Da Wandavision a Loki: i supereroi Marvel diventano adulti (ma lo sono sempre stati)

In attesa di Loki, approfondiamo come si è evoluto nel tempo il ruolo dei cinecomic, Marvel e non, al cinema e ora in televisione con le serie sviluppate per Disney+.

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Black Widow: Scarlett Johansson in una scena

Il fenomeno dei cinecomic è oggi una realtà pressoché predominante, al cinema così come in TV. E sarebbe profondamente sbagliato liquidarlo con pressappochismo come spettacolo senz'anima, come ancora parte di certa critica fa: un atteggiamento che sembra però stia lentamente andando rarefacendosi. Magari una buona spinta l'ha data anche Cloe Zhao, regista fresca di Oscar per Nomadland che ha appena firmato la regia di Eternals, uno dei prossimi progetti Marvel Studios che approderanno nelle sale riaperte da poco. E che ha fatto capire che i supereroi non sono solo storie da e per bambini.

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Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli: Simi Liu in una scena

Certo è che i cinecomic, anzi meglio i cinecomic della Marvel, nel panorama dell'audiovisivo attuale rivestono un ruolo di non poca importanza, perché lentamente si sono conquistati un loro posto al sole, e un loro senso critico, rileggendo i generi cinematografici, aggiornandoli alla sensibilità moderna, e questo senza assolutamente rinnegare il passato anzi imparando dai classici e approfondendone gli aspetti socio-culturali, sempre in relazione all'oggi. Riflessioni e suggestioni metacinematografiche risuonano nella space opera Guardiani della Galassia, nella spy-story di Black Widow, nel sword & sorcery dedicato a Doctor Strange, nel blaxploitation Black Panther, fino al wuxiapian Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli e persino il peplum con i citati Eternals.

LA TV AL CINEMA

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WandaVision: Elizabeth Olsen e Paul Bettany

Anche in televisione il percorso sembra segnato, e in tempi relativamente più brevi: è un recentissimo ricordo il suono degli applausi per WandaVision e per The Falcon and the Winter Soldier, debutto della Marvel in tv che ha coinvolto il gioco citazionistico dei film spingendosi ancora più in là, legando echi dell'attualità più stringente e approfondimenti del medium stesso. Va detto poi che la narrativa seriale è quella che meglio di tutte si adatta al genere: non per niente, il successo dei film Marvel al cinema viene - anche - dall'intuizione di aver traslato quasi per osmosi su grande schermo i meccanismi di fidelizzazione già utilizzati da sempre sul piccolo (in fondo, ogni Fase dei Marvel Studios è come se fosse una macroscopica stagione): la serie TV ha uno sviluppo orizzontale e uno verticale, e questo è fondamentale per la concezione drammaturgica dei supereroi con superproblemi.

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WandaVision: Elizabeth Olsen e Paul Bettany in una scena del terzo episodio

Ma perché sono tutti concordi nel dire che WandaVision è uno snodo fondamentale per la serialità televisiva, così come I segreti di Twin Peaks e poi I Soprano lo furono per il passaggio dal telefilm al serial? WandaVision si rivela, dopo nove tesissimi episodi, una lunga e straziante elaborazione del lutto: un racconto che nasconde molto più di quello che c'è in apparenza, stratificato e intensissimo, e che parte da una mitologia letteraria (quella delle avventure dei due tra le pagine dei fumetti della Marvel Comics) colma di avvenimenti, colpi di scena e approfondimenti psicologici. Ma è anche, fin dall'inizio, una rielaborazione del concetto stesso di serialità, partendo dalle sitcom più popolari degli anni '40 e arrivando ad oggi.

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IL CINEMA IN TV

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Avengers: Endgame, Robert Downey Jr. in una scena

