in 24 ore (27,7 milioni) e poi quello del più veloce a raggiungere il miliardo (appena 160 giorni). Meglio allora tornare a pensare al prossimo film, il primo in lingua inglese, che si intitolerà The Death and Life of John F. Donovan e che potrà contare su un cast all-star: Kit Harington, Jessica Chastain, Natalie Portman, Thandie Newton, Susan Sarandon, Kathy Bates e molti altri.

Nathalie Baye e Gaspard Ulliel in It's Only The End of The World

Ma le star si fanno attendere, si sa, e allora perché nel frattempo non scrivere e realizzare un film più piccolo e meno impegnativo? È solo la fine del mondo si basa sull'opera teatrale di Jean-Luc Lagarce ed è, in un certo senso, un film simile a quel Tom at the Farm che aveva sovvertito e deluso le aspettative di molti. Perché è un film completamente diverso dal precedente Mommy e da quello che tutti avrebbero forse voluto dall'enfant prodige e quindi è stato accolto, sempre a Cannes ovviamente, come una delusione e come tale è stato (ingiustamente) bollato. Anzi, come "film minore", da dimenticare al più presto.

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It's Only the End of the World: Marion Cotillard in un'immagine del film

Eppure questo "film minore" è forse l'opera più matura e più difficile che il talento canadese abbia mai realizzato fino a questo momento, un'opera meno immediata e meno conciliante, ma proprio per questo sorprendente. Un'opera che, ancora una volta, stupisce ancor di più nel momento in cui si pensa all'età del suo regista: a 27 anni, a Cannes da protagonista per la quinta volta, Dolan deve questa volta rispondere alle critiche, spesso davvero feroci, fatte al suo film. Eppure, forse proprio per la sua giovane età e anche per un carattere che non tutti magari apprezzeranno, Dolan non è certo uno che le manda a dire: per lui alcune critiche sono solo attacchi personali mascherati da recensioni ed è così che sul suo profilo Instagram, qualche mese dopo, si sfoga dicendo che "la cultura del trolling, il bullismo e l'odio ingiustificato non dovrebbero essere una parte inestricabile di un'avventura cinematografia o analitica".

È solo la fine del mondo: Nathalie Baye in una scena del film

Salvaguardare il talento. E il cinema

Laurence Anyways: il regista Xavier Dolan sul set del film

Perché a volte non è solo questione di talento. L'ambiente in cui si cresce, le persone che ci circondano, sono fondamentali per la crescita di chiunque, a maggior ragione per un piccolo/grande genio che a 20 anni si ritrova già etichettato come un possibile futuro grande regista internazionale. Ed è vero che quando si parla o scrive di un regista, di un artista, non bisognerebbe tener conto dell'età o di altri aspetti, ma nemmeno si può far finta che le opinioni, spesso brutali e non filtrate, che vengono date su giornali, sui social e sul web non contino. A maggior ragione per persone che sono nate nell'epoca in cui viviamo.

It's Only the End of the World: Xavier Dolan e Marion Cotillard

Che il suo ultimo film sia un grande film o no non ha poi importanza; che Xavier Dolan sia un grande talento invece è indiscutibile e il cinema di personaggi del genere ha un grande bisogno. Mai come in questo momento. Perché Dolan proviene da quel cinema popolare che ci circonda ormai da decenni - tra i suoi film preferiti ha sempre citato in primis Titanic e la saga di Harry Potter, oltre che Truffaut, Godard e Gus Van Sant, ammettendo candidamente che di altri grandi autori a cui viene solitamente accomunato ha visto ben poco se non nulla - e rappresenta il mondo in cui viviamo con sguardo giovanile ma filtrato da una visione autoriale e artistica non comune.

Xavier Dolan in una scena di J'ai tué ma mère

Xavier Dolan è il perfetto regista del 21esimo secolo e l'errore più grave che possiamo fare è non capirlo, cercare di incatenarlo e incasellarlo in generi e stili pre-esistenti quando il suo cinema è soprattutto libero e strafottente. Non tutti possono amare o capire il suo cinema, ma tutti dovrebbero quantomeno provare a rispettarne la forza travolgente e l'intento purissimo. Come il suo talento.

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