Rosa Barbolini, sull'Aeroplano degli 883: “I dubbi sono sinonimo di intelligenza. Esporsi? Un segno positivo”

E poi ancora l'amore per Iñárritu, i poster in cameretta, il talento e il lavoro su un personaggio rock e inafferrabile: la nostra intervista all'attrice (rivelazione) che ha interpretato Caterina Rappoccio nella serie Sky Nord Sud Ovest Est - La leggendaria storia degli 883.

Rosa Barbolini, foto di Alessandro Messina

A un certo punto, quando Rosa Barbolini cita il poster di Pulp Fiction che aveva in camera, ecco l'illuminazione: sarà la frangetta, sarà il nero corvino che sfoggia in scena, ma la giovane e brava interprete ricorda nientemeno che Uma Thurman. Paragone di un certo spessore, lo riconosciamo, ma quando un'attrice ha la faccia giusta le assonanza vengono naturali. Classe 2006, Rosa ha riletto un'importante pagina degli anni '90 made in Italy interpretando Caterina Rappoccio nella serie Nord Sud Ovest Est - La leggendaria storia degli 883. Come vediamo nella serie rivelazione Sky, nel 1993 Caterina duettò con Max Pezzali sulle note di una strana e inafferrabile canzone, Aeroplano.

Rosa Barbolini 6 1
Rosa Barbolini è Caterina in Nord Sud Ovest Est

Rosa Barbolini, che raggiungiamo al telefono per un'intervista lunga più di mezz'ora, è riuscita a dare identità a un nome che, per anni, è rimasto avvolto nel mistero. Quelli erano tempi particolari: non c'era internet, e di Caterina, così rock e sfuggente, conoscevamo solo la voce. Poi è sparita, pur rimanendo radicata nella storia degli 883 (ma oggi si occupa ancora di musica). "Che fosse una figura pressoché sconosciuta è stato di aiuto", dichiara l'attrice a Movieplayer, parlando poi di quanto Caterina fosse un elemento tanto avulso rispetto al tono di Max e Mauro. Oltre l'età, i punti in comune tra Rosa e la Caterina del 1993 non sono pochi. Uno su tutti, il diritto di avere dubbi, incertezze e una propria identità. Del resto, sarà banale ma è giusto ricordarlo: non c'è talento senza intelligenza.

Nord Sud Ovest Est, l'Aeroplano di Caterina e il talento di Rosa Barbolini

Rosa, ti chiedo subito: quanto è stato complesso affrontare un personaggio di cui molti hanno conosciuto solo la voce?
"Sono del 2006, quindi non ho vissuto direttamente gli anni '90. Per me quel nome era totalmente sconosciuto, quindi sono andata a studiarmi il personaggio per quello che si sapeva e si sa oggi, guardando anche i video che ci sono in feat. con Max. Da un certo punto di vista, il fatto che fosse un personaggio misterioso, poco conosciuto e insolito - perché una ragazzina di sedici anni che fa un featuring con gli 883 era qualcosa di anomalo già allora - mi ha aiutato. Probabilmente, se fosse stato un personaggio molto più noto, sarebbe stato un altro tipo di lavoro, con molte più prove e uno studio diverso".

Rosa Barbolini Courtesy Of Alessandro Messina 1
Rosa Barbolini. Foto di Alessandro Messina

Ti ha aiutato avere più o meno la stessa età?
"Sì, mi ha dato modo di dare spazio all'immaginazione, chiedendomi: "Se mi succedesse la stessa cosa, come mi sentirei?". Ho fatto un mix tra qualcosa di sconosciuto e qualcosa che si avvicinava alla mia esperienza".

È pazzesco perché, da quello che ho capito, Caterina si occupa ancora di musica ma fuori dai riflettori. Tu hai avuto modo di sentirla?
"Purtroppo no. Ne avevamo parlato anche con Sydney (Sibilia ndr.), c'era stata la possibilità in un momento, poi non siamo andati avanti. Me la sono studiata tutta a distanza. Però una cosa che ho notato e che la sceneggiatura è riuscita a riportare in maniera ottima è il fatto che lei fosse un personaggio abbastanza polemico, esplosivo, spigliato. Era considerata troppo eccessiva. Nella serie è stata scritta come un personaggio a cui non interessa il successo ma il messaggio e la sostanza del lavoro: mi ci ritrovo molto caratterialmente. Continuare a fare musica stando lontana dai riflettori, secondo me, è forse la scelta migliore: così è rimasta la Caterina di quegli anni lì".