WandaVision è un'enorme opera crossmediale, che ha dimostrato a tutti come la Marvel abbia ormai la capacità e il pieno controllo della struttura narrativa audiovisiva: storie calibrate alla perfezione, veri e propri meccanismi ad orologeria, con tempi perfetti e una visione d'insieme a dir poco maestosa. La Marvel, attraverso la release settimanale su Disney Plus, ha riattivato il meccanismo di fidelizzazione del pubblico, facendo riscoprire il gusto dell'appuntamento televisivo (così come Avengers: Endgame e Avengers: Infinity War avevano riportato in sala il gusto dell'evento condiviso), e diventando assoluti protagonisti delle discussioni sui social, investendo poco e nulla in una promozione che ha cominciato ad autoprodursi tramite l'incredibile hype che saliva di settimana in settimana. Arrivando addirittura a far andare in crash la piattaforma per ben due volte. Se allora WandaVision ha ricalibrato la fruizione dello show in home video, in attesa di Loki l'inaspettato M.O.D.O.K. ha contribuito ad arricchire l'offerta di genere, dando un po' di respiro dopo l'impegnativo e politicissimo The Falcon & The Winter Soldier. La serie Hulu, approdata su Disney Plus nella sezione Star (contenuti per adulti), vede tra i produttori Seth Green (ed è subito stop motion e comicità irriverente) ed è una specie di sit-com surreale, sboccata e violentissima che parla di disoccupazione, crisi familiari, incomunicabilità, multinazionali e vite disilluse, senza mai rinunciare ad un sorriso - anche aspro - sulla volata finale. Con una carica dissacrante che corrode tutto e tutti, M.O.D.O.K. riprende un villain classico della Marvel che non ha certo le sfumature di Magneto, e neanche le potenzialità drammatiche di Dottor Destino: ma ha tutte le caratteristiche di uno stand-up comedian, e proprio come la commedia castigat ridendo mores.

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M.O.D.O.K. - una foto di scena della serie

Come però si accennava prima, The Falcon & The Winter Soldier è stato lo show (non per niente sarebbe dovuto essere l'apripista al posto di WandaVision, ma è slittato per problemi produttivi legati al Covid) che ha chiarito una volta per tutte le possibilità sociali della stratificazione di significato dei supereroi.

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UNO SCUDO PER LA LIBERTÀ

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The Falcon And The Winter Soldier: Anthony Mackie davanti allo scudo di Captain America
taketheshieldback era l'hashtag diffuso dai fumetti Sam Wilson Captain America e Captain America, entrambi scritti da Nick Spencer, autore politico e intenso, che ha lavorato sulla testata dello scudiero per un po' di anni (ri)portando a galla la natura fortemente politica della serie dello scudiero a stelle e strisce, che già negli anni Settanta e Ottanta, con Steve Englehart prima e Mark Gruenwald poi, aveva fatto del buon capitano un simbolo di una messa in discussione di tipologie di potere politico deviate e non libertarie.

È proprio con Spencer che Steve Rogers, tornato fisicamente alla sua vera età di ultraottantenne, ha deciso di donare lo scudo a Sam Wilson, che diventava in questo modo il primo Capitan America di colore (forse tecnicamente non proprio il primo, ma quello più noto...). Questa è comunque solo la punta dell'iceberg delle rivoluzioni raccontate da Spencer, che andavano da Capitan America affiliato all'Hydra a Sam Wilson che veniva osteggiato dal governo per il colore della sua pelle, fino al Teschio Rosso che riesce a portare Cap a diventare Capo di un governo fascista.

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The Falcon And The Winter Soldier: un'immagine di Sebastian Stan in motocicletta

Ad ogni modo, è proprio da qui che parte l'ispirazione di Thw Falcon & The Winter Soldier: che si apre proprio con due focus, uno su Wilson e uno su Bucky Barnes. Il primo alle prese con i gravi problemi economici della sorella vedova, mentre tenta inutilmente di farle ottenere un mutuo dalla banca; il secondo in psicoterapia, cercando di superare i traumi portati dai ricordi del suo passato come killer sotto condizionamento. Cosa più importante è vedere che entrambi sono davanti ad un passo importante: l'accettazione della scomparsa di Capitan America. Così come WandaVision era una lunga elaborazione del lutto, The Falcon & The Winter Soldier costituisce l'accettazione della perdita. La perdita, oltre che di una persona cara, intesa come anche di un simbolo, di un valore morale, di un confine etico: "i simboli sono niente senza gli uomini che danno loro significato", dice Sam Wilson in apertura di racconto. Un racconto che ha un prologo in grande stile: la prima puntata si apre, prima dei titoli, con uno stupefacente (dal punto di vista visivo) inseguimento in aria. Una messa in scena da blockbuster - non dimentichiamo che ogni episodio delle serie Marvel ha un budget paragonabile ad un film low budget -, che non da conto del tono che invece lo show avrà. Perché se subito dopo vediamo i due alle prese con i problemi personali visti poco fa, proseguendo nella visione del secondo episodio vediamo che il racconto si sporca subito le mani parlando di questioni razziali, tematica sempre purtroppo - troppo - attuale negli Stati Uniti, ma figlia di venti liberticidi che soffiano anche nella vecchia Europa. Ed è proprio nella seconda puntata che incontriamo due personaggi fondamentali, uno dal punto di vista narrativo, l'altro da quello tematico. Il primo è Elijah Bradley, che nei fumetti veste i panni di Patriot, leader degli Young Avengers, gruppo che probabilmente prenderà il posto, sullo schermo, del primo team ormai dissolto (e composto da Cassie Lang, figlia di Ant-Man; Kate Bishop, discepola di Hawkeye; William e Thomas, figli di Scarlet Witch). Il secondo è invece suo nonno, Isaiah, che sempre nelle pagine degli spillati Marvel Comics si scopre in tempi recenti essere il primo Capitan America, o meglio il primo uomo ad avere ricevuto il siero del supersoldato. E che è anche di colore.

