TOHO, lo studio di produzione dietro titoli come My Hero Academia e Jujutsu Kaisen, vuole produrre fino a 30 stagioni anime all'anno entro il 2032. Un obiettivo ambizioso che potrebbe trasformare l'industria, tra nuove risorse, maggiore varietà e interrogativi sulle condizioni produttive e la sostenibilità del sistema.
30 anime l'anno: ambizione folle o strategia calcolata?
Nel panorama dell'animazione contemporanea, parlare di quantità spesso significa sfiorare il limite del possibile. Eppure TOHO, già protagonista dietro produzioni come My Hero Academia e Jujutsu Kaisen, ha dichiarato un obiettivo chiaro: arrivare a produrre fino a 30 stagioni anime all'anno entro il 2032.
A prima vista, il numero suona quasi come un azzardo. In un'industria dove molti studi faticano a completare un singolo progetto annuale, pensare a una produzione così ampia sembra sfidare apertamente le logiche produttive. Ma il punto chiave sta nel modello operativo di TOHO: non uno studio tradizionale, bensì un hub produttivo che coordina, finanzia e distribuisce, lasciando la realizzazione a una rete consolidata di partner.
È proprio questa struttura a rendere il piano meno utopico di quanto sembri. Negli ultimi anni, TOHO ha ampliato la propria influenza acquisendo studi come Science Saru e Orange, oltre a collaborare stabilmente con realtà solide come Bones Film, Production I.G. e Sunrise. Una galassia produttiva capace di sostenere volumi elevati senza necessariamente compromettere i cicli di lavorazione.
L'obiettivo dei "30 anime" diventa meno una produzione diretta e più una regia industriale: coordinare più progetti contemporaneamente, distribuire risorse e ottimizzare pipeline già esistenti. Un cambio di prospettiva che trasforma un numero apparentemente irrealistico in una strategia di espansione progressiva.
Più anime, più opportunità... ma a quale prezzo?
Se il piano dovesse concretizzarsi, le conseguenze potrebbero essere profonde. Da un lato, un aumento così significativo della produzione porterebbe inevitabilmente più investimenti, più progetti e una maggiore diversificazione narrativa. Generi di nicchia, sperimentazioni visive e nuove voci potrebbero trovare spazio in un ecosistema più ricco e meno vincolato alle sole grandi IP.
Un'espansione di questo tipo potrebbe anche offrire maggiore stabilità economica a studi e creativi, soprattutto in un settore storicamente segnato da budget limitati e condizioni di lavoro complesse. Più fondi e più continuità potrebbero tradursi in produzioni meglio pianificate e, potenzialmente, in un miglior equilibrio tra qualità e tempistiche.
Però, il dubbio resta. L'industria dell'anime è già sotto osservazione per ritmi produttivi intensi e carichi di lavoro elevati. Aumentare il volume senza un adeguato ripensamento strutturale rischia di amplificare criticità già esistenti. Il precedente di altre produzioni gestite in modo problematico - come alcuni titoli legati a grandi gruppi industriali - dimostra che quantità e qualità non sempre viaggiano nella stessa direzione.
In questo scenario, TOHO sembra voler giocare una partita complessa: espandere senza saturare, investire senza comprimere. Se riuscirà a mantenere questo equilibrio, il suo piano potrebbe davvero rappresentare una nuova fase per l'animazione giapponese, dove la crescita non è solo numerica, ma anche culturale e produttiva. Se invece il sistema non reggerà, il rischio è quello di trasformare un'ambizione visionaria in una corsa troppo veloce per essere sostenibile.