Non è un mistero che la critica mondiale sia stata fin subito scettica (eufemismo) rispetto ad All's Fair, serie eccellentemente camp ideata da Ryan Murphy. Basti leggere il Guardian, che è tornato a sparare a zero in occasione della seconda stagione arrivata su Disney+ dopo l'anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma. Ora, per completezza, bisogna dire e sottolineare pure: ma davvero si può recensire uno show come questo, volutamente tirato a lucido, che ha lo scopo di andare ben oltre la tanto decantata plausibilità?
Che terribile parola, tra l'altro: il concetto di plausibilità dovrebbe essere cancellato quando si parla di un'opera di estrema finzione. O almeno, dovrebbe quantomeno essere soppesata rispetto al tono in questione. Davvero, guardando All's Fair, che fa dell'umorismo la sua chiave di lettura, si finisce a parlare solo di quanto sia assurda? Mica stiamo parlando de Il buio oltre la siepe. Rivelazione, è il contesto a fare la differenza: All's Fair è volutamente assurda, eccessiva, sconclusionata e fuori scala.
All's Fair: il ritorno di Kim Kardashian & Co.
Fuori scala come gli abiti e le acconciature che sfoggiano, scena dopo scena, le splendide protagoniste di All's Fair: Kim Kardashian, Naomi Watts, Niecy Nash-Betts, Teyana Taylor, Sarah Paulson e Glenn Close. Sono tornate, citando la sinossi, "per una nuova stagione di scandali, segreti e tacchi a spillo".
Le avvocate divorziste più agguerrite della tv, tra scontri e tradimenti, iniziano subito forte affrontando un caso decisamente particolare, intanto che la mitica Allura Grant (Kardashian) deve organizzare un ballo, citando direttamente gli scorpioni di Grace Kelly che segnarono il suo 40esimo compleanno. Ma meglio non divagare, perché se gli ammiccamenti pop non mancano il cuore della seconda stagione di All's Far sarà (forse) il ritrovato rapporto tra la Carrington Lane (Paulson) e le ex colleghe dello studio Grant, Ronson & Greene.
Una serie che insegue la favola, non la credibilità
E poi, cos'altro? All's Fair, nei suoi episodi a rilascio settimanale, splende come un girocollo di perle. C'è il lusso, c'è la bellezza, c'è l'empowerment femminile portato a mille, e c'è pure il concetto di realizzazione personale che, strano ma vero, vede e prevede un'emancipazione che dovrebbe comprendere una generosità di genere. Spieghiamo: le avvocate di Grant, Ronson & Greene vivono nell'agio più totale (e non hanno timore nel raccontare le proprie fragilità), ma dall'altra parte All's Fair sfrutta l'ostentazione indiretta come conseguenza delle loro azioni.
Nello specifico, le protagoniste non lottano per raggiungere la ricchezza o lo status symbol (vedi alla voce Capitalismo), ma formano un team autonomo - e la comunità è essenziale - per aiutare quelle donne che hanno problemi con separazioni da mariti fedifraghi o inetti. Soprattutto, le aiutano a credere in loro stesse. Il che non è poco.
Per di più, ciò che viene mostrato (case assurde, vestiti costosi, gioielli e via dicendo) è ammantato da una chiara e leggibile esagerazione che sfocia in una dichiarata farsa che ragiona per addizione. Lo ripetiamo: è tutto rapportato all'idea narrativa tipica di Murphy (che ha scritto All's Fair insieme a Jon Robin Baitz e Joe Baken), un autore che, al solito, punta all'estremo e al fiabesco. E, qualora l'aveste dimenticato, una favola insegue il sogno, non di certo la credibilità.
Conclusioni
Alla seconda stagione di All's Fair, simbolicamente, abbiamo dato cinque stelle. Il motivo è chiaro, e potrebbe essere una specie di provocazione: una delle serie più criticate della storia è, invece, un esempio di intrattenimento camp che punta all'assurdo e all'esagerazione, strizzando l'occhio alla favola. Impossibile da recensire seguendo certi schemi, il contesto è allora fondamentale: la voglia di non prendersi sul serio.
Perché ci piace
- Grande cast.
- L'umorismo e il tono.
- L'esagerazione esplicita.
- La voglia di stupire.
- La voglia di non prendersi sul serio...
Cosa non va
- ...Tutti coloro che invece si prendono troppo sul serio.