Tutto l'amore che resta, il cast: "Oltre i muri della disabilità, raccontiamo la normalità"

Il regista Andrea Rebuzzi e le attrici Chiara Bordi e Federica Pagliaroli ci anticipano la fiction Rai Tutto l'amore che resta, tra la normalità del racconto teen, il superamento dei muri e le serie preferite.

Raoul Bova in una scena della fiction Tutto l'amore che resta

Raccontare l'adolescenza sfuggendo alle trappole del pietismo e della retorica è una sfida complessa, specialmente quando si portano sullo schermo temi delicati come la disabilità e la neurodivergenza. È questo l'ambizioso obiettivo di Tutto l'amore che resta, la nuova fiction Rai che promette di rinnovare il classico teen drama italiano puntando sull'autenticità.

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Una scena della fiction Rai

In attesa di vedere la serie, dal 29 settembre su Rai 1 e disponibile su RaiPlay, abbiamo approfittato dello scorso Italian Global Series per farci anticipare qualcosa dal regista Andrea Rebuzzi e le protagoniste Chiara Bordi e Federica Pagliaroli. In questa chiacchierata esclusiva, il cast ci ha accompagnato dietro le quinte di un progetto che definiscono "educativo e divertente", svelandoci come la vera scommessa sia stata quella di abbattere ogni muro per mostrare, semplicemente, la complessa normalità del microcosmo scolastico odierno.

Rompere gli schemi teen: il racconto della disabilità

Nella nostra intervista siamo partiti dal progetto e da quello che li ha incuriositi e attirati di Tutto l'amore che resta. "Per quanto mi riguarda" ci ha detto il regista Andrea Rebuzzi, "sicuramente la curiosità verso un mondo che non conoscevo. Quando mi è stato proposto, non nascondo un pizzico di timore, perché quando vai ad affrontare un argomento delicato, complesso, con una quantità di sfumature importante, copiosa, un po' di 'strizza' ti viene. Però è stato veramente interessante, divertente e anche, se vuoi, educativo per certi versi, perché scopri cose che alla mia età ancora non conoscevo."

Diversa invece la spinta verso questa fiction di Chiara Bordi: "Per me sicuramente la curiosità maggiore è stata di raccontare l'esperienza scolastica, la fase adolescenziale, finalmente raccontata anche dal punto di vista di persone con disabilità. Mi ha incuriosito molto e ne ho fortemente voluto far parte perché credo sia molto importante dare spazio a personaggi che molto spesso invece non vengono raccontati, soprattutto in una serie più o meno teen."

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Federica Pagliaroli e Chiara Bordi in una scena di Tutto l'amore che resta

È d'accordo anche Federica Pagliaroli, che condivide le parole della collega: "Per me la sfida di vivere quel mondo adolescenziale dal punto di vista degli adulti è stato bello, quasi nostalgico, perché un po' mi sono sentita anche 'vecchia'! Dai vent'anni in poi corre tutto... Un po' ti senti ancora come loro e un po' capisci che è un'altra fase della vita. E poi, avendo molte scene con un ragazzo con neurodivergenza, per me è stato un lavoro ancora più interessante e delicato. All'inizio avevo la preoccupazione di farmi accettare da lui, temevo di non piacergli in scena. Invece è stato bellissimo perché poi è tutto semplice: c'è un rapporto tra attori e poi tra amici che lavorano insieme. È stato un grande insegnamento."

Andrea Rebuzzi: "Evitare il retorico per mostrare la normalità"

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Un momento della serie diretta da Andrea Rebuzzi

Quello che ci colpisce del racconto delle attrici e del regista sono i termini scelti per descrivere Tutto l'amore che resta: educativa, interessante, divertente. È stato difficile tenere in equilibrio tutto questo? "Sì" ci dice Andrea Rebuzzi con onestà e schiettezza, "è un terreno scivoloso, devi sempre stare attento a dosare gli ingredienti. La sceneggiatura aiutava e i ragazzi hanno aiutato tantissimo: gli attori si sono impossessati dei personaggi sul set. È stato complesso non cadere mai nel didascalico o nel retorico, che è il rischio quando si affrontano certe tematiche. L'idea della serie è superare questo approccio e mostrare questo microcosmo scolastico nella sua totale normalità."

Binge-watching o visione lenta? Il rapporto del cast con le serie TV

Ci piaceva però l'idea di approfondire anche il rapporto del cast con la serialità in generale: qual è la loro preferenza tra il cosiddetto binge-watching e una visione più cadenzata e rilassata? "Il mio rapporto con le serie è malato!" ci ha detto il regista, "ma non faccio binge-watching perché mi dà fastidio essere disattento, guardo massimo due o tre episodi alla volta. Ho cominciato questo mestiere facendo la prima serie italiana importante, Romanzo Criminale, come assistente, ed è stato bellissimo essermi vissuto tutta quell'evoluzione."

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Il protagonista Raoul Bova in una scena della fiction

D'accordo anche le due attrici, pur con delle eccezioni: "Anch'io negli ultimi anni ho abbandonato il binge-watching" ha detto Chiara Bordi, _ "un po' per i ritmi, un po' perché da quando faccio questo lavoro guardo i prodotti con occhio diverso e più attento, rallentando se necessario. Salvo se c'è il rischio spoiler per serie attesissime: lì le devo guardare subito o chiudere i social per settimane!" E questa è una pratica a cui siamo tutti costretti oggi come oggi. "Il mio ultimo vero binge-watching selvaggio è stato durante la quarantena con Vis a Vis" ha detto invece Federica Pagliaroli, "me lo sognavo la notte! Adesso sono più 'sana', mi godo le serie con i giusti tempi. La prossima che guarderò è quella su Apple TV che ci consigliava il regista", ovvero _Cape Fear.

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