Sono le 11 quando ci accompagnano nel luogo dell'intervista e ci avvertono che avremmo avuto tempo fino alle 12. Ci sentiamo subito di rassicurare Giorgio Scorza che non gli avremmo preso così tanto tempo... invece siamo ancora sulla porta a chiacchierare, di Due Spicci ma non solo, quando arrivano per occupare la sala dopo di noi.
È sempre così con Scorza, regista tecnico della serie di Zerocalcare insieme a Davide Rosio e CEO di Movimenti Production, perché con lui possiamo parlare degli aspetti che più ci intrigano, delle scelte produttive e artistiche, di visione, industria e coraggio. E ovviamente del rapporto con Zerocalcare che si è tradotto in tre serie che sono un crescendo produttivo e tematico. E in effetti c'è stato tanto da dire e ce ne sarebbe stato ancora di più, perché l'impatto di queste produzioni sul mercato italiano, con la qualità che dimostrano e la visibilità internazionale che hanno avuto, è enorme.
Da Zerocalcare a Vittorio De Sica: l'animazione come reinvenzione della realtà
Incontriamo nuovamente Giorgio Scorza in un contesto decisamente surreale, in collegamento da Annecy, culla dell'animazione europea: ci sono quasi 40 gradi all'esterno e, nel bel mezzo dell'intervista, scatta un allarme antincendio che lo spingerebbe a evacuare. Ma è proprio in questo clima caotico che Scorza ci racconta la sua ultima, affascinante sfida creativa: la direzione dei segmenti animati per il nuovo documentario su Vittorio De Sica diretto da Francesco Zippel, ora al cinema.
Un progetto che segna uno stacco netto rispetto al lavoro svolto con Zerocalcare, ma che conferma la visione autoriale di Giorgio Scorza, la sua capacità di mettersi al servizio di un'opera per arricchirla con la propria personale visione. "Non volevamo scimmiottare il Neorealismo" ci ha spiegato Scorza, riflettendo su come affrontare un gigante come De Sica. "Invece di rincorrere il documentario storico, abbiamo optato per l'espressionismo puro. Volevamo che lo spettatore capisse subito di trovarsi di fronte a un'astrazione, a una reinvenzione della realtà".
Una scelta visiva affascinante per La vita in scena
E la scelta visiva per Vittorio De Sica - La vita in scena è stata radicale. Niente bianco e nero nostalgico, ma un'animazione che guarda ai maestri e strizza l'occhio alla pop art degli anni '70. "Abbiamo lavorato su proporzioni grottesche, attori come burattini, il regista come un gigante, e su una tavolozza cromatica estrema. Ci siamo ispirati ai vecchi manifesti cinematografici dipinti a mano, utilizzando colori saturi, verdi e rossi accesi, evitando volutamente la retorica del tricolore. Volevamo un impatto grafico forte, quasi pittorico, capace di parlare sia ai cinefili che ai più giovani che magari si avvicinano a De Sica per la prima volta".
Un approccio coraggioso che dimostra come l'animazione, quando non si piega alla mediocrità, possa esplorare linguaggi profondi. E proprio di linguaggi, narrazione e della folle genesi di Due Spicci e le serie di Zerocalcare, avevamo parlato con Scorza in questa lunga chiacchierata che vi riproponiamo oggi. Prima di addentrarci nella nostra chiacchierata, però, una nota: accenneremo ad alcuni dettagli di Due Spicci e quindi se non l'avete vista e non volete spoiler, fermatevi qui e tornate in un secondo momento.
Il Circo Massimo e la dimostrazione di un fenomeno
Facciamo quindi un passo indietro: è il lunedì mattina dopo la serata al Circo Massimo quando ci incontriamo e non possiamo ignorare le sensazioni che ci ha lasciato dentro. "Sembrava il concerto di una rockstar" diciamo a Scorza sottolineando che è Michele Rech è un fenomeno, ma che è anche la risonanza delle serie che ha permesso quel momento. "Michele è un genio" ci ha detto il CEO di Movimenti senza mezzi termini, "è una delle poche persone per cui spendo volentieri questo termini. Però sono d'accordo che la valorizzazione dell'universo che il fumetto non poteva potenziare a quel livello, soprattutto come estensione di pubblico, è stata incredibile. Con l'audiovisivo entri in profondità nelle persone, perché non è solo un'esperienza personale, comincia ad avere un senso collettivo più forte e una memorabilità che ha un timing."
