House of Gucci, la recensione: caught in a bad romance

La recensione di House of Gucci, il film di Ridley Scott sul delitto Gucci: Lady Gaga e Adam Driver protagonisti di un racconto in fragile equilibrio fra dramma e camp.

RECENSIONE di 16/12/2021

Once I had a love and it was a gas/ Soon turned out had a heart of glass

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House of Gucci: un'immagine di Lady Gaga

Qual è il modo migliore per approcciarsi a un film concepito come un concentrato di elementi estremi e melodrammatici, intessuti sotto il segno di un sensazionalismo senza freni? È lecito pretendere un racconto approfondito, in grado di esprimere qualcosa di significativo anche sul nostro presente, o conviene piuttosto attendersi un intrattenimento smaccato e gioiosamente fine a se stesso? Sono questioni che costituiscono i presupposti inesorabili di una recensione di House of Gucci: a quale tipo di film ci troviamo di fronte e quale idea di cinema intende veicolare il neo-ottantaquattrenne Ridley Scott nella sua seconda pellicola realizzata nell'arco di un anno? Non si tratta di domande semplici: in primo luogo perché House of Gucci non aderisce appieno ad alcuna delle categorie sopra elencate, ma sceglie di contaminare le convenzioni di un canonico docu-drama con gli eccessi di un fenomeno pop.

Lady Gaga e Lady Gucci

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House of Gucci: un'immagine di Lady Gaga

E cosa c'è di più pop, del resto, che affidare un'antieroina strabordante e sopra le righe alla star musicale più discussa da oltre un decennio a questa parte, di sicuro la più abile nel capitalizzare l'attenzione mediatica? A tre anni di distanza dal suo apprezzato esordio da protagonista sul grande schermo nel fortunatissimo remake A Star Is Born, in un ruolo dagli inevitabili echi autobiografici, qui Lady Gaga si cimenta con un personaggio molto diverso. La sua Patrizia Reggiani conserva comunque una certa dimensione glamour, così come lo statuto di donna dominata dalle proprie passioni, ma stavolta è il contesto a mutare completamente: se A Star Is Born riproponeva l'essenza del melodramma classico (quale appunto l'antesignano È nata una stella del 1937), e dunque la sua purezza, House of Gucci rientra invece nella declinazione postmoderna del mélo, vale a dire il serial familiare degli anni Ottanta.

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House of Gucci: un primo piano di Lady Gaga

L'ultima fatica di Ridley Scott, in effetti, è l'erede diretta dei vari Dallas e Dynasty, nonché di un filone cinematografico sviluppatosi sul modello televisivo delle soap. E quale spunto più azzeccato, in tal senso, della vicenda di Patrizia Reggiani e Maurizio Gucci, rampollo di un impero dell'alta moda, con tanto di corredo di faide tra parenti per acquisire il controllo della società, fino a culminare con la burrascosa separazione fra i due coniugi e la spietata vendetta architettata dalla ex Lady Gucci? Una materia narrativa incandescente, rielaborata dalla penna di Becky Johnston (la sceneggiatrice de Il principe delle maree) e di Roberto Bentivegna sulla base del libro di Sara Gay Forden The House of Gucci - A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed (titolo che è già tutto un programma), e condensata in un film di oltre due ore e mezza che coprono un arco di tempo di quasi vent'anni... o meglio, di quasi trenta.

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House of Gucci: Adam Driver e Lady Gaga

Trent'anni perché, nella realtà dei fatti, l'incontro fra la socialite modenese Patrizia Reggiani e lo studente di legge Maurizio Gucci avvenne nel 1970, mentre nel film viene spostato nel 1978, ovvero alla vigilia dei patinati Eighties e fra i bagliori di una discoteca in cui risuona un'intera compilation dei successi di Donna Summer. A Ridley Scott, del resto, la verità storica in questo caso interessa ben poco: l'intento sembra quello di rievocare un'epoca contrassegnata dagli status symbol della generazione degli yuppie, dalle chiome cotonate delle signore alto-borghesi e dalle canzoni che scandiscono il passaggio dalla new wave (Heart of Glass dei Blondie, Ashes to Ashes di David Bowie) al pop danzereccio degli anni Ottanta (Eurythmics, New Order, George Michael). House of Gucci, insomma, fa leva sull'immaginario e predilige gli archetipi alle sfumature: i suoi personaggi non sono esseri umani complessi e ben definiti, ma incarnano una galleria di cliché ambulanti (e pertanto tagliati con l'accetta).