Nord Sud Ovest Est, gli 883 alla ricerca del sogno perduto: una serie che "racconta tutti noi" Nord Sud Ovest Est, gli 883 alla ricerca del sogno perduto: una serie che 'racconta tutti noi'

Tu sei molto giovane: secondo te, oggi questo atteggiamento è un pregio o rischia di diventare una trappola? Spesso gli artisti tendono a tirarsi indietro per paura di prendere posizione...
"Io penso che quando ci si espone su cose importanti - politicamente, su questioni di principio o di diritti - e lo si fa educatamente, con rispetto, senza sminuire e senza scavalcare le persone con cui ti confronti, allora non ci sia niente di sbagliato. Bisogna considerare che Caterina aveva solo sedici anni, quindi in certe cose poteva esserci un po' di immaturità e di poca conoscenza delle dinamiche professionali. Nella serie vediamo la freschezza di una ragazza che non ha idea di dove si trovi. Al di là di questo, esporsi, dire la propria e schierarsi è un segno positivo. Io cerco sempre di dire la mia opinione nella maniera meno ambigua possibile, purché sia nel rispetto altrui".

Il diritto di essere imperfetti

Il cast è giovanissimo e siete tutti straordinari. Oggi il cinema e la serialità stanno offrendo molto alle generazioni post-2000. Qual è la vostra forza?
"In questo caso particolare, io sono convinta di una cosa - e non lo dico per screditare nessuno: tanti di noi vengono da fuori, non sono nati a Roma e non hanno genitori che fanno questo mestiere. Veniamo tutti dalla provincia: Matteo (Giuggioli ndr.) da fuori Milano, Elia (Nuzzolo ndr.) da Prato, io da La Spezia che è una città piccola. Siamo cresciuti con una passione che non era data per scontata. Per me non è un lavoro qualunque: è la mia passione, è qualcosa per cui lotto da quando sono piccola mantenendo una certa costanza. Dietro a questa grinta c'è proprio il non aver mai dato nulla per scontato e l'aver dovuto faticare per arrivare fin qui".

Rosa Barbolini 883
Rosa insieme a Matteo Oscar Giuggioli ed Elia Nuzzolo

Gli 883 erano imperfetti, goffi sul palco. Tu senti la pressione di una società che ti dice "devi essere te stesso" ma dall'altra parte ti impone di performare?
"È molto contraddittorio. Però penso che la cosa positiva di questa serie sia proprio il contrario della retorica americana del "se vuoi puoi". Max e Mauro non sono arrivati lì dopo mille tentativi programmati; si sono trovati catapultati nel successo da un giorno all'altro. Lo show mostra che a volte il successo è fatto di coincidenze, e che una volta arrivati in cima si può anche soffrire e non trovare ciò che ci si aspettava. Questo permette alle persone di non sentirsi fallite se le cose non vanno come previsto, rendendo i personaggi più umani e smontando l'idea patinata della fama".

Bisognerebbe cominciare a sdoganare la paura del fallimento, in qualsiasi ambito. Altrimenti si diventa schiavi.
"Assolutamente. Può sembrare paradossale visto che sono molto giovane, ma sono sempre stata una persona ambiziosa e critica. A un certo punto ho iniziato a trovare la vera felicità e soddisfazione quando un traguardo, per quanto piccolo, rappresentava una gratificazione mia personale, a prescindere da come veniva catalogato all'esterno. Quando ho fatto i provini per questa serie me li sono vissuti con molta calma: cercavo di essere felice a ogni provino e di vedere dove portava, senza l'ansia costante del risultato. E poi, a quel punto, arrivano le cose belle".

Rosa Barbolini Courtesy Of Alessandro Messina 3
Uno scatto dell'attrice. Foto di Alessandro Messina

In una scena in cui cantate e componete Rotta per casa di Dio, Max ripete spesso "non lo so". Quanto è liberatorio non avere la risposta pronta e accogliere il dubbio?
"Il dubbio presuppone una maggiore intelligenza. Se uno avesse sempre la risposta pronta e facesse la prima cosa che gli passa per la testa, non andrebbe incontro a cose di maggiore spessore. Dire "non lo so" e "proviamo a cambiare" è molto più saggio e va oltre il semplice lampo di genio".

Rivivere gli anni '90

Rosa, per me nato alla fine degli anni '80 i famosi '90 sono stati il periodo migliore. C'è qualcosa di quegli anni che avresti voluto vivere?
"Io sono del 2006, ma mia madre è del '77 e si è fatta l'adolescenza nei '90. Ho una grande fascinazione per le abitudini dei giovani di allora: il fatto di uscire in gruppo senza cellulari, di non sapere chi ci sarà in piazza, di conoscere le persone nella realtà e non attraverso i filtri o gli alter ego costruiti sui social network. Mi affascina moltissimo la genuinità di quei rapporti".

