La nostalgia può essere un'arma a doppio taglio. Può essere una Spada del Potere così come una lama smussata che non riesce a tagliare. Forse per questo il nuovo film live action dedicato ai Masters of The Universe ha avuto una gestazione così travagliata, passando dalle mani dei fratelli Nee a un progetto Netflix accantonato dopo averci speso 30 milioni. Fino ad arrivare nelle mani di Travis Knight che ha brandito questa possente spada e l'ha usata per colpire con convinzione.
D'altra parte Knight è uno che di giocattoli se ne intende ed è proprio questa la forma iniziale con cui He-Man e gli altri personaggi di Masters of the Universe sono nati prima di diventare fumetti, serie animate, film e videogiochi. Se ne intende perché ha già realizzato l'ottimo Bumblebee, che è uno dei Transformers, e perché è amministratore della Laika che produce film per lo più in stop-motion, animando quindi altri giocattoli in qualche modo. D'altra parte dirigere talvolta non è come giocare? E nella nuova avventura cinematografica dei Masters si vede che Knight si è divertito a farlo con questi personaggi.
Alla (ri)conquista di Eternia: la storia del film
Una guerra civile, una fuga, un rapimento. Inizia così la nuova avventura cinematografica del giovane principe Adam Glenn, portato sulla Terra dal pianeta di origine Eternia e separato dalla Spada del Potere dei suoi antenati. Adam sa, ricorda, brama di tornare a quel mondo da cui è stato separato e si trascina in un'esistenza terrestre che gli sta stretta, fino a quando, ormai adulto, è la Spada del Potere stessa a condurlo al suo pianeta di origine, dove dovrà guidare la rivolta contro le forze del male guidate dal malvagio e potente Skeletor.
Non sarà però solo in questa lotta, perché al suo fianco si schierano la maga Sorceress, Teela, Man-at-Arms e la fedele tigre verde Cringer, che si trasforma nella potente Battle-Cat. Una manciata di guerrieri in confronto alle forze del nemico, dai quali Adam/He-Man riuscirà a tirar fuori ogni potenzialità nascosta e caratteristica vincente.
Nicholas Galitzine e il cast: un He-Man umano e centrato
Il Masters of the Universe di Travis Knight è costruito come un percorso di formazione, il classico viaggio, sia pratico e avventuroso che interiore, che il protagonista deve compiere per diventare l'eroe che ci aspettiamo di conoscere. Per questo la porzione di storia sulla Terra è tra le cose più riuscite del film, perché permette al regista di impostare il discorso che gli interessa portare avanti, al protagonista Nicholas Galitzine di tratteggiare sfumature intime del personaggio, allo spettatore di capirne delusioni, aspirazioni e sogni.
Se Galitzine, infatti, fa suo l'intento del regista nella costruzione del film, anche le figure che lo circondano si dimostrano ugualmente a fuoco, compatibilmente con lo spazio a loro disposizione: Idris Elba è un solido Duncan / Man-At-Arms; Camila Mendes è una Teela che funziona accanto al protagonista; Alison Brie, James Purefoy e Morena Baccarin fanno del loro meglio per dare spessore a personaggi con poco minutaggio all'attivo. Un discorso diverso merita invece l'antagonista Jared Leto, che apprezziamo soprattutto grazie alla mimica, movimenti del corpo e lavoro sulla voce, essendo il volto sostituito da un teschio in CGI.
Il tono, riuscito, di Masters of the Universe
La visione di Knight è limitata da un budget che gli ha creato qualche vincolo di troppo. Lo si percepisce dal poco spazio ritagliato per la tigre Cringer e altre situazioni che appaiono frenate come il terzo atto su Eternia che soffre di qualche passaggio più frettoloso, ma il regista sopperisce a questi vincoli indovinando il tono giusto per la storia, quell'autoironia necessaria a far funzionare personaggi che sarebbero risultati meno credibili in un film che si fosse preso troppo sul serio, sfruttando a dovere anche l'alternanza tra CGI ed effetti pratici sul set.
Abbiamo apprezzato questo spirito e il piglio generale della storia, che ha evitato la trappola di realizzare una sorta di cinecomic alternativo andandosi a incasellare in un genere oggi in sofferenza, cavalcando la nostalgia e l'effetto He-Man ma senza strafare. I Masters of the Universe di Travis Knight non sono supereroi in stile Marvel, ma figure con le loro debolezze e altrettante forze su cui si potrà costruire una saga fantasy/avventurosa con potenziale di crescita. Se il pubblico dimostrerà sintonia e voglia di seguire questo cammino.
Conclusioni
Masters of the Universe supera i traumi di una produzione complessa e si dimostra un'operazione nostalgica intelligente e riuscita. Travis Knight aggira i limiti di budget con un'ottima direzione degli attori e, soprattutto, indovinando l'unico tono possibile per rendere credibile Eternia nel 2026: un fantasy avventuroso che non si prende mai troppo sul serio, lontano dalle logiche dei cinecomic che sembrano aver stancato il pubblico. Se gli spettatori risponderanno con entusiasmo, la strada per un franchise solido e duraturo è finalmente tracciata. He-Man è tornato, e questa volta la Spada del Potere sembra essere in buone mani.
Perché ci piace
- Travis Knight ha saputo trovare il tono perfetto, dosando ironia e rispetto per il materiale originale.
- La prima parte del film sulla Terra approfondisce la psicologia di Adam in modo efficace.
- Il protagonista Nicholas Galitzine convince nel suo percorso di formazione, accanto a un cast che lotta per ritagliarsi il giusto spazio.
Cosa non va
- Si avverte qualche vincolo di troppo sugli effetti visivi, specialmente sulla gestione di Cringer/Battle-Cat.
- Figure di contorno potenzialmente forti hanno troppo poco spazio a disposizione.