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Tre manifesti a Ebbing, parla il regista: "I miei eroi per un giorno più interessanti degli Avengers"

Intervista a Martin McDonagh, regista e sceneggiatore di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, fresco vincitore di quattro Golden Globes, tra teatro, cinema, umorismo ed eroi. Dall'11 gennaio in sala.

INTERVISTA di 14/01/2018
Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Frances MacDormand in una scena del film
Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Frances MacDormand in una scena del film

Occhi intelligenti e luminosi, sorriso e risata contagiosi, entusiasmo inarrestabile: Martin McDonagh, autore teatrale, regista e sceneggiatore, al momento ha gli sguardi di mezzo mondo puntati addosso grazie al suo terzo film, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, nelle sale italiane dall'11 gennaio (dopo essere passato in concorso all'ultima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio Osella per la migliore sceneggiatura), che si è appena aggiudicato quattro Golden Globes (film, sceneggiatura originale, migliore attrice protagonista e attore non protagonista in un film drammatico) e si appresta a essere uno dei favoriti nella corsa agli Oscar.

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Razionale, pieno di umorismo, il regista inglese di origini irlandesi sembra proprio una persona con cui sarebbe molto divertente prendere una birra, come ammette lui stesso: "Quando scrivo qualcosa scrivo per almeno tre ore al giorno: devo finire come minimo tre pagine scritte a mano. Se sono quattro meglio. Il resto della giornata guardo il football e bevo birra" e scherza su se stesso quando gli si rivolgono complimenti per la splendida sceneggiatura del film: "Sono meravigliato anche io!".

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Woody Harrelson sul set del film
Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Woody Harrelson sul set del film

Ambientato nella città fittizia di Ebbing, in Missouri, il film racconta la storia di Mildred Hayes, interpretata da una granitica Frances McDormand, madre che si batte contro la polizia locale per trovare il colpevole dell'omicidio di sua figlia, brutalmente uccisa dopo essere stata violentata, e affitta tre cartelloni sulla strada per andare in città dal messaggio forte e chiaro. L'idea originale del film risale a un'esperienza realmente vissuta dal regista, circa venti anni fa: "Negli Stati Uniti del sud ho visto una cosa del genere sulla fiancata di un autobus, non sono sicuro di dove andasse: tra Georgia, Alabama e Mississippi. La scritta era molto simile a quella che abbiamo messo nel film. C'erano anche altre cose scritte in piccolo, ma non ho fatto in tempo a leggerle: mi sono affacciato alla finestra e l'ho visto. È stato quasi come un sogno: non sapevo da dove venisse e di cosa parlasse. È successo venti anni fa, non sono riuscito a trovare notizie al riguardo. Questa immagine mi è rimasta impressa: era quasi una fotografia del dolore. Otto-dieci anni fa ho cominciato a pensare alla storia. Quando ho pensato al personaggio di una madre che lotta da sola, tutto ha trovato magicamente il suo posto".

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Venezia 2017: il cast al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Venezia 2017: il cast al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Abbiamo incontrato il regista al Lido di Venezia, dove ci ha concesso una lunga intervista-fiume, in cui abbiamo ripercorso insieme la sua carriera e il percorso che lo ha portato dalla vecchia Europa alla frontiera americana.

Scrittura, Stati Uniti e l'importanza di ascoltare

Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Sam Rockwell sul set del film
Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Sam Rockwell sul set del film

Premiato e osannato autore teatrale, unico a detenere il record, insieme a un certo William Shakespeare, di avere, a soli ventisette anni, ben quattro proprie opere rappresentate contemporaneamente nei teatri di Londra, McDonagh si appresta a lasciare il segno anche nel cinema grazie alla sua opera terza, che segue l'ottimo esordio In Bruges - La coscienza dell'assassino, diventato nel tempo un film cult, e 7 psicopatici: "Fare il film è la parte più dura, scrivere invece per me è ancora eccitante e piacevole, soprattutto perché non so mai veramente cosa succederà nella storia: come per questo film" ci ha detto, raccontando la genesi della pellicola: "Ho avuto l'idea dei tre manifesti e del perché fossero lì, ma non sapevo chi li avrebbe messi. Una persona triste e arrabbiata. Quando ho deciso che si trattava di una donna, una madre, la storia si è praticamente scritta da sé".

