Reinterpretare l'epica per un autore può essere una sfida particolarmente complicata: i poemi che per molti di noi sono stati solo canti frammentari da imparare a scuola racchiudono invece il racconto di gran parte dell'indole e della psicologia umana. Sono storie nelle quali poche donne e molti uomini affrontano difficoltà e dolori indicibili per amore, ambizione o semplicemente per il capriccio di dèi annoiati.
In tutto questo, Christopher Nolan sceglie di prendere una posizione chiara: nell'ambientare la sua Odissea in un "mondo di apparente magia", sposta il focus sull'umano piuttosto che sul divino. È questa premessa a permetterci di avviare una serie di considerazioni su un aspetto che nei suoi film ha sempre fatto discutere: la scrittura delle figure femminili.
Se nei poemi omerici le donne sono molto spesso vittime delle macchinazioni degli dèi (oltre che degli uomini), qui la narrazione che le riguarda ha necessariamente avuto bisogno di altri espedienti e punti di vista che, giustamente, si sono distaccati dall'opera originale per adeguarsi alle tematiche e all'armonia della sceneggiatura. Saranno bastati, però, questi cambiamenti a restituirci delle donne più autentiche?
(Nota per i lettori: staremo attenti a rivelare il meno possibile sul film, ma se non lo avete ancora visto, forse è meglio tornare su questo articolo in un secondo momento).
L'ossessione di Penelope
Iniziamo proprio con Penelope, simbolo di dedizione per eccellenza e una delle prime donne messe a tacere nella storia della letteratura. Nel primo libro dell'Odissea, infatti, tra le prime scene di cui leggiamo c'è quella della Regina di Itaca che scende dalle sue stanze private nella grande sala dei banchetti, dove un aedo sta intrattenendo i corteggiatori con le storie degli eroi greci di ritorno da Troia. Addolorata dal sentire racconti di altri ritorni, Penelope chiede all'uomo di intonare qualcosa di diverso e meno triste; è a questo punto che suo figlio Telemaco le ordina: "Madre mia, va' nella tua stanza, accudisci ai lavori tuoi... La parola spetterà agli uomini, a tutti e a me soprattutto, che ho il potere qui in casa."
Questa scena viene ripresa da Nolan: il film ci introduce alla vita di Itaca proprio come nel libro, ma in modo più edulcorato. Le parole di Telemaco sono meno rudi, ma la figura di Penelope rimane comunque quella di una donna oppressa dai Proci e da un destino che, giustamente, rifiuta di accettare. La Penelope di questo adattamento è più combattiva; eppure, nonostante le si faccia pronunciare una frase potente come "Sono seduta su questo trono vacante da anni eppure le mie conoscenze e la mia esperienza valgono meno della peluria sul tuo volto", non la sentiamo parlare d'altro che di Ulisse, concludendo il discorso con un perentorio "Voglio che torni Ulisse".
Nonostante questa forte rivendicazione, la sceneggiatura non le permette di spaziare oltre. Se da un lato i cambiamenti apportati hanno consentito a Ulisse di essere dipinto come un uomo profondamente diverso, più sfaccettato e tormentato dai sensi di colpa, per lei - pur avendo il minutaggio più alto tra i personaggi femminili - si è scelta la strada più rassicurante della devozione cieca. Ulisse è l'ossessione che la spinge avanti: lui e soltanto lui.
Ovviamente, da un adattamento cinematografico dell'Odissea non pretendevamo il rigoroso rispetto del Test di Bechdel, ma sarebbe stato stimolante conoscere una Penelope capace di andare oltre la semplice dedizione: la Penelope che esprime insoddisfazione per altro che non sia il marito disperso; la regina che, oltre a tessere la tela, deve far fronte nella pratica a un'Itaca depredata e umiliata, a un figlio ancora immaturo e a una rabbia - qui solo accennata - che l'avrebbe resa un personaggio molto più completo e reale. Penelope ci è sembrata, in definitiva, un'occasione sprecata nel vasto mare delle modifiche effettuate.
Che fine fa Melanto?
Dopo Penelope ci spostiamo su una figura di minore importanza che tuttavia, anche a causa forse del montaggio, risulta nel film ancora meno influente rispetto al poema omerico. Sia nel lungometraggio che nei testi classici la vediamo nel ruolo della traditrice: qui ha una relazione con Antinoo ed è l'informatrice che lo aggiorna sui movimenti di Telemaco e sul sotterfugio della tela.
