Fino all'inferno

2018, Azione

Recensione Fino all’inferno – Viaggio di sola andata nel delirio

La recensione di Fino all'Inferno: citazionista e sopra le righe, l'opera seconda di Roberto D'Antona fa dell'intrattenimento il suo unico motivo di vita. O forse no.

Fino all'inferno: Francesco Emulo e Roberto D'Antona in una scena del film

Un gruppo di farabutti ben vestiti è seduto al tavolo di un fast food. Si parla di tutto. Di cose importanti travestite da cose inutili: di cameriere, di soldi, di mance e soprattutto del vero significato di Like a Virgin. Il testo della celebre canzone di Madonna catalizza gli attenzione dei criminali per essere vivisezionato manco fosse una poesia da parafrasare. Nel frattempo volano parolacce, sorrisi tipici da farabutti, frecciatine.. Ecco, l'incipit de Le iene è un punto di non ritorno nella storia del cinema, un momento in cui Quentin Tarantino sale in cattedra per non scenderci mai più. Dopo aver visto Fino all'Inferno, folle avventura on the road dove volano più parole che proiettili, siamo certi che tra i banchi di quella lezione di cinema c'era seduto anche Roberto D'Antona. Autore, regista e protagonista del suo secondo film, D'Antona veste i suoi personaggi di nero, li fa ingurgitare chili di hamburger e soprattutto li tuffa in un turbinio di digressioni verbali e di sproloqui che trasudano "tarantinismo" da ogni poro. Cinefilo e citazionista senza volerlo mai nascondere, il giovane autore tarantino (che casualità) abbandona le atmosfere horror del suo precedente The Wicked Gift per un viaggio di sola andata nel delirio.

Fino all'inferno: Roberto D'Antona in una scena del film

Perché Fino all'inferno è una tempesta di citazionismo pop, una spremuta di immaginari anni Ottanta e Novanta con richiami a Sam Raimi e John Carpenter, una miscela di generi in cui il pulp e l'action movie si mescolano con uno stile sgraziato ma coinvolgente, divertito e a tratti molto divertente. E per quanto sia le premesse che lo svolgimento di questo strampalato viaggio sembrino solo un pretesto per intrattenere lo spettatore, Fino all'inferno, in mezzo a tutto quel caos nasconde anche una (in)volontaria lezione di vita.

Leggi anche: L'universo di Quentin Tarantino - Guida ai collegamenti tra i suoi film

Citazioni e recitazione da pulp all'italiana: sopra le righe, dentro l'inferno

Fino all'inferno: Annamaria Lorusso in una scena del film

Prima inserita e acceleratore a tavoletta. Non c'è tempo per fermarsi a fare benzina. Fino all'inferno va di corsa e procede inesorabile, sostenuto da un ritmo tachicardico. Voci fuori campo alla Martin Scorsese, montaggio frenetico alla Guy Ritchie, sprazzi fotografici fluo alla Nicolas Winding Refn. Lo spirito cinefilo è solare e la questione è semplice: tre malviventi sono reduci da una rapita tutt'altro che ben riuscita. I tre disgraziati devono dei soldi a un boss spietato, ma questo debito diventerà l'ultimo dei problemi, perché sulla loro strada arriva una donna con un figlio taciturno e misterioso, in fuga da qualcosa di molto più grande di loro. Piano inclinato di eventi irreversibili, il film di D'Antona non ha voglia e tempo di approfondire l'animo di personaggi definiti solo dalle loro azioni eccessive. C'è violenza, c'è sesso, c'è voglia di vendetta. Il tutto sovrastato da un'ironia (o meglio, autoironia) costante, capace di sdrammatizzare qualsiasi cosa.

Fino all'inferno: Michael Segal in una scena del film

I personaggi si parlano e urlano addosso attraverso una recitazione volutamente enfatica, sopra le righe ed eccessiva, figlia di una sceneggiatura essenziale in cui la ricerca della battuta ad effetto è insistita ma funzionale al tono del film. Nonostante la prova attoriale claudicante di qualche comprimario, Fino all'inferno si fa di casting non banale. Il volenteroso D'Antona si accompagna da un gruppo di caratteristi con volti particolari, in grado di esprimere la personalità dei personaggi anche senza parlare. Personaggi di varia natura, a volte incastonati nei soliti stereotipi (il boss senza scrupoli, il figlio viziato del capo, lo sgherro), altre più in chiaroscuro, come il protagonista Rusty, riflessivo e istintivo, protettivo e egoista, conflittuale come tutti gli antieroi.

Leggi anche: Grosso guaio a Chinatown (e al boxoffice) - Perché il flop di John Carpenter ci fece innamorare del cinema

Anche la follia ha una morale

Fino Allinferno Roberto Dantona Foto Dal Film 1 Big

Cazzotti, digressioni, personaggi come schegge impazzite. L'incedere sovraeccitato del film riesce a essere il pregio e il difetto del film. Perché se da una parte si viene trascinati da una storia semplice, dall'altra è impossibile non notare un paio di tempi morti in cui Fino all'inferno sembra impantanarsi. Altalenante anche la messa in scena che alterna un paio di belle intuizioni (il piano sequenza iniziale) e qualche ingenuità soprattutto nelle scene d'azione non sempre ben leggibili. Quello che sorprende, però, è una morale di fondo che persino un'opera di puro intrattenimento nasconde dentro il suo cuore caotico. Fino all'inferno non è altro che un elogio dell'imprevisto e dell'imprevedibile: qualsiasi piano è pronto a essere stravolto, e se qualcosa potrà andar storto, lo farà. Sin dalla frase d'apertura, D'Antona concepisce i suoi personaggi come pedine mosse dal Caso, insetti minuscoli dominati dall'Assurdo. L'unico modo per non impazzire davanti a questa prospettiva poco rassicurante è accettarla, sviluppare gli anticorpi necessari e non avere la presunzione di avere il controllo di tutto. Ecco, Fino all'inferno, pur con le sue imperfezioni, non conosce presunzione. Pervasa di passione e entusiasmo, quest'opera seconda è omaggio cinefilo al disimpegno. Il secondo atto di una visione d'autore un po' anarchica che speriamo non venga mai soffocata dai canoni del mestiere che conducono, spesso, al purgatorio. Meglio l'inferno.

Recensione Fino all’inferno – Viaggio di sola...
Giuseppe Grossi
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
Cinecittà World

Mostra i vecchi commenti

L'universo di Quentin Tarantino: Guida ai collegamenti tra i suoi film
Grosso guaio a Chinatown (e al boxoffice): perché il flop di Carpenter ci fece innamorare del cinema