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L'ambientazione era fondamentale: "Volevo che fosse ambientato in uno degli stati del sud, a causa della loro lunga familiarità con il razzismo, e, anche se il film non parla direttamente di questo argomento, se sei una donna che si ribella alla polizia locale il razzismo è uno degli ostacoli che ti trovi a dover affrontare. È una delle prime cose che la protagonista dice ai poliziotti, li accusa di torturare le persone di colore".
La grande forza della scrittura di McDonagh sono i dialoghi: duri, spiazzanti, tragici e allo stesso tempo dotati di grande umorismo: "I miei dialoghi derivano dall'ascoltare, ascoltare senza giudicare: in treno, sull'autobus, nei caffè, per strada. Forse le classi più agiate tendono a giudicare maggiormente, ma spero di no. Per me è molto più facile parlare della working class, senza renderla stupida o idealizzarla: sono persone che hanno la stessa intelligenza e rabbia di chiunque altro. Tuttavia, per catturare la verità nei dialoghi, non possono essere completamente banali, poetici, umoristici o a effetto: devono avere più angoli. Anche il mio lavoro teatrale è così".

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La passione per gli Stati Uniti nasce da lontano e si ricollega al cinema: "Il mio background è fatto molto più di cinema che di teatro: ho cominciato con il teatro, ma lo odiavo. Il teatro inglese allora era troppo politicizzato, al punto da trascurare completamente la storia, o talmente snob e autoreferenziale da non far succedere nulla sul palco per tre ore. Ho cominciato a fare teatro per ribaltare questa situazione, scrivendo in modo cinematografico. Il mio primo amore sono i film, specialmente quelli americani degli anni '70: mi hanno aperto gli occhi. Quelli di Martin Scorsese con Robert De Niro, Terrence Malick, Francis Ford Coppola: quell'epoca mi ha segnato. Da lì è nato il mio desiderio di andare in America per vedere come fosse veramente: non ho potuto permettermelo prima che le mie opere andassero bene. Quando finalmente ci sono riuscito, ho cominciato a viaggiare per l'America, non solo a New York o in California, ma anche in Mississippi, New Mexico, Alabama, posti meno frequentati, e ho prestato attenzione a come parla la gente. Questi viaggi mi sono serviti molto per il film".

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L'umorismo come ancora di salvezza l'essere "non violenti molto arrabbiati"

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Oltre ai dialoghi brillanti, un'altra caratteristica distintiva dello stile di McDonagh è l'umorismo e Tre Manifesti non fa eccezione: "Insieme a In Bruges, che è più divertente, questo è il film che mi appartiene maggiormente. 7 psicopatici meno, perché la scrittura, ed è colpa mia, prevarica i personaggi: in questi due c'è più cuore. In Tre Manifesti ho voluto raccontare la storia attraverso gli occhi di Mildred e del personaggio di Sam Rockwell: ho cercato di rimanere fedele a questi due personaggi, soprattutto nei momenti in cui sono da soli, mostrando la loro tristezza. Metto umorismo in qualsiasi cosa: è un'ancora di salvezza. Se questo film fosse stato completamente senza humor sarebbe stato davvero pesante: la materia trattata è terribile. Non volevo fosse così, non volevo fosse una tragedia: è una storia tragica, il mondo stesso a volte è tragico, ma la speranza e l'umorismo ci aiutano a sopravvivere. Certo il mio humor è abbastanza nero, ma non toglie forza alla tristezza: anzi, credo che la esalti e sottolinei maggiormente".
Anche la violenza è spesso presente nelle sue opere, ma Tre Manifesti non nasce assolutamente come un revenge movie: "Credo che le storie di vendetta siano scontate: ne abbiamo viste troppe. I miei genitori sono irlandesi e mi hanno cresciuto cattolico e repubblicano, ma mi sono formato in Inghilterra: con l'avvento del punk-rock ho scoperto l'anarchismo e la fiducia nell'umanità. Non dico di essere diventato un pacifista, ma mi definisco un non violento molto arrabbiato. La violenza è tragica e terribile, porta a conseguenze gravi".

