Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Etichettato sotto il titolo di romcom per ovvie ragioni, 'A proposito di Steve' non offre allo spettatore niente di ciò che quest'ultimo potrebbe attendersi e questo, se vogliamo, è un merito.
Con 'Una notte blu cobalto' Daniele Gangemi tenta con coraggio d'inserirsi in maniera anomala nel mercato cinematografico e non si rannicchia nella classica commedia, ma realizza un'opera ambigua e fantasiosa il cui vero protagonista è Alessandro Haber, nei panni di un impenetrabile angelo siculo barbuto.
A-Team è un buon esempio di popcorn movie senza fronzoli, tutto ritmo, esplosioni e ironia. Film che intrattiene e diverte andando dritto al punto, facendo la voce grossa, esibendo i muscoli e la tecnica e tenendo insieme il tutto con un montaggio luccicante, ma anche altrettanto funzionale.
Una vorticosa commediola costellata di equivoci magici che tuttavia non convince pienamente. Non mancano le scene divertenti, i personaggi sopra le righe e le situazioni assurde, ma l'impressione è che nel calderone siano stati gettati troppi ingredienti. E l'incantesimo non è riuscito.
In un film deludente per lo script infantile e scontato, si salva la prova di Dwayne Johnson, capace di rendere credibili le situazioni assurde in cui si trova coinvolto il suo personaggio.
La folgorante opera seconda della promettente Mia Hansen-Løve può essere interpretata in molti modi: memoir affettuoso della regista, anche se non letteralmente (auto)biografico; esorcismo personale in nome della forza creativa dell'arte; riflessione sulla morte di un certo tipo di cinema e sulla speranza di una sua rinascita.
Hess cerca di ripetere in Gentlemen Broncos la stessa alchimia che aveva colpito pubblico e critica nel suo film di debutto, ma l'esperimento non risulta altrettanto soddisfacente.
Dimenticatevi i film infarciti di clichè, battutacce volgari e umorismo di grana grossa: per quanto Humpday sia un film spassoso, non manca di sollevare qualche riflessione.
Edoardo Leo sceglie il road movie per debuttare dietro alla macchina da presa; il risultato è un film 'comodo', ma scritto con brio e ben recitato da un gruppo di attori bravi e affiatati.
Il rimpianto e il senso di colpa affiorano in continuazione tra le righe di questo intenso dramma sentimentale che il cinquantenne regista, sceneggiatore e produttore argentino ha confezionato con un tocco sofisticato ed elegante.
Saw VI chiude il sipario sui sadici giochi enigmistici di Jigsaw, sistemando tutti i pezzi del puzzle in una struttura molto vicino a una season finale di una stagione televisiva. Ci sarà un film in 3D ma la saga sembra giustamente conclusa.
Emma Thompson torna nei panni di Tata Matilda, stavolta alle prese con la guerra e la lotta di classe. Il suo solido lavoro di sceneggiatura e l'ottimo cast ne fanno un film adatto ai giovanissimi ma anche ai più grandi, che ne apprezzeranno le atmosfere di fiaba classica ma con un tocco di visionarietà.
Con '14 kilómetros' il regista spagnolo Olivares ci consegna una storia di deriva straziante coniugando un realismo poetico e una denuncia che non possono non toccare l'animo degli spettatori.
Tra cliché sulle donne moderne, assatanate del consumismo supergriffato, e sketch osé di gratuita volgarità le "ragazze" di New York si allontanano dalla serie televisiva che le aveva rese celebri e scelgono la trivialità megalomane e glitterata.
La risposta italiana al fantasy à la Disney non lascia indifferenti per la confezione accattivante, ma questo non può mascherare quell'aria di 'costruito a tavolino' che aleggia pesante su personaggi e storia.
Quando ci si chiede se possa funzionare davvero il matrimonio tra innovazione tecnologica e l'esperienza emotiva fortissima della partecipazione ad un concerto, la risposta arriva quasi automatica: ancor prima di ogni iperbole hi-tech sono gli U2 con la loro musica a fare la differenza.
Un sapiente uso della macchina da presa e dei meccanismi della tensione emotiva sono i punti di forza dell'esordio alla regia di Filippo e Dino Gentile, che qui descrivono una parabola di riscatto e riscoperta di se stessi senza assumere un atteggiamento altisonante o moralista.