Per assurdo, nell'Odissea omerica Melanto appare come una figura molto più interessante: cresciuta da Penelope come una figlia, il suo tradimento con l'arrogante Eurimaco rende la sua colpa ancora più profonda e dolorosa. Nel poema viene infatti impiccata da Telemaco dopo la strage dei Proci, macchiata da un'infamia che non le merita una morte rapida. Nel film di Nolan è invece una semplice spia di cui non scopriamo molto altro, compreso il suo destino finale: un personaggio privo di spessore e incompiuto.
Elena: vittima della narrazione comune
Elena è uno dei profili più affascinanti di Iliade e Odissea. Nei poemi è tra i rari personaggi femminili che rivendicano la parola ed esprimono in prima persona i propri tormenti. In questo nuovo adattamento, tuttavia, si pecca con lei di superficialità. Non sappiamo quanto anche qui il montaggio finale possa aver inciso, ma dopo averla vista scambiare poche e taglienti battute sull'esito della guerra di Troia con Menelao, risulta alquanto bizzarro che, al momento del congedo da Telemaco, pronunci questa frase: "Dì a Penelope che mi dispiace per Troia e per tutto quello che è successo in mio nome."
È la battuta più lunga che le viene concessa: l'ammissione di una colpa che non le appartiene. Anche nei poemi Elena è consumata dal senso di colpa e usa per se stessa parole durissime, ma lo fa in un contesto articolato in cui il lettore comprende i traumi che ha subito e come le sia sempre stato instillato che la causa di tanta sofferenza fosse la sua bellezza quasi divina.
Pedina della politica e dei capricci degli dei, Elena parla, prova a opporsi ad Afrodite, ricama la storia delle guerre del suo popolo e dimostra una complessità che nel film viene accantonata a favore di cicatrici più sensazionalistiche. Elena è una donna ferita prima nell'anima che nella carne, e mostrare visivamente quella violenza sulla sua pelle non basta a restituire la sua meravigliosa profondità: esibire il trauma fisico senza scavare nella sua psiche rende quindi il suo senso di colpa ancora più incomprensibile.
Circe e la condizione femminile
Il limite del lavoro svolto con la Circe di Samantha Morton risiede nel non averle concesso il giusto spazio. La maga pone Ulisse davanti a quegli aspetti dei suoi uomini che l'eroe preferirebbe ignorare, lui che li ha spinti senza farsi troppi problemi alla porta di una donna sola. Ridurre la sua narrazione all'osso per dare priorità al viaggio dell'eroe è una scelta di campo: eppure, concedere maggior respiro alle parole di Circe avrebbe permesso non solo di approfondire un personaggio affascinante, ma anche di sviluppare quella tematica rimasta latente per tutto il film: la percezione della donna in opere di questo tipo e la violenza sistematica che deriva da una visione distorta del femminile.
Calipso e Atena: memoria e senso di colpa
Per quanto riguarda Calipso e Atena, il discorso si fa più concettuale. Nolan impiega questi due personaggi al solo scopo di caratterizzare Ulisse: ne diventano quasi un'estensione psicologica. Calipso, in questa nuova veste, non possiede origini o provenienza definite e le sue poche battute servono esclusivamente a spingere il protagonista a fare i conti con i dolorosi ricordi del passato. La si potrebbe definire quasi una figura terapeutica che, tuttavia, non possiede uno spessore proprio ma agisce come mero catalizzatore degli eventi.
Per quanto riguarda Atena - o la figura che Ulisse chiama con questo nome - la si può considerare come la personificazione inconscia del suo senso di colpa. Si tratta di un personaggio visivamente ed emotivamente forte che, proprio come Calipso, esiste in funzione del protagonista, aggiungendo ulteriori dilemmi morali alla sua figura.
Nel concludere questo approfondimento, ci teniamo però a fare una precisazione: evidenziare i limiti di un aspetto narrativo non significa bocciare l'intera opera. L'analisi critica serve a stimolare la riflessione e non intende ridimensionare la portata di un film che resta mastodontico e realizzato con maestria. Permane tuttavia la speranza che, in futuro, anche ai personaggi femminili dell'epica venga riservata la stessa cura che ha reso l'Ulisse di Christopher Nolan un eroe nuovo, vivo e profondamente complesso.