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House of Gucci: un primo piano di Adan Driver

Adam Driver, appena diretto da Scott anche in The Last Duel, offre un'interpretazione ben misurata del giovane Maurizio, novello Michael Corleone che in prima battuta si allontana dai tentacoli del proprio clan, salvo poi rientrarvi per scalarne rapidamente i vertici e sperimentare una simbolica perdita dell'innocenza. Ma se a lui spetta l'unico ruolo con un'evoluzione coerente, i suoi comprimari sono appunto figure iper-stilizzate: l'arcigno padre-padrone Rodolfo Gucci di un composto Jeremy Irons, con tanto di occhiaie vampiresche; l'istrionico zio Aldo, che lascia libero sfogo alla verve dello scatenato ottantenne Al Pacino; e l'ambigua fattucchiera Pina Auriemma, a cui presta il volto l'attrice messicana Salma Hayek. Un discorso a parte merita invece il bislacco Paolo Gucci, o piuttosto la grassoccia maschera di trucco prostetico appiccicata su un Jared Leto talmente pessimo da entrare di prepotenza dell'area dello scult.

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House of Gucci: Adam Driver, Jared Leto e Lady Gaga

Proprio gli scimmiottamenti di Jared Leto, il goffo cuginastro idiota che pare uscito da uno sketch del Saturday Night Live, sono la cartina di tornasole del parziale fallimento di House of Gucci: un film privo di un'impostazione coerente e di una direzione univoca, in cui c'è chi recita 'seriamente' (forse fin troppo), chi si tuffa a peso morto in un'imbarazzante pantomima e chi - Lady Gaga - tenta di destreggiarsi, con esiti più che degni, fra la sanguigna intensità della sua protagonista e l'anima più sfacciatamente camp della storia messa in scena da Ridley Scott. Una storia che avrebbe potuto intraprendere la strada dell'autentico guilty pleasure, ma si disperde fra sottotrame allungate ben oltre la soglia della necessità e passaggi così superficiali da non suscitare alcuna traccia di pathos. Perfino l'impatto dell'omicidio di Gucci risulta smorzato dal ritmo sbilenco del racconto, mentre le indagini e il processo alla Reggiani sono relegati in un epilogo frettoloso e svogliato.

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House of Gucci: un'immagine di Lady Gaga

Senza scomodare le pietre miliari (Alien, Blade Runner, Thelma & Louise), vale la pena ricordare che la carriera di Ridley Scott trabocca di titoli orgogliosamente 'popolari', in cui i codici del genere di appartenenza sono adoperati in funzione del grande pubblico: da Il gladiatore a The Martian al recente Tutti i soldi del mondo, che di House of Gucci condivide non solo l'ambientazione fra America e Italia, ma soprattutto il quadro di corruzione morale nella cornice di un'opulenza smodata. Se in quel caso, però, tensione e spettacolo erano gestiti con la consumata destrezza del veterano, stavolta a prevalere è la sensazione dell'artificio che tracima nella stucchevolezza, del barocchismo che scade nel pacchiano; in altre parole, dell'occasione sprecata o quantomeno colta solo a metà.

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Conclusioni

Se nella nostra recensione di House of Gucci si avverte più di una nota di rimpianto è per la coscienza di un potenziale che non è stato sfruttato in maniera ottimale. Sulla carta si sarebbe potuto sperare in un altro thriller sullo stile di Tutti i soldi del mondo, in un poderoso (melo)dramma su sesso, soldi e sangue, o magari (perché no?) in un pastiche spinto addirittura sul ciglio della parodia. House of Gucci è un po' tutte queste cose insieme, ma mescolate in un amalgama decisamente confuso e che a tratti sconfina nello scult non del tutto volontario.

Movieplayer.it

2.5/5

Voto medio

2.6/5

Perché ci piace

  • Una materia narrativa di indubbia forza, dotata di ingredienti in grado di mantenere la presa sull'attenzione dello spettatore.
  • L'affascinante rievocazione di un certo immaginario degli anni Ottanta.
  • Un Adam Driver sapientemente misurato e una Lady Gaga che conferisce le giuste dosi di intensità alla sua protagonista.

Cosa non va

  • Un'alternanza di toni e registri che finisce per compromettere la coerenza interna del racconto.
  • Una sceneggiatura superficiale e spesso sbilanciata, che fatica a reggere il ritmo per le due ore e mezza del film.
  • La compresenza di stili di recitazione agli antipodi, con uno Jared Leto a briglia sciolta in una performance semplicemente terribile.