Scritto quasi fosse come un noir classico americano anni '50, in realtà Carancho è diretto con stile moderno e vivace e conferma la bravura del regista, Pablo Trapero e dei due interpreti, Martina Gusman e Ricardo Darin.
Vendetta a ritmo punk per il capitolo finale della trilogia Millennium che ha lanciato e confermato Lisbeth Salander come una figura cinematografica dark che faremo fatica a raschiare dall'iconografia contemporanea europea.
Premesse e intenzioni interessanti per il film di Kornél Mundruczó, ma il risultato non convince pienamente tra snodi narrativi forzati e interpretazioni poco convincenti.
Un film atipico, che supera il confine del cinema d'autore e diventa, per la messa in scena imponente, quasi un blockbuster, ma non per questo rinuncia a sequenze estremamente suggestive e poetiche e ad un tocco di ironia e follia.
Se lo spettatore ha la caparbietà di entrare nel mondo surreale di Apichatpong, può restarne insieme affascinato, divertito e stimolato, ma non è un'impresa facile.
Un film piccolo, ma delicato e dotato di grande sensibilità, per Julie Bertuccelli, che sa mettere in scena le forze della natura e della vita, ed il modo in cui riescono sempre ad imporsi.
Rachid Bouchareb segue con attenzione le strade dei protagonisti concentrandosi su ognuno dei personaggi, piuttosto che sull'approfondimento del contesto storico. Una scelta che in Francia ha sollevato non poche polemiche.
Un thriller atipico dalla confezione non certo esaltante, ma comunque funzionale al tipo di storia che sta raccontando: una storia cruda, violenta, dove non vi è alcuna speranza e nessun vincitore.
Esaustivo e limpido nel seguire la storia, vibrante dal punto di vista visivo e del ritmo, il film di Liman risulta un buon prodotto che sa intrattenere e informare, puntando l'indice nei confronti del governo americano e del suo uso dei media e dello scandalo per distrarre l'opinione pubblica dalle reali domande da porsi riguardo la guerra.
Luchetti parla della nostra vita, nella nostra Italia, dei nostri guai e dei nostri orgogli, e lo fa alternando tenerezza a sfrontato cinismo, realismo ad una tagliente ironia che non fa affatto sorridere, come nella miglior tradizione del nostro grande cinema.
Affidandosi all'esperienza di Yoon Hee-Jeong - vero monumento del cinema coreano - l'autore di Poetry le consegna il peso del suo nuovo film, incentrato interamente sulla protagonista femminile, Mija. Un'interpretazione straordinaria, che integrandosi con l'altrettanto ottimo lavoro di Lee Chang-dong, dà vita ad un film articolato e pulsante.
La Morte, da sempre il vero serial killer di queste sfigatissime storie, viene somministrata in 'pillole' che appaiono come uno slegato susseguirsi di cortometraggi splatter, in cui a scatenare incidenti spaventosi è sempre qualcosa di minuscolo. Soffi di vento, autocombustioni e vibrazioni riescono a scatenare un vero e proprio inferno.
Muntean costringe noi, come il suo protagonista, a una scelta difficile. Merito di un cinema estremamente potente ed efficace che potremmo definire "tridimensionale" nel senso forse più tangibile: in grado di trasmettere forti emozioni che non ci abbandonano quando si riaccendono le luci.
Ci pensano i due giovani e carismatici attori, Ryan Gosling e Michelle Williams, a risollevare la pellicola con due interpretazioni molto viscerali, in cui si dimostrano perfettamente in parte in entrambe le anime del film.
Il film si avvale soprattutto del physique du rôle e della simpatia di Jake Gyllenhaal, per portare sullo schermo, con una buona resa visiva, una celeberrima serie di videogiochi.
La scelta narrativa di Beuvois non gli lascia molto spazio per quanto riguarda la messa in scena, necessariamente sobria e rigorosa, e molto del film è affidato alla misurata interpretazione dei protagonisti e alla loro capacità di rendere lo spirito delle loro vite ed il coraggio della loro scelta.
