Il penultimo episodio di Monster - La storia di Lizzie Borden presenta un titolo emblematico: Il processo del secolo. Il processo in questione, ovviamente, è quello che nel 1893 vide alla sbarra Lizzie Borden con l'accusa di aver massacrato a colpi d'ascia il padre Andrew e la matrigna Abby, fino a un sorprendente verdetto d'innocenza. Del resto, la serie antologica di Netflix si è focalizzata non solo sulle gesta criminali dei suoi protagonisti, ma anche sul relativo impatto mediatico e sul ruolo che questi individui avrebbero assunto nell'immaginario collettivo: un approccio evidente in particolare nella seconda e terza stagione, dedicate rispettivamente ai fratelli Lyle ed Erik Menéndez e al serial killer Ed Gein. Ecco dunque che ora, alle prese con Lizzie Borden, lo showrunner Ian Brennan evidenzia gli aspetti grotteschi o perfino ridicoli del suo processo, affrontato come un copione da interpretare su un palcoscenico.
Le storie parallele di Lizzie Borden e Aileen Wuornos
A quasi un secolo esatto di distanza, nel 1992 per la precisione, si celebrava invece il processo contro Aileen Wuornos, prostituta imputata per l'omicidio di sette fra i propri clienti: una figura che sarebbe rimbalzata dalla cronaca nera alla ribalta mediatica hollywoodiana nel 2003 con Monster, film biografico diretto da Patty Jenkins e con una mimetica prova d'attrice di Charlize Theron, ricompensata con l'Oscar per il suo ritratto della Wuornos. Carnevale, ottavo e ultimo episodio della quarta stagione di Monster, si apre proprio con quel processo, che non potrebbe essere più lontano dalla vicenda giudiziaria di Lizzie Borden: stavolta lo stile adottato dal regista Max Winkler è semi-documentaristico, modellato sui programmi di cronaca in voga negli USA negli anni Novanta, e anche le immagini rievocano la qualità e la scarsa definizione delle VHS.
La lampante differenza fra Il processo del secolo e il prologo di Carnevale rimanda alla natura bifronte de La storia di Lizzie Borden: una serie che spesso ha virato sullo humor nero e su toni quasi farseschi, pur costeggiando i territori dell'horror, ma che al contempo ci ha fatto immergere nei drammi delle sue protagoniste, sottolineando in primo luogo l'umanità complessa e tormentata di Aileen Wuornos. Introdotta al principio del quarto episodio, R.I.P. (riposa in pena) Abby Borden, la Wuornos è incarnata dalla portentosa Sarah Paulson, volto-simbolo delle produzioni di Ryan Murphy fin dai tempi di American Horror Story, in un percorso narrativo parallelo a quello della (presunta) assassina del titolo, impersonata invece dalla semi-esordiente Ella Beatty, e della sua compare ed amante, la Bridget Sullivan di Vicky Krieps.
"Run away, turn away": tra fuga e redenzione
Carnevale, finale il cui titolo deriva da Carnival di Natalie Merchant, la canzone richiesta da Aileen Wuornos al momento dell'iniezione letale, riprende questa narrazione binaria, imperniata sul rispecchiamento fra le due donne. Aileen, che reagisce alla violenza - fisica e sessuale - con ulteriore violenza, vede in Lizzie una sorta di spirito-guida, un modello di emancipazione femminile, e la sua visita a casa Borden, nell'episodio Bed and breakfast, sancisce la compenetrazione fra questi due livelli temporali. Dalla commedia nera a tinte horror si passa a un registro del tutto diverso: un surreale amalgama fra passato e presente, in un'emozionante danza sulla melodia di Smalltown Boy dei Bronski Beat, inno per antonomasia alla fuga come unica risposta all'anelito di libertà e di autoaffermazione ("The love that you need will never be found at home/ Run away, turn away, run away, turn away, run away").
E in questa stagione, assai più che nelle precedenti, la cruda rielaborazione del true crime è coniugata a una profonda empatia per i 'mostri' di turno. Dopo l'assoluzione in tribunale, la Lizzie di Ella Beatty si crogiola in un intimo senso di armonia con la natura, trasformando la magione di famiglia in un'arca di Noè con circa duecento animali, ma deve anche fare i conti con il peso del passato e l'immagine che la società le ha cucito addosso (una delle maschere orrorifiche di Halloween). L'ombra dei suoi crimini sfuma però nell'idillio amoroso con Bridget e in una "apertura al mondo" che si concretizzerà nell'impegno come suffragetta: in sostanza, una redenzione volta a condurre la signorina Borden verso un duplice happy ending, tanto sul piano personale, quanto su quello collettivo, con la celebrazione del diritto di voto alle donne nell'agosto del 1920 come punto d'arrivo della parabola di Lizzie.
Il finale di Monster: tutto è perdonato?
Dalla strage familiare come (necessario?) atto di liberazione alla ratifica del XIX emendamento come traguardo di una lotta al patriarcato in continuo divenire: si tratta di un parallelismo quantomeno azzardato, nonché moralmente discutibile, ma che la serie di Ian Brennan porta avanti fino in fondo, tanto da affidare a Lizzie e Bridget le chiavi di un ipotetico 'paradiso' nella scena conclusiva. "Tutto è perdonato; tutto è compreso", sono le parole che Lizzie, trasfigurata in donna-angelo, rivolge allo spirito di Aileen Wuornos, finalmente pronta ad abbandonare un mondo di sofferenze e a varcare la soglia luminosa dell'aldilà; nel frattempo, il suo cadavere funge da macabro spettacolo di un ristretto pubblico nell'atroce "carnevale della giustizia" della nostra epoca (l'esecuzione della Wuornos ha avuto luogo nel 2002).
Aperto come un truculento Grand Guignol in costume, con fontane di sangue e colpi d'ascia a profusione, Monster - La storia di Lizzie Borden si chiude così con l'ideale riabilitazione di due personaggi etichettati come 'mostruosi' da una società ferocemente sessista. Negli otto episodi compresi fra l'incipit e l'epilogo non è sempre facile rintracciare una piena coerenza stilistica e narrativa, e la tesi proposta dalla serie, dicevamo, può indurre più di qualche perplessità. Eppure, squilibri e imperfezioni restano parte integrante del fascino di un racconto che in molteplici occasioni ci sfida a sospendere il giudizio, a interrogarci sulla realtà che abbiamo costruito da una generazione all'altra e, in ultima istanza, a ricercare la mostruosità dentro noi stessi.