"It's always cold inside the icehouse", recita il verso d'apertura di Icehouse. Il "freddo nella casa di ghiaccio" di cui parla la canzone dei Flowers, gruppo australiano ribattezzato nel 1981 proprio con il nome Icehouse, accompagna l'immagine di Bret Ellis, Debbie Schaffer, Susan Reynolds e Thom Wright, in accappatoio e occhiali da sole, sdraiati alla tiepida luce di un mattino di Los Angeles, ma ormai ineluttabilmente lontani l'uno dall'altro. Siamo ai minuti conclusivi de La festa per Robert, l'ultimo dei quattro episodi di The Shards trasmessi finora da Hulu, disponibile in Italia nella piattaforma Disney+: sull'incedere della gelida melodia synth-pop di Icehouse, l'inquadratura dei quattro ragazzi sfuma nelle tenebre del sotterraneo in cui sono rinchiusi Matt Kellner e Rhonda, due delle vittime del Pescatore.
Il punto d'arrivo di The Shards (i restanti cinque episodi verranno rilasciati per il pubblico italiano fra il 20 agosto e il 10 settembre) corrisponde anche a uno dei momenti più suggestivi della serie creata, prodotta e, in parte, scritta e diretta da Ryan Murphy, fra gli autori più prolifici e divisivi della TV americana ormai da quasi tre decenni: basti pensare che la sua prima 'creatura', Popular, faceva il suo debutto nel settembre 1999. Come ricorderà qualche spettatore nella fascia dei Millennial, Popular era una teen-comedy narrata e messa in scena con quella formula ironica, sopra le righe, a tratti melodrammatica ma più spesso smaccatamente camp che, negli anni a venire, avrebbe definito la cifra stilistica di Ryan Murphy in serie quali Nip/Tuck e Glee, American Horror Story e Pose, fino ai recentissimi pasticciacci di All's Fair e The Beauty.
Autofiction e horror: il capolavoro di Bret Easton Ellis
È un "marchio di fabbrica" che, perlomeno a tratti, si rintraccia pure in questa prima sezione di The Shards, ambiziosa trasposizione de Le schegge, ultimo cimento editoriale di una delle icone della letteratura americana contemporanea, Bret Easton Ellis. Realizzato prima come audiobook a puntate, fra il 2020 e il 2021, per poi approdare nel 2023 nelle librerie (in Italia è pubblicato da Einaudi), Le schegge ha segnato il grande ritorno di Ellis al romanzo a ben tredici anni di distanza dal precedente Imperial Bedrooms, nonché la prova di un talento rinverdito in maniera sorprendente: Le schegge ha riportato l'autore losangelino nei territori dell'autofiction, battuti fin dal suo ormai mitico esordio (Meno di zero, 1985), ma sfoderando una maturità e una complessità pressoché inedite nella sua produzione, oltre a una straordinaria forza narrativa.
A rendere Le schegge, ad avviso di chi scrive, il capolavoro di Bret Easton Ellis è infatti anche l'intensità con cui ci immerge nella mente, nelle pulsioni e nelle ossessioni del suo fittizio alter ego: Bret Ellis, che nel 1981, all'età di diciassette anni, si accinge a vivere con i propri amici l'ultimo anno di liceo, emblematico atto conclusivo prima dell'ingresso nell'età adulta. A contaminare questo "rito di passaggio" saranno però due elementi di rottura: l'arrivo alla scuola Buckley di un nuovo studente, l'affascinante e misterioso Robert Mallory, capace di scatenare in Bret fantasie inconfessabili; e la scia di sangue lasciata da un serial killer, il Pescatore a Strascico (Trawler nella versione originale), dal modus operandi particolarmente efferato. Che esista un legame fra Robert e il Pescatore, o si tratta invece di una spirale di paranoia che risucchierà Bret sempre più a fondo?
Dalla pagina allo schermo: Le schegge riletto da Ryan Murphy
A prima vista, non mancano i tratti in comune fra Le schegge, ma per sineddoche fra l'intera opera di Bret Easton Ellis, e l'immaginario di riferimento dell'universo seriale di Ryan Murphy: l'amalgama fra immedesimazione e distacco nel ritrarre la tarda adolescenza, con i suoi turbamenti sentimentali e sessuali; la descrizione di un'alta borghesia languida e decadente, se non addirittura autodistruttiva; un marcato gusto postmoderno per i costanti richiami alla cultura pop; la tendenza all'eccesso e la rappresentazione esplicita della violenza, sublimata da Ellis nel 1991 nel suo romanzo più celebre, American Psycho. The Shards sancisce dunque il terreno d'incontro fra i due autori, con Ellis che tra l'altro firma insieme a Murphy il copione dei primi due episodi: un incontro alle cui innumerevoli ragioni d'interesse si associa tuttavia pure qualche motivo di delusione.
Quando si parla di adattamenti, tanto più se la fonte letteraria gode di un certo prestigio, emerge innanzitutto la dibattuta questione della fedeltà. La mera fedeltà alla materia narrativa non costituisce necessariamente la conditio sine qua non per una buona trasposizione, ma fin qui The Shards non offre troppi spunti di discussione al riguardo. Le quattro puntate ad oggi disponibili si attengono a grandi linee alla trama delle prime quattrocentocinquanta pagine de Le schegge (sul totale di oltre settecento dell'edizione Einaudi), con alcune inevitabili 'sforbiciature' e qualche superflua aggiunta: il maggiore spazio riservato alla Liz Schaffer di Evan Rachel Wood, moglie-trofeo su cui gravano il peso delle dipendenze e il rimpianto per una carriera mai decollata, e la fugace digressione sull'attività di porno-attore dello studente Ryan Vaughn (Daniel Dale).