TUTTO CAMBIA

Un'immagine di Capitan America tra le macerie della guerra
Un'immagine di Capitan America tra le macerie della guerra

Il cambiamento è alla base dei rapporti umani. Il cambiamento regola qualunque tipo di forma vivente o istituzione, abbraccia la cultura e la politica, la società e i singoli individui. E il cambiamento è alla base culturale ed editoriale della Marvel. La Marvel è cambiata radicalmente, dalle sue origini: e specialmente negli ultimi dieci anni, ha affrontato cambiamenti vertiginosi nel giro di pochissimi mesi. In particolare, il Marvel NOW! ha vissuto cambiamenti e rivoluzioni sostanziali, in un percorso di avvicinamento alla realtà differenziata tra etnie e gender. La gestione di Nick Spencer di cui abbiamo parlato poco fa è stata probabilmente una delle più rivoluzionarie dell'intero piano editoriale, così come Capitan America è l'eroe più rappresentativo e sentito del popolo americano, trascendendo quindi i limiti di un eroe di carta e diventando un simbolo sociale e culturale, conseguentemente incarnando inevitabilmente tutte le contraddizioni del popolo che rappresenta e tutte le diversità dalle altre culture. In tutto questo, le traversie moderne di Steve Rogers, diventato Capo Supremo dell'Hydra, tra alti e bassi hanno colto nel segno e rivoluzionato lo status quo della Casa delle Idee. Alex Alonso, editor della Marvel fino al 2017 (anno in cui è subentrato C. B. Cebulski), ha operato scelte radicali e per alcuni ha snaturato lo spirito originale degli eroi che compongono l'immaginario creato da Stan Lee e oramai divenuto un vero e proprio epos moderno anche grazie ai film su grande schermo. Ma la Marvel di Alonso non ha fatto altro che fare del cambiamento la sua filosofia principale, amalgamandosi spesso e volentieri con l'attualità e concependo giustamente il fumetto americano come un riflesso della realtà sociale in cui versa il popolo americano, a prescindere da tutte le guerre cosmiche e invasioni aliene del caso. Non per nulla, i tre principali maxi-eventi di quel periodo sono stati incentrati su Cap, e sono stati Pleasant Hill, Civil War II e Secret Empire. Tre macro storie che hanno giocato, mettendo Steve Rogers e Sam Wilson nel mezzo, parlando della dicotomia tra bene e male applicato al metodo della giustizia preventiva. Secret Empire, nello specifico, ha nella politica il suo snodo centrale, con il Cap Hydra che prende il controllo del governo e lo assoggetta alla presa nazista. Spencer, Alonso e gli altri hanno imbastito un crudele e distopico ritratto di una realtà volontariamente piegata al suo aguzzino, insomma un mondo fittizio ma che strizza l'occhio all'attualità reale, dove in Europa e in America soffiano preoccupanti venti totalitari, dove la propaganda e i mass media trasformano spietati assolutisti in brillanti signori affascinanti. Tratteggiando quindi un popolo (non più statunitense, ma mondiale) senza più punti di riferimento, senza più eroi, asservito alla crudeltà e alla follia.
A conti fatti, la gestione di Spencer ha lasciato un immaginario altamente suggestivo, una riscrittura lodevole e segnante di Capitan America: perché lo scrittore ha avuto il coraggio di ribaltare un'icona lanciandosi in una profonda riflessione sul Sogno Americano. Ha ancora senso parlare di Sogno? L'idea fondante di democrazia tra le più influenti del pianeta (quella statunitense) è ancora valida o risulta superata dagli avvenimenti che ogni giorno mettono in discussione il messaggio dei Padri Fondatori? The Falcon & The Winter Soldier approccia l'argomento, delicato e sottile, con intelligenza, riuscendo ad ampliare il raggio d'azione dei fumetti, ponendo domande importanti allo spettatore e introducendo abilmente tematiche e suggestioni particolarmente importanti.

