Non mancheranno i grandi film o le grandi star ma, dato di fatto, all'83esima Mostra del Cinema di Venezia sono pressoché assenti gli studi di Hollywood, così come manca il supporto delle grandi piattaforme streaming, a favore di un programma dominato da opere di registi indipendenti. Un dato, questo, che segue l'ultima edizione di Cannes, già abbastanza parca di brand.
Una logica che potrebbe rivelare lo stato dell'arte: un dispendio economico che, tramite la vetrina festivaliera, oltre a un certo prestigio non garantisce un preciso ritorno finanziario. In termini spiccioli, spostare una grande produzione hollywoodiana per due o tre giorni richiede uno sforzo logistico imponente e cifre astronomiche, coperti solo in parte dall'organizzazione dei festival (che devono confrontarsi con il budget degli sponsor puntualmente al ribasso). A giudicare prima da Cannes e ora da Venezia, a Hollywood si stanno definitivamente chiedendo se tutto ciò valga effettivamente la pena.
Il caso Joker: Folie à Deux
In verità, questo ostracismo di Hollywood rispetto ai Festival (europei) è stato segnato da una produzione spartiacque: Joker di Todd Phillips. Se nel 2019 il primo capitolo aveva di fatto scritto una pagina importante di Venezia, ponendo in parallelo un cinema che potesse essere contemporaneamente "da Mostra" e "da pop-corn e Coca-Cola", nel 2024 c'è stata la fragorosa caduta del sequel Joker: Folie à Deux che, secondo molti, è stato uno tra i "peggiori film" mai passati al Lido (come dar loro torto?) in relazione al blasone e all'aspettativa.
Nei mesi successivi alla presentazione si è dibattuto molto, in modo più o meno ufficiale, se questa première mondiale dai feedback così negativi abbia in effetti influenzato gli spettatori, tanto che alla lunga il sequel si è rivelato un cocente flop per la Warner Bros che, fino a quel momento, aveva un ferreo rapporto con la Mostra del Cinema di Venezia. E non è bastato alla Warner nemmeno il Leone d'oro vinto proprio nel 2024 con La stanza accanto di Pedro Almodóvar.
Le major che "nascondono" i film
Il verbo al passato, in questo caso, è fondamentale: nelle ultime due edizioni, per buona pace di chi sperava di vedere al Lido Digger di Alejandro González Iñárritu, non v'è più traccia di Warner Bros. Un rapporto interrotto che proseguiva - andiamo a memoria - dal 2016 con Arrival. Parliamo della preistoria. Anche perché, come suggerivano diversi insider in forma anonima, una canonica presentazione di Joker: Folie à Deux a ridosso dell'uscita avrebbe forse giovato: come si giustifica, in effetti, il tonfo di critica e pubblico, durante un evento importante come quello di Venezia, di un'opera costata 200 milioni di dollari? Qui si lega un'ulteriore riflessione su quanto le major tendano il più possibile a "nascondere" i loro film, rivelandoli ai giornalisti il più tardi possibile (con embarghi sulle recensioni al limite).
I Festival sono spazi liberi, di confronto e dialogo (in cui la stampa ha ancora voce in capitolo)
Una crisi (se così vogliamo aggettivarla) che, tuttavia, mostra e dimostra quanto la stampa e la critica siano ancora parti attive del processo, non solo orpelli impolverati e polemici appartenenti all'epoca pre-social. È inoltre la dimostrazione di quanto i Festival stessi siano spazi molto più liberi, in cui il confronto e il dialogo possono spezzare quelle architettura che vorrebbero sempre giudicare positivamente il titolo di uno studio hollywoodiano perché poi, citiamo, "se lo si critica la gente non va più al cinema". Errore di pensiero da penna blu: la lista di film bastonati che hanno trionfato al box office è infinita; se le recensioni della stampa fossero in grado di indirizzare gli spettatori, non staremo qui a parlarne.
Il potere dimezzato del marketing
Insomma, durante un festival i confini del marketing vengono meno e c'è una gestione del titolo condivisa con l'organizzazione stessa dell'evento. Le conferenze stampa sono aperte a tutti gli accreditati press e non sono ufficialmente soggette a determinati vincoli che, spesso, mozzano le domande dei cronisti (molte volte non sono accettate domande politiche o di natura semplicemente sociale). C'è poi una maggior libertà d'opinione, c'è una diversa lettura del film rispetto alla sezione in cui è in programma (Concorso, Fuori Concorso, ecc.) e soprattutto c'è una maggior attenzione mediatica rispetto a una canonica anteprima nazionale o continentale. Va da sé che il peso specifico aumenta e il rischio di implosione si alza, sfiorando livelli che, in questo momento storico, le major non possono certo permettersi.
Gli studios (tranne Disney) hanno evitato Venezia 2026
Era prevedibile che la Mostra del Cinema di Venezia 2026 fosse abbastanza scarica di enormi produzioni, con la sola Disney che si fa carico del rischio portando al Lido il documentario Oasis: Don't Look Back In Anger e Wild Horse Nine di Martin McDonagh (che già parte favorito per il Leone d'Oro).
Al netto di possibili acquisizioni, non c'è la citata Warner, non c'è Universal (altra major che ha ottimi rapporti con Venezia), non c'è Prime Video, con la sola Netflix che porta due titoli ossia Possible Love del coreano Lee Chang-dong in concorso e Un bon avocat di Tristan Séguéla (The Good Lawyer, titolo originale) fuori concorso. Film marcatamente più "soft" rispetto a quelli presentati negli ultimi anni, quando si era ritagliata parecchio spazio suscitando non poche (ma opinabili) critiche arrivate dagli spettatori più intransigenti.
La Mostra numero 83, secondo Alberto Barbera, pone al centro i film "come strumento di conoscenza" in un'epoca in cui il cinema stesso riesce a rinnovarsi (citando il caso di Odissea di Nolan). Non sono solo parole casuali quelle del direttore artistico, in quanto questo nuovo corso passa attraverso studi indipendenti che stanno sfidando gli studios: nonostante una latente crisi artistica, il caso di A24 è abbastanza conclamato, ed ecco che a Venezia troviamo l'interessante Primetime con protagonista Robert Pattinson. Uno studio che, ultimamente, si sta affacciando sempre più spesso in laguna, portando star e glamour. Superfluo poi citare il caso di NEON, che è ormai una certezza a Cannes con ben sette Palme vinte dal 2019.
Gli studi indipendenti sono le nuove major?
Una prospettiva cinematografica che va quindi oltre la lacuna lasciata dagli storici studios che hanno fatto grande il cinema, per un cambio di narrativa che vede i brand indipendenti - che però così indipendenti non sono, ma questo è un altro discorso - prendere il posto di coloro che ormai fanno di necessità virtù, declinando l'invito a Venezia e optando, invece, per un confortevole rischio zero. Peccato però che il rischio zero non esista e che il cinema sia un'arte in grado di "rigenerarsi", come dice Barbera, andando al di là di un 'semplice' marchio.