Si tratta per Kiarostami di un lavoro più mainstream, che può piacere ad un pubblico più ampio di quello puramente cinefilo e da festival. Un pubblico al quale l'autore lascia molti spunti di discussione. Da parte dei due protagonisti, un'interpretazione superba.
Il film di Frears fa sorridere con intelligenza grazie ad una sceneggiatura fluida che lascia trasparire un'estrema fedeltà verso la graphic novel di Posy Simmonds, ma oltre ad essere una commedia divertente è un'opera che dimostra un grande amore per la letteratura.
Nonostante il cambio di sceneggiatore, Inarritu segue la storia di Biutiful con il suo solito stile, con il suo abituale tono emotivamente coinvolto e coinvolgente, lasciandoci percepire la sofferenza dei suoi personaggi in scene toccanti e delicate. Un film forse non perfetto in ogni sua parte, ma efficace e compatto.
Il debutto registico dell'inglese Jim Field Smith si mantiene in perfetto equilibrio e, malgrado la non originalità di fondo della storia, la commedia resta una pellicola godibile e piacevole, che alterna fasi più goderecce a momenti di inaspettata riflessione.
In Outrage viene fuori un'immagine più moderna della yakuza, nello spirito più che nei modi: Kitano non è interessato a dipingere le attività dei mafiosi contemporanei, ma ne critica la mancanza di spessore. Una scelta non efficace, ma anche stavolta non mancano le scene cult.
La pellicola scorre fluida grazie alla buona alternanza tra le scene di guerra e le fedeli riscostruzioni storiche e scenografiche; quello che manca è un maggiore approfondimento dei temi di fondo, che avrebbe reso il film meno convenzionale.
Mahamat-Saleh Haroun racconta ancora una volta il dramma del Ciad, e lo fa con dei potenti sottintesi che rallentano il ritmo del film ma al tempo stesso ne amplificano l'efficacia.
'Le quattro volte' è un racconto poetico, che mette in scena la circolarità della vita, nel senso più ampio del termine, e lo fa in un luogo che nelle sue tradizioni, nel suo essere immutabile nel tempo, riesce ad amplificare il concetto e renderlo a sua volta eterno, scolpendolo nella nostra memoria.
Another Year è animato da un campionario di personaggi che bucano lo schermo sia attraverso una scrittura solida, che li rende reali e tridimensionali, con dialoghi brillanti sceneggiati dallo stesso Leigh, sia grazie alle impeccabili interpretazioni di tutto il cast.
Quando ci si trova su un ottovolante, non bisogna fare altro che chiudere gli occhi e farsi trasportare: Kaboom è proprio la stessa cosa, magari non adatto a tutti gli stomaci ma in grado di regalare novanta minuti di euforico divertimento.
Nonostante manchino le battute graffianti che sono il marchio di fabbrica del regista newyorkese, è il cinismo di fondo della pellicola a rendere interessante il suo ultimo lavoro.
Come già per il precedente capitolo, per capire ogni singolo aspetto della sceneggiatura servirebbe una laurea in economia, ma nonostante questo il film scorre benissimo per più di due ore regalando agli spettatori una storia che funziona su più livelli.
Nakata torna ad usare un espediente tecnologico per creare la tensione e, dopo le videotape di Ringu, si dedica al mondo delle chat online.
The Housemaid si sviluppa con misura ed eleganza per tutta la prima parte, ma quando la storia entra nel vivo il tono cambia radicalmente: quello che prima era sottilmente suggerito, diventa esplicito, quello che era soltanto accennato passa in primo piano.
La regista Isotta Toso esordisce con un'opera impegnata e ambiziosa sul difficile tema della xenofobia riuscendo a manipolare una materia letteraria frammentaria. A sostenerla un'ottima colonna sonora e un discreto cast da cui emerge la rivelazione Marco Rossetti.
Un'ambientazione inusuale, per il film di Wang Xiaoshuai, che si presta in modo efficace a raccontare la storia di un padre alle prese con un'ossessione e il proprio passato.
Amalric porta in scena una storia attraverso la quale trapela la fascinazione per il mondo dello spettacolo, ma anche per coloro che pur non essendo mai sul palco o sotto i riflettori sono in realtà il cuore pulsante del successo o meno di qualsiasi show.