Oggi relazionarsi è diventato complesso. Molti giovani si scrivono solo su WhatsApp o Instagram e non si telefonano più. Che ne pensi?
"A me questa cosa mette molta tristezza, perché sono una persona socievole e cerco di usare il telefono il meno possibile. Per fortuna fino alla seconda media non ho avuto il telefono e in casa non avevamo nemmeno la televisione. I miei sono molto retrò, diciamo. Ho vissuto l'infanzia liberamente. Poi, inevitabilmente, sono diventata schiava anch'io dei social, ma ho notato che c'è una sorta di timore e frenesia nel relazionarsi faccia a faccia, quasi la paura di esporsi e il bisogno di tornare nella propria tana. Credo però che si arriverà a un punto di saturazione: c'è già un movimento di persone sature che sta dicendo basta".

Molti giovani stanno mollando Instagram. Tu lo usi?
"Vorrei staccarmi. Capisco che per il mio lavoro sia una vetrina utile, ma non è una cosa a cui do importanza. La cosa che ci rende e ci renderà sempre più schiavi sarà l'intelligenza artificiale. È oggettivo che piano piano ne diventeremo un po' schiavi. Tuttavia, credo e spero che ci sarà una reazione e si tornerà a costruire qualcosa di più umano".

Iñárritu, il talento, lo studio e gli aeroplani

Se sei cresciuta senza TV, e sorrido al pensiero che i tuoi genitori non abbiano mai visto il Festivalbar, vista la tua serie. Ma ti chiedo: come hanno reagito quando hai detto: "Voglio fare l'attrice"?
"Sono stata fortunatissima. I miei genitori sono persone che stimo tantissimo; siamo tre fratelli con l'idea che, se volevamo fare qualcosa con impegno, ci avrebbero supportati. Quando ho iniziato a dire che volevo fare l'attrice erano felicissimi. Mia mamma mi ha accompagnata al primo provino. È vero che non avevamo la televisione, ma i miei adoravano il cinema: compravano i DVD e ci portavano in sala. Il gusto per il buon cinema e la televisione di valore lo devo assolutamente a loro"_.

Rosa Barbolini Caterina Serie 883
Una scena della serie

C'è un'attrice o un idolo che avevi in camera come punto di riferimento?
"In realtà ho avuto più riferimenti maschili e legati alla regia. La mia altra grande passione parallela è la regia, e nel 2025 ho anche girato un mio cortometraggio. Il primo poster che ho avuto in camera era un grande classico: Pulp Fiction. Ma il regista che mi ha folgorata e mi ha fatto dire "voglio fare film così" è Alejandro Iñárritu. Quando a sedici anni ho visto Biutiful, ho pensato che fosse quel tipo di cinema in cui avrei voluto lavorare".

Digger l'hai visto?
"Sì, è stato un bel pugno nello stomaco. Quando ho letto che insomma, ha fatto un flop, ho detto: Ma perché le persone si saranno tappate le orecchie e gli occhi che hanno troppa paura di questa distopia che non è cosi tanto distopica? L'ho apprezzato molto, e mi inquietato per il livello di verità che porta con sé".

Hai studiato recitazione a Londra. Per fare questo lavoro lo studio è fondamentale o conta solo il talento?
"La mia passione è nata prestissimo, a tre o quattro anni dicevo già che volevo fare l'attrice. Ho fatto quindici anni di teatro-danza a La Spezia con Loredana Romagna, quindi la mia formazione iniziale è legata al corpo. Quando ho fatto i primi film ragionavo d'istinto, ma crescendo ho capito che questa è un'arte e che c'è una storia dietro: persone che hanno studiato e capito come trattare questa materia. Lo studio è necessario per dare disciplina al talento. A Londra ho studiato teatro shakespeariano e poi ho avuto la fortuna di incontrare un maestro straordinario del metodo Stanislavskij, Michael Margotta. Voglio continuare a studiare perché il rischio, lavorando continuamente, è quello di perdere il focus".

Senti il grande rischio di rimanere intrappolato in un ruolo fisso?
"Bisogna distinguere tra la percezione dello spettatore e il lavoro dell'attore. Se tu, come attore, sai di aver chiuso quel capitolo e sei in grado di metterti in gioco in un'altra parte con convinzione, il problema non si pone. È chiaro che lo spettatore a volte è più pigro e tende a identificarti per sempre con quel personaggio. Ma se l'attore continua a studiare e a separare i ruoli, la qualità viene fuori. Prendi Elia: ha fatto un lavoro straordinario su Max negli 883, ma è bravissimo anche negli altri ruoli che fa. Dipende tutto dalla testa".

Siamo al telefono da un bel po'. Per chiudere: parliamo di "Aeroplano". Quando ti capita di vedere un aereo in cielo adesso, a cosa pensi?
"Beh, quel brano lo porto nel cuore. Quando mi sono trovata a incidere la traccia con il nostro vocal coach Ciro Caravano mi sono emozionata, anche perché venivo da due mesi di afonia totale e avevo la voce distrutta. Per me è stata una grande soddisfazione. E sì, ogni volta che sento o vedo qualcosa legato ad Aeroplano continuo a sorridere".

Foto in cover di Alessandro Messina

Aggiungici come fonte preferita su Google