Tempistiche di racconto, partecipazione collettiva e quel legame che si crea anche con i personaggi, sviluppato sull'arco di tre serie. "Quando è apparso il figlio di Secco, almeno tre o quattro persone mi hanno detto: 'È stato impressionante perché era la mia vita'. Come quando scopri la vita da giovane di Nonno Simpson. Diventano talmente la tua famiglia che acquista potenza. È il grande goal che abbiamo raggiunto e l'abbiamo fatto perché siamo stati onesti col progetto, senza mai cercare di ammiccare."
Il crescendo da Strappare lungo i bordi a Due Spicci
Giorgio Scorza ha accennato a Secco e ci ricolleghiamo a questo per sottolineare l'arco narrativo compiuto dei personaggi sulle tre serie, da Strappare lungo i bordi a Questo mondo non mi renderà cattivo e ora Due Spicci. "È la semplicità della vita: Secco ha fatto un figlio. È una regolarità che spiazza chi è più 'overthinker' come Zerocalcare. Secco come gioca a poker online, ha fatto un figlio. That's it. Abbiamo avuto tutti l'Alice nella vita, l'amico che si è perso... il Cesare di turno. Questa cosa è corale ma ti mette in confronto con le sfaccettature perché sei diventato più adulto. Ognuno di loro è cambiato di un pezzo e non ha risolto tutto."
Vale anche per Montini, figura chiave di Due Spicci e così vera. Un personaggio delicato da affrontare, costruito in modo accorto e ragionato, perché non doveva emergere come nostalgia del bullismo: bisognava mostrare comportamenti che in passato erano all'ordine del giorno, di cui lo spettatore può arrivare a ridere per poi rendersi conto di quanto sia sbagliato farlo. Sbagliato il comportamento, sbagliato riderne, ma importante sottolinearlo per solleticare una consapevolezza necessaria. Situazioni e sensazioni che, appunto, conosciamo bene, perché ci siamo passati tutti e da giovani abbiamo sottovalutato quello che vedevamo o, in alcuni casi, subivamo. "Quello era bullismo, ragazzi" sentenzia Scorza diretto, "se non fosse stato vero, non saremmo arrivati ad affrontare queste tematiche."
Di ironia, drammi e crescita
Un lavoro fatto in modo differente su ogni personaggio, dal già citato Secco a Sara, passando per lo stesso protagonista e i suoi dilemmi esistenziali, ma con un approccio narrativo ed emotivo ben preciso. "L'idea di creare questo registro sempre ironico, sempre roller-coaster, per cui ridi tantissimo e ti commuovi un secondo dopo, è un'altra cifra su cui non abbiamo mai accettato compromessi, anche quando parlavamo editorialmente. La bellezza del fatto che lo facciamo in animazione è che ridi tantissimo e poi ti commuovi. Io penso all'episodio con la mamma: secondo me ne è un esempio: ridi come un matto perché è capitata a tutti, poi ha un momento esistenziale potentissimo, perché comunque ha un suo dolore."
La crescita, anche tecnica, di Due Spicci
Se il cammino sulle tre serie è stato un crescendo in termini di maturità, lo è stato anche in termini di durata e complessità tecnica che abbiamo voluto approfondire con Giorgio Scorza. "Tecnicamente è stato un crescendo di quantità di animazione paperless applicata a un modello ibrido: cutout e poca paperless, che era il modello in cui abbiamo standardizzato il prodotto per vari motivi." Uno dei motivi è il numero di personaggi, tanti dei quali secondari e limitati a poche scene e in quel caso "non li fai in rig, lo disegni, fai prima" anche perché "la fluidità della recitazione, l'uso delle camere molto più thrilling e crime... fa sì che il rig tiene, ma fino a un certo punto" e questo ha richiesto un lavoro di integrazione del rigore o "di disegni sul rig".
Anche perché "la serie va veloce, ma è densa, cinematografica" e non ha quei momenti che potevano essere scorciatoie tecniche e narrative come gli interrogatori, i "True Detective Moments" come li definisce Scorza, di Questo mondo non mi renderà cattivo o i confessionali di Strappare lungo i bordi. Non avevano insomma "quelle maniglie per cui, quando non sapevi che fare, ti appoggiavi lì e facevi il facciotto in camera." E questo vuol dire "far recitare sempre i personaggi e farli agire. Una scena come Cinghiale e Christine che vanno all'auto in un altro momento l'avresti fatta con un confessionale. Quello vuol dire far recitare i personaggi con un realismo che altrimenti ti fa sganciare" che fa uscire lo spettatore dalla storia.