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Frances McDormand e Sam Rockwell: gli attori perfetti

Venezia 2017: Sam Rockwell al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Venezia 2017: Sam Rockwell al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Mentre scriveva il film, McDonagh ha sempre avuto in mente Franceces McDormand per il ruolo della protagonista. "La parte è stata scritta per lei: nessun'altra avrebbe potuto farla, non con quell'integrità, rabbia e durezza, mescolati all'umorismo, non un umorismo totalmente divertente, ma spiazzante. Come quando lancia i cereali in faccia al figlio: per noi è divertente, ma lei è impassibile. Come me, Frances è cresciuta appartenendo alla classe operaia ed entrambi non volevamo che il personaggio fosse condiscendente".
Così come Sam Rockwell, che interpreta l'agente di polizia Jason Dixon, razzista e non tanto sveglio: "Adoro Sam, avevo in mente lui per il personaggio: può essere sia divertente, che dark, che disturbante, può essere bellissimo e brutto, può fare tutto. Avevo sempre la sua voce in testa mentre scrivevo il personaggio. Sam è uno che va fino in fondo alle cose: non sarebbe mai venuto da me chiedendo di fare Dixon un po' meno razzista o stupido. È brillante. Credo che lui sia una delle sorprese del film: leggendo la storia e vedendo Frances come protagonista è chiaro che lei sia il pezzo forte, mentre Sam è la sorpresa che impreziosisce il film".

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Zero compromessi e niente eroi o antieroi: solo esseri umani

Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Frances McDormand in un'immagine tratta dal film di Martin McDonagh
Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Frances McDormand in un'immagine tratta dal film di Martin McDonagh

Lo stile particolare di McDonagh, un mix brillante di realtà quotidiana, umorismo nero e violenza, che in Tre manifesti a Ebbing, Missouri raggiunge l'apice, non ha scoraggiato i produttori americani, anzi: "È stata la mia migliore esperienza produttiva: forse perché la produzione già conosceva il mio lavoro, avendo già finanziato i miei film precedenti, e sa che non seguo le note di produzione, ma rimango fedele alla sceneggiatura, a costo di cercare un altro produttore. Non sono disposto a rendere più hollywoodiani i miei film. Fox mi ha dato carta bianca e credo si veda".

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Guai però a chiedergli come mai nei suoi film mette sempre antieroi e nessun eroe: "Nella vita reale non esistono eroi in stile Marvel, ma persone che possono comportarsi in modo eroico per un giorno. Le persone possono essere piene di difetti, ma se si comportano da eroi anche per un solo giorno, perfino un personaggio come quello di Sam, credo siano molto più interessanti di un eroe classico. Le definizioni eroe o antieroe mi suonano sbagliate entrambe: chiamerei i miei personaggi semplicemente esseri umani. Questo non li rende meno interessanti degli Avengers, dove tutto è computerizzato e nessuno muore mai perché devono fare decine di sequel. Anche quando fa delle cose sbagliate, come il calcio ai ragazzini, Mildred è sempre molto umana. E divertente: quello che fa è tremendo, ma cinematograficamente parlando funziona molto".

