Da settimane non si parla d'altro. Meme, articoli, reel. Tutti, ma proprio tutti, si sentono in dovere di "spiegare" perché l'Odissea di Christopher Nolan va vista - sottolineiamo il perentorio imperativo - solo ed esclusivamente nel formato analogico Imax 70mm, come concepito dal regista. Con un appunto, che sembra superficiale ma che, invece, è centrale rispetto a quest'ossessione collettiva: nel mondo ci sono solo 41 sale in grado di proiettare il viaggio di Ulisse nel formato originale, di cui - guarda caso - nessuna in Italia.
Ora, questo spunto di certo non vuol essere l'ennesima guida sui vari formati, ma lo sfruttiamo per riflettere su quanto la comunicazione che ruota attorno al cinema stia enfatizzando sempre più una dinamica concentrata sull'evento e non sul film in sé, assottigliando il valore democratico e popolare che ha sempre contraddistinto la settima arte.
Odissea, i 70mm e un'ossessione fuorviante
"Se non lo vedi in Imax, è come non vederlo, l'immagine è tagliata", si legge in giro. Diremmo che, senza generalizzare, questa è una lettura abbastanza superficiale rispetto all'opera; un meccanismo che squilibra ciò che invece dovrebbe essere più importante, ovvero la visione del film senza alcuna sovrastruttura capace di alterare la percezione del pubblico.
Restando in Italia, è praticamente impossibile trovare un posto nelle (poche) sale che proiettano la pellicola in 70mm. Nemmeno fosse una visita medica, le "liste d'attesa" sono lunghissime e i biglietti sono in vendita a una cifra maggiorata (il ticket per uno spettacolo IMAX si aggira tra i 13 e i 15 euro). Una corsa che sembra non aver regole - facendo scopa con quella per i gadget - tanto che gli scalper online (i cari, vecchi bagarini) rivendono i tagliandi a cifre astronomiche.
Un meccanismo che non fa bene al cinema (diventato status quo)
La domanda, quindi, sorge spontanea: questo meccanismo - che si fonde con le esigenze del marketing - fa "bene" al cinema stesso? Che senso ha che un regista come Christopher Nolan - al di là dei freddi tecnicismi - abbia ideato e girato un'opera che, a conti fatti, può essere proiettata nella purezza da lui scelta solo in una manciata di sale in tutto il mondo?
Certi schemi dogmatici e radicali non aiutano il cinema che, dalla ripresa post-Covid, sta vivendo una rinascita - anche grazie ai film di Nolan - che, guardando indietro tra chiusure e mascherine, sembrava impossibile. Una "rigenerazione", come l'ha definita Alberto Barbera, direttore della Mostra del Cinema di Venezia, che, però, sembra calcare troppo la mano proprio sul concetto di "evento", dimenticando quanto quest'arte sia accessibile e trasversale, ben lontana da quello che imporrebbe lo status quo: testimoniare la propria partecipazione a qualcosa di "esclusivo".
Le manie di una cinefilia attratta dall'apparenza
Non solo: c'è anche da considerare il dislivello che un tale dogma può creare rispetto alla programmazione delle sale, impossibilitate a garantire un'offerta il più possibile eterogenea. Ogni film infatti meriterebbe una degna fruizione, una sala accogliente, uno schermo grande. Se si sceglie consciamente di essere dei "talebani del cinema", allora lo si dovrebbe essere sempre e comunque, per qualsiasi titolo, non solo per l'Odissea di Nolan. Che senso ha puntare i piedi per una visione in 70mm se poi, a casa, i film si guardano sullo schermo di un computer?
Del resto, imporsi a qualunque costo una visione che rispetti il "volere" del regista rientra tra le tipiche situazioni raccolte dalla pagina Facebook "Il cinéfilo nell'era dell'Internét", che testimonia - senza prendersi troppo sul serio ma con un filo di ridondanza - le manie e le ossessioni del cinefilo contemporaneo, sempre più attratto dall'apparenza e disattento alla sostanza.