E se è necessario far recitare i personaggi, devi farlo sul serio e "sono un maiale e un cinghiale". Questo uno degli aspetti più complessi di Due Spicci: "ho trattato i personaggi come se fossero attori, già in storyboard. Andavamo a dettagliare le espressioni, la recitazione dei personaggi ancora di più che in passato. In questo caso c'erano proprio le pause, i silenzi, i cambi di espressione, blink o non blink, attesa, occhi lucidi. È stato molto recitato. È stato un grande lavoro di controllo sia di setup iniziale, sia di layout, sia degli animatori." Il tutto con un "rigore quasi militaresco" e un facendo "l'editing in storyboard, perché se sbagli lì, non ce l'hai le sequenze in più, non ce l'hai i tre secondi in più se ti servono."
Le splendide scelte musicali della serie
Una cura, un'attenzione, una dedizione che si riscontra anche sulle scelte musicali di Due Spicci, per una selezione di canzoni che abbiamo amato e ci è sembrata più ricca e narrativamente rilevante delle due serie precedenti. "Qui è stato stradivertente" ci ha detto Giorgio Scorza, felice di affrontare un argomento che forse meno delicato sul piano produttivo rispetto al precedente. "Prima di tutto, i nostri consulenti musicali siamo io e Michele [Zerocalcare], e in parte Michele Foschini. Certe cose le decide Michele direttamente in fase di scrittura, perché ha già dei brani precisi in testa. Altre volte le idee vengono fuori parlando con Caterina [socia di BAO]. Magari sono in viaggio, ascoltano un pezzo e dicono: 'Perché non metterlo?'."
Più teste, quindi, ma grande libertà di manovra in fase di proposizione. "Lui [Zerocalcare] mi lascia grandissima libertà. Al netto dei brani che indica lui nello script, come ad esempio T'appartengo di Ambra, che ha un significato molto legato a quello che viene mostrato, mi ha lasciato spazio per lavorare sui raccordi e sulla comprensione dello spirito della serie. Abbiamo fatto un percorso su una musica fine anni '80, '90 e inizio 2000 che accompagna tutta la serie. È anche un modo per giocare sulla nostalgia: volevamo fare i Goonies, eravamo bambini (penso agli A-Ha), poi eravamo ragazzi (con il grunge, il post-grunge, il punk rock) e infine c'è la musica di oggi."
Raccontare con la musica
Scelte che abbiamo amato, come l'inserire gli Smashing Pumpkins ma andando su una canzone meno usuale come Mayonaise, i Bush, i Blondie Redhead. "C'è stata una mia fissazione che ho proposto a Michele: Sound of Silence. È uno di quei brani 'intoccabili', troppo importanti. Ma avevamo il momento perfetto: il dialogo tra Sarah e Zero in macchina, dopo il 'fattaccio' con Paturnia. Quello spazio lì chiamava Sound of Silence. L'ho appoggiata sul montaggio e ho detto 'Wow'. Quando l'ho scritto a Michele, lui mi ha risposto: 'Guarda che è una vita che mi chiedo se riusciremo mai a metterla, è uno dei miei brani preferiti per certe atmosfere'."
Canzoni montate sulle immagini, come dei videoclip. "Quell'inizio con i Queen of the Stone Age? È stata una mia idea condivisa con Michele: dovevamo dichiarare subito che eravamo in un'altra lega, per poi 'negarci' subito dopo tornando nel mondo di Zerocalcare. Abbiamo usato i brani anche per fare recomposition, come il pezzo che chiude la serie e che avevamo anticipato all'inizio.". Un lavoro che ha valore narrativo, che accompagna e sottolinea la storia, ma ne è anche valorizzato a sua volta. "Se una storia ha una verità, le canzoni restano. Ho ragazzi giovani in studio che non sapevano chi fossero gli Smashing Pumpkins, ma dopo aver visto la serie sono andati ad approfondire. Il pubblico è prontissimo".
Le canzoni restano, come le parole che sanno centrare il bersaglio. Usciamo infatti dalla stanza con una delle ultime cose che Giorgio Scorza ci ha detto, una di quelle frasi che ti risuonano in testa e segnano: "Fai le cose per cui tu hai sognato di fare questo, che non è un lavoro, è una vocazione per quello che mi riguarda." Vale per lui e Movimenti, ma vale anche per il nostro lavoro e quello che facciamo ogni giorno per raccontare a voi questo mondo.