Cena con delitto – Knives Out, analisi del finale: la riscrittura del giallo e la condanna della società USA

Partendo dal finale di Cena con delitto - Knives Out, parliamo di come il film omaggia e stravolge le convenzioni del giallo classico.

APPROFONDIMENTO di 10/12/2019
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Cena con delitto - Knives Out: il cast in un'immagine promozionale

Con il suo quinto lungometraggio Cena con delitto - Knives Out, il regista americano Rian Johnson torna e rileggere e rielaborare gli stilemi della detective fiction, avendo precedentemente esplorato la variante hard-boiled del noir nella sua opera prima Brick. Questa volta tocca al whodunit, il classico giallo a enigma, con evidenti rimandi ad Agatha Christie (la casa, la riunione di famiglia, il fatto che nessuno sia del tutto innocente). Così facendo Johnson rispetta e al contempo gioca con le regole del genere, sfruttando archetipi narrativi d'altri tempi per riflettere, con la sua classica irriverenza, sulla società statunitense di oggi. Vediamo come.
Attenzione, seguono spoiler sul finale di Cena con delitto - Knives Out!

Le regole del giallo perfetto

La grande domanda al centro di Cena con delitto - Knives Out è "Chi ha ucciso Harlan Thrombey?", e già lì è racchiusa parte dell'operazione postmodernista di Rian Johnson, dato che Thrombey non solo è un famoso autore di gialli, ma anche un omaggio al vero librogame Who Killed Harlowe Thrombey?, edito nel 1981 all'interno della collana Choose Your Own Adventure. Altrove Linda (Jamie Lee Curtis), primogenita di Harlan (Christopher Plummer), ricorda come lui amava giocare con i membri della famiglia, ideando lingue specifiche per ciascuno di loro (elemento che ritorna in scena nel finale, quando scopriamo che la lettera relativa al tradimento del marito di Linda era scritta con inchiostro simpatico). In questo caso, dalla tomba, il grande giallista gioca e si prende gioco di tutti (basti pensare al trono di coltelli, versione altamente ironica del principio drammaturgico noto come Chekov's Gun), ma lui, come Johnson, ci dà tutti gli indizi necessari, con grande onestà, per capire dove si andrà a parare. L'irriverenza sta nel come viene svelata la verità, con lo stravolgimento del classico dénouement alla Agatha Christie dove tutti sono riuniti nella stessa stanza e il detective spiega per filo e per segno come sono andate le cose. Questa volta no, basta rimanere in presenza del vero colpevole.

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Cena con delitto - Knives Out: Chris Evans in una scena del film

Il vero colpevole? Sì, perché Harlan Thrombey si è suicidato, come confermano i referti autoptici, ma come chiarisce Benoit Blanc (Daniel Craig) c'è anche un colpevole, inteso come persona che abbia agito con premeditazione per motivi nefasti. Si tratta di Hugh Ransom Drysdale (Chris Evans), figlio di Linda, che ha cercato di uccidere Harlan e incastrare la di lui badante, Marta Cabrera (Ana de Armas), per questioni legate all'eredità. La sua colpevolezza è suggerita sin dalla prima inquadratura, la cui importanza è chiara solo in seguito: Johnson apre il film con i due cani di Harlan che corrono verso la macchina da presa, e un dettaglio che inizialmente non torna è il motivo per cui abbiano abbaiato nel cuore della notte. In seguito vediamo che vanno d'accordo con tutti i membri della famiglia, tranne uno: Ransom. Ransom, che ammette indirettamente di saperne più degli altri su come uccidere le persone quando dice di essere stato in precedenza l'assistente per le ricerche di Harlan, il quale a sua volta intuisce che ci sia sotto qualcosa facendo notare a Marta che sostituire i medicinali sarebbe un ottimo metodo per commettere un omicidio di nascosto. E poi c'è l'indizio più evidente, e per questo in apparenza irrilevante: il giovane sceglie di sua sponte di farsi chiamare con il secondo nome, Ransom, ossia "riscatto" (solo i domestici lo chiamano Hugh, elemento fondamentale per smascherarlo). Tutto ruota intorno ai soldi, in un modo o nell'altro, e da quel punto di vista Ransom è l'avatar perfetto dell'intera famiglia, fatta eccezione per Harlan e la di lui madre, che ride di gusto quando gli altri vengono rimproverati da Blanc.

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Cena con delitto - Knives Out: Jamie Lee Curtis, Don Johnson, Christopher Plummer in una scena del film

Le ispirazioni di Johnson sono tutte in bella vista, a livello visivo (Gli insospettabili, una clip de La signora in giallo), verbale (rimandi espliciti a Sherlock Holmes) o anche di casting (è la seconda volta che Craig deve indagare sulla famiglia di Plummer in un contesto mystery dalle tinte postmoderne, dopo Millennium - Uomini che odiano le donne). Quella principale, ovviamente, è Agatha Christie, per la scelta della location praticamente singola e del cast espanso (notare che il film omette i credits iniziali, per far sì che lo spettatore non possa indovinare chi è il colpevole in base all'ordine in cui sono elencati gli attori), ma c'è di mezzo anche la componente sociale: la regina dei gialli scriveva soprattutto a proposito della classe sociale più benestante, con una componente satirica di non poco conto legata al fatto che spesso il caso fosse risolto da uno come Hercule Poirot, il quale oltre a non essere particolarmente ricco era anche straniero. Johnson fa un'operazione simile in questa sede (in un'intervista ha anche detto che se la Christie fosse viva oggi molto probabilmente anche lei avrebbe tra i personaggi un ragazzino che si diverte a fare il troll online), applicando al giallo quello che Jordan Peele ha fatto con l'horror in Scappa - Get Out: condannare senza particolari eufemismi l'élite fintamente liberale (siamo nella zona di Boston, quindi Costa Est).

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Cena con delitto - Knives Out: Daniel Craig e Ana De Armas in una scena del film

L'ipocrisia regna sovrana nella famiglia Thrombey, che ufficialmente contesta le azioni dell'attuale corrente politica di (estrema) destra, criticando il figlio di Walt che è apertamente razzista sui social e lasciando intendere che Richard, il marito di Linda, abbia comunque votato per Trump ("Togliti il berretto rosso", gli dice Joni, alludendo metaforicamente all'elettorato trumpiano). In realtà sono tutti più simili all'attuale presidente americano di quanto siano disposti ad ammettere: avidi, bugiardi (Linda sostiene di essere un'imprenditrice self-made, tacendo, come Trump, il dettaglio del prestito di un milione di dollari da parte del padre), ipocriti e anche un pochino razzisti, dato che nessuno di loro sa veramente da dove viene Marta, pur sostenendo che lei faccia parte della famiglia. C'è chi dice Ecuador, chi Uruguay, chi Paraguay, chi Brasile. Lei per loro non esiste, proprio come tutti gli immigrati sudamericani che agli occhi di una certa America sono creature subumane (per la cronaca, il film non lo dice apertamente, ma la nazionalità delle tre attrici che compongono la famiglia Cabrera suggerisce che i personaggi siano di origine cubana). E Marta alla fine ricambia il favore, accettando l'eredità lasciatale da Harlan: il suo patrimonio, i diritti letterari, la casa. E si congeda da noi, e dai Thrombey, uscendo sul balcone con la tazza che apparteneva allo scrittore, con la scritta "La mia casa, le mie regole, il mio caffè". Regole che sono anche quelle di Rian Johnson, il quale dopo due ore ribadisce un'ultima volta il proprio messaggio nei confronti dell'America ipocrita di oggi, messaggio espresso perfettamente, ironia della sorte, da Ransom: "Eat shit."