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È stato quindi molto interessante vedere come sono stati trattati alcuni dei personaggi più politici dell'universo Marvel di Cap: dallo Spezzabandiera (in originale Flag Smasher, che in TV diventa un gruppo di terroristi che vogliono unificare tutti i popoli abolendo ogni barriera geografica, sotto lo slogan "one world, one people") a U.S. Agent, un Captain America oscuro che rappresenta la pericolosa deriva nazionalista delle istituzioni, character affascinante e potenzialmente ricco di risvolti caratteriali. In questa maniera i primi episodi dello show hanno allora sotto accusa le istituzioni americane, il potere dei ricchi, la corruttibilità dell'opinione pubblica, l'influenza dei mass media: è per questo che Cap come simbolo (che si fa oggetto con lo scudo) torna ad incarnare in qualche modo lo spirito americano diventando il capro espiatorio di tutti i problemi, ma diventandolo volontariamente, mentre in un corto circuito si spoglia del suo scudo e del suo simbolo. The Falcon & The Winter Soldier è allora come sono i cinecomic oggi, ovvero denso, politico, estremo, intelligente, proprio come The Boys, come Invincible, come Jupiter's Legacy. I primi due (rispettivamente da un fumetto Wildstorm/DC Comics, poi Dynamite Entertainment il primo, Image il secondo), disponibili in streaming su Amazon Prime Video, il terzo (edito su carta sempre dalla Image Comics) su Netflix.

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Invincible: un'immagine della serie Prime Video

Era Umberto Eco a dire che il potenziale sociale dell'eroe viene costantemente inibito dalla necessità di serializzazione, e di mantenimento allo status quo. Per funzionare ad libitum, l'eroe doveva quindi rimanere una manifestazione reattiva e "caritatevole", volta alla riparazione di piccoli torti sociali o, più di frequente, attentati alla proprietà privata. Se The Boys è un ritratto al vetriolo dell'America oggi, tra Trump e le sue derive nazionaliste; e Invincible è invece una storia proiettata sul futuro, tra spazio, alieni e invasioni stellari; Jupiter's Legacy guarda indietro, al passato, per capire il presente, perché senza radici niente attecchisce e ha senso.

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Jupiter's Legacy: Josh Duhamel, Leslie Bibb e Ben Daniels una scena della serie Netflix

The Boys (sicuramente la punta di diamante del trittico) è un'ode alla violenza e alla scurrilità, nel modo in cui di questi temi il postmoderno si è fatto bandiera: la messa in scena della violenza per puntare il dito contro la violenza è uno degli stratagemmi più vecchi al mondo, eppure la creatura di Rogen utilizza ogni metodo metanarrativo per farsi accattivante nonostante (o forse proprio per) la sua grettezza, il suo essere cruda, sporca e spiazzante. Perché poi fondamentalmente The Boys è uno dei ritratti più disillusi del capitalismo sfrenato e del potere che alimenta gli impulsi più depravati che ognuno di noi nasconde a sé stesso sotto la corazza etica. Ed è proprio il ritratto del capitalismo all'ennesima potenza che presta il fianco ad una storia di revisionismo supereroistico: quanto mai attuale nel 2020, anno di censure e crociate antirazzismo nell'America che ha creato il concetto stesso di vigilantismo, nel quale è insito l'uso della violenza per farsi giustizia da sé. I supereroi di The Boys sono istituzionalizzati: ma l'alta carica raggiunta destabilizza lo spettatore quando mette in scena l'assoluta mancanza di freni inibitori. I Sette sono cattivi e amorali, fanno sesso con chi vogliono e salvano chi vogliono loro, usano il potere della legge per sfamare ogni loro più basso istinto e sono perfettamente integrati nel meccanismo politico statunitense. È quindi proprio il modo eccellente con cui la serie Amazon dipinge la decostruzione dell'eroe ad opera del capitalismo, anche grazie ad un uso intelligente dei personaggi e ad un altrettanto intelligente costruzione dei loro contorni psicologici, in un vertiginoso susseguirsi di quadri che variano dall'assurdo al perverso, con una sapiente gestione del ritmo e con una consapevolezza del quadro generale ottima.

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The Boys: Antony Starr in una scena della serie

Nonostante la strada sia stata lunga e frastagliata, e nonostante ancora una frangia oltranzista veda nei cinecomic uno svago fine a sé stesso, la mitologia del superuomo sul grande schermo e in TV riesce ad essere un punto di domanda necessario per iniziare a interrogarsi sul senso della nostra reale libertà.