Il cast di The Shards, da Igby Rigney a Homer Gere
Archiviato dunque il discorso sull'aderenza narrativa (se ne riparlerà a tempo debito con gli episodi a venire), così come quello sull'efficacia della rievocazione d'epoca (a Murphy e alla FX non mancano le risorse, inclusi i diritti per uno sterminato repertorio di hit musicali di quegli anni), ben più importante è l'analisi della fedeltà allo spirito del romanzo e del modo in cui la serie prova a restituirci, sullo schermo, quella commistione fra edonismo e vacuità, fra eccitazione e struggimento al cuore de Le schegge di Ellis. Partendo da un indubbio merito nella principale scelta di casting: il ventitreenne Igby Rigney, volto noto delle serie di Mike Flanagan da Midnight Mass in poi, è perfetto nell'incarnare l'apparente compostezza da bravo ragazzo di Bret Ellis, ma facendo trapelare al contempo tracce di una sommessa inquietudine.
Un encomio che, purtroppo, non può essere esteso al resto del cast, né alla direzione degli attori: la Debbie Schaffer di Hayes Warner, viziata e volubile fidanzata di Bret, vacilla pericolosamente sull'orlo della macchietta, mentre la Susan Reynolds di Kaia Gerber non rende mai convincente il profondo legame che, nel romanzo, la unisce al protagonista, tanto da risultare il fulcro emotivo della storia. A lasciare più perplessi è però il ritratto di Robert Mallory da parte del semi-esordiente Homer Gere, comparso in precedenza in Euphoria e figlio di quel Richard Gere citato esplicitamente nelle pagine di Ellis nell'ambito del culto per American Gigolò, da sempre tra i film di riferimento per l'immaginario modaiolo dello scrittore. Un ritratto, quello di Gere figlio, che riduce drasticamente l'ambiguità insita nella figura di Mallory.
Robert Mallory: quell'oscuro oggetto del desiderio
Fin dalla sua apparizione in un flashback risalente al 24 maggio 1980, data d'uscita di Shining al cinema, Robert Mallory si materializza come l'oscuro oggetto del desiderio di Bret: "Un'ondata di desiderio mi inondò il petto e d'improvviso avvertii un bisogno spasmodico [...]. Quel ragazzo risvegliò in me qualcosa di primordiale, qualcosa che non avevo mai provato prima - lo volevo subito, avevo bisogno di diventare suo amico, dovevo entrare in contatto con lui, dovevo vederlo nudo, dovevo possederlo". È la prima manifestazione di quella frenesia erotica che si rivelerà una componente essenziale de Le schegge: se romanzi come Meno di zero e Le regole dell'attrazione erano pervasi da un erotismo 'freddo', ridotto spesso ad atto quasi meccanico, qui al contrario il desiderio di Bret è totalizzante e febbrile.
Questa sessualità viscerale, suscitata da Robert come da quasi tutti gli altri personaggi maschili, è l'altra faccia dell'angoscia del protagonista: nelle pulsioni di Bret, che si traducano in azione (come accade con Ryan e Matt) o siano declinate in chiave di pura fantasia, convivono euforia e vergogna (un'omosessualità nascosta e non ancora davvero accettata), estasi e abiezione (l'abbandono alle viscide avances di Terry Schaffer). Bret trasforma Robert nel proprio feticcio nonostante si senta minacciato da lui, o forse proprio per questo; e alcuni fra i momenti più memorabili del libro scaturiscono appunto dall'intreccio fra desiderio e orrore. Un aspetto che finora, in The Shards, è ridotto invece ai minimi termini, relegato a qualche parentesi di erotismo patinato del tutto innocuo: l'esatto opposto rispetto alla carnalità caotica e feroce de Le schegge.
Un indimenticabile racconto di formazione sulla fine dell'innocenza
Dove infatti la serie tradisce - in negativo - lo spirito dell'opera di Ellis è nella difficoltà ad esprimere il coacervo di passioni negli occhi e nella mente di Bret, limitandosi ad affidarne i pensieri a un ridondante voice off. Mentre il Richard Mallory di Homer Gere, con un perenne sorriso malizioso e lampi luciferini nello sguardo, sembra rinunciare alla natura enigmatica e contraddittoria di un personaggio che Ellis, al di là della sua suprema avvenenza fisica, aveva introdotto con le seguenti parole: "il ragazzo giunto al nostro travolo aveva un'aria tranquilla e sognante, e sembrava vulnerabile e innocente". Le schegge si basa su questo: il contrasto fra l'innocenza, perfino la fragilità di Mallory, e la mostruosità (reale o illusoria?) che gli attribuisce Bret, spaventato dal suo stesso desiderio, dalla possibilità di guardarsi allo specchio.
"Quando parli con me, bello, in realtà parli a te stesso", è la provocazione scagliata da Robert a Bret, e giustamente mantenuta nella serie: un adattamento che si dimostra all'altezza della fonte soprattutto laddove ricrea atmosfere e suggestioni di un romanzo già di per sé concepito con un'evidente impronta visiva. Per esempio, l'inseguimento fra i due ragazzi in auto che precede la battuta di cui sopra: un gioco fra il gatto e il topo in cui si intrecciano tensione e attrazione, e che nel primo episodio è scandito dalla voce rabbiosa di Chrissie Hynde al ritmo martellante di Bad Boys Get Spanked dei Pretenders. L'auspicio è che da qui in poi, messi da parte i didascalismi, sia in primo luogo la forza delle immagini (e della musica) a far sì che The Shards possa riprodurre l'incanto di uno dei racconti di formazione più dolorosi e conturbanti della letteratura del nostro tempo.