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Il termometro politico in USA e la deriva sempre più snob del teatro inglese

Venezia 2017: Martin McDonagh al photocall dei premiati
Venezia 2017: Martin McDonagh al photocall dei premiati

Guardando il film è difficile non pensare alla situazione politica americana attuale: "Per quando riguarda il cambiamento politico in America ci siamo troppo immersi dentro e temporalmente vicini per capirlo a fondo: fino a poco tempo fa è stato eletto il primo presidente di colore degli Stati Uniti. Quel paese, quello che ha eletto un uomo di colore per due volte di fila, non è sparito, è sempre lo stesso. Visto che Trump è un tale coglione sembra che la situazione sia disperata, ma, se resistiamo per i prossimi tre anni, tutto potrebbe cambiare di nuovo e potremmo ritrovarci con qualcuno anche migliore di Obama. Se teniamo conto delle proteste contro Trump, la polizia razzista e la supremazia bianca, si percepisce qualcosa di palpabile che si muove: credo non ci fossero tante proteste nelle strade dai tempi del Vietnam. In ogni caso l'America di oggi non è come quella degli anni '60: almeno non sta bombardando un paese asiatico. Nixon e Reagan si comportavano come nel far west, Trump probabilmente è solo un idiota. Non ha ancora ucciso tutte quelle persone".

Venezia 2017: Martin McDonagh al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Venezia 2017: Martin McDonagh al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

McDonagh ne ha anche per la madrepatria: "Oggi sembra che ogni attore inglese di successo abbia frequentato Eton: i Gary Oldman e i Tim Roth sembrano non avere più possibilità, perché il teatro ora è meno raggiungibile. Se è così qualcosa deve cambiare: io stesso oggi non avrei potuto permettermi una scuola di cinema. Per gli scrittori per fortuna credo non sia così difficile come per gli attori: puoi fare il tuo lavoro per conto tuo, migliorare sceneggiatura dopo sceneggiatura e mostrare il tuo lavoro a diverse persone. C'è più possibilità di accesso, anche se sei povero. Non è così per i giovani attori che vogliono affinare la loro arte: spero che questo cambi".

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Il primo banco di prova: il teatro

Venezia 2017: Frances McDormand al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Venezia 2017: Frances McDormand al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Per l'autore inglese di origini irlandesi tutto ha avuto origine con il teatro, anche se all'inizio lo odiava: "Ho cominciato leggendo delle opere e rubando gli aspetti che mi sembravano migliori. Vidi Al Pacino in American Buffalo di David Mamet quando ero piuttosto giovane, a quattordici anni credo. Non sapevo nulla di teatro, ma avevo amato Pacino in Quel pomeriggio di un giorno da cani, Il padrino e in tutti i suoi film, quindi volevo vedere dal vivo questo attore che mi piaceva tanto. E ho finito per essere sconvolto dall'opera: è viscerale, il linguaggio è forte, è eccitante. Il personaggio di Pacino è ipnotico e anche lui lo era. L'ho visto nell''84, quando era ancora all'apice della sua carriera. Quell'esperienza mi ha fatto capire che il teatro poteva non essere una merda".
Il cinema invece è sempre stata una grande passione, anche se richiede qualità diverse: "So quali sono i miei punti forti: i dialoghi, il saper costruire i personaggi e la trama. Ma per fare film devi avere qualcosa in più di questo. Certo, questi tre punti sono una buona base su cui partire, soprattutto i dialoghi: è impossibile delineare bene un personaggio senza un buon dialogo, che deve essere di stile differente per ogni diversa personalità. Questa abilità si affina ascoltando la gente e studiando opere e film".

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Niente piano B, ma almeno tre progetti in cantiere

Venezia 2017: l'attore Woody Harrelson al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Venezia 2017: l'attore Woody Harrelson al photocall di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

McDonagh di una sola cosa è sicuro, non avrebbe mai potuto rinunciare alla scrittura: "Non ho mai avuto un piano B: penso che avrei continuato a fare lavori saltuari e a lasciarli periodicamente per continuare a scrivere. Non posso immaginare di fare nient'altro". Che, ovviamente, è sempre più presente nel sul futuro: "Sto già pensando a diverse cose: ho già scritto un altro film ambientato in Irlanda, ma non sono sicuro che sarà il prossimo, e ho già pensato ai soggetti per altri due lavori. Prima di decidere quale sarà il mio prossimo film voglio avere pronte tutte e tre le diverse possibilità. Non voglio che ciò che verrà dopo sia meno di Tre Manifesti: voglio che abbia la stessa profondità".