Il filo nascosto

2017, Drammatico

Paul Thomas Anderson, vizi e forme d'autore

In occasione dell'uscita italiana de Il filo nascosto, l'ultimo sconvolgente capolavoro di Paul Thomas Anderson, cerchiamo di scoprire più da vicino l'affascinante e inafferrabile mondo di uno dei più grandi autori di questo tempo che con le sue opere ha saputo omaggiare e allo stesso tempo reinventare la lingua del cinema.

Mattia Bianchini

Otto film più un documentario in poco più di vent'anni per affermarsi probabilmente come il più grande autore del nuovo secolo. Potrebbe apparire un campione troppo piccolo per esprimere un giudizio così assoluto e non è certo possibile in un campo come il cinema fare un affermazione tanto perentoria, ma gli otto film che Paul Thomas Anderson ha ideato, scritto e diretto tra il 1996 e il 2018, cioè tra il primo lungometraggio Sydney e il recentissimo Il filo nascosto, racchiudono una densità di forme ed uno spessore di contenuti così profondi da spazzare via qualsiasi compromesso.

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Heather Graham sul set del film Boogie Nights insieme al regista Paul Thomas Anderson

Il mondo di Anderson

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Regista che del frammento, del caleidoscopio, dell'affresco, della coralità prima e della dualità poi ha fatto la propria cifra stilistica, giocando sempre sull'incidenza del caso e su quella perdita di un punto di vista centrale dominante che è peculiarità della narrazione contemporanea. Il suo cinema è da sempre ambizioso, eccessivo, magniloquente, baroccheggiante, libero di muoversi tra i generi: noir, dramma, mèlo, commedia, ricostruzione storica, Kammerspiel, giallo e di essere di volta in volta grottesco, piagnucoloso, allucinato, sognante, respingente, appassionato, strabordante. Una figura complessa e rarissima nel panorama del cinema contemporaneo perchè è praticamente un cineasta che nel corso degli ultimi vent'anni ha saputo mantenere il controllo totale del proprio lavoro, declinando stilemi narrativi e formali classici in una chiave autoriale solo e soltanto sua.

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Le influenze e i riferimenti

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I film di Anderson, sono Paul Thomas Anderson, la sua passione per il cinema, per i generi bassi ed i registi alti; il suo legame da allievo con Robert Altman ed il suo debito nei confronti della New Hollywood di Martin Scorsese e Jonathan Demme; il suo inatteso sguardo rivolto al periodo classico, verso Orson Welles, John Huston, Vincente Minnelli o Stanley Kubrick, il suo rapporto con la storia americana del Novecento, con la cultura di fine millennio, e quella degli anni duemila, tra memorie, passioni, utopie, coralità, ironia, isteria, senso del tragico, del piacere, del grottesco, voglie psichedeliche e necessità affettive. Presi tutti insieme i suoi film funzionano perfettamente come un grande disegno complessivo, come un'idea generale di società, di realtà storica e di immaginario; ma è altrettanto incredibile come funzionino meravigliosamente anche da uniche singolarità, come se ogni volta il lavoro ricominciasse da zero verso una nuova ricerca.

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Una carriera in perenne evoluzione

Il filo nascosto: Daniel Day-Lewis e Vicky Krieps in un momento del film

Un'evoluzione che parte dal talento acerbo mostrato in Sydney, attraversa l'ambizione smodata di Boogie Nights e l'intima disperazione del mosaico generazionale di Magnolia, vede il cambio di registro verso il parossismo con Ubriaco d'amore, trova la consacrazione totale con il ritratto epico de Il petroliere, tocca le vette del capolavoro monumentale con The Master, ritorna al passato con la malinconia lisergica di Vizio di forma, ed approda oltre il sublime con Il filo nascosto. Un percorso filmico che si muove dentro figure chiave e capisaldi narrativi ricorrenti: padri e figli, famiglie elettive e non, propensioni allucinatorie di vario tipo, bisogni intimi di un completamento nell'altro.

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Ma se nella parte iniziale della carriera era il racconto collettivo a destare maggiormente la sua attenzione, sempre di più negli anni duemila il cinema di Anderson si sposta verso una dialettica di individualità che combattono ardentemente tra di loro. Da qui nasce anche la naturale evoluzione tecnica, perché se in principio le carrellate, avanti e laterali, i chirurgici piani sequenza erano elementi linguistici indispensabili per mettere in scena storie corali, poi si è arrivati anche ad esaltare la forza devastante di primi e primissimi piani proprio per scavare dentro l'anima del personaggio. In questo senso, è da antologia del cinema la sequenza scontro del processo tra Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman in The Master, in cui per oltre sette minuti lo spettatore si trova scaraventato all'interno di una battaglia di campi e controcampi così stretti da togliere completamente il respiro. Un manuale di regia, fotografia e recitazione da studiare per decenni, perché nonostante possa sembrare una scelta contrastante con l'utilizzo ricorrente di spazi vuoti e larghi, in realtà è una costruzione magistrale per esprimere soltanto con due volti e stacchi di montaggio alternati al ritmo di domande e risposte, il senso del corpo e della mente. Una sintesi perfetta di come, nell'inconscio e nei pensieri di un personaggio, non ci sia nient'altro da riprendere, se non brandelli di vita pieni di rimpianto.

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Tra amore e potere

Il filo nascosto: Daniel Day-Lewis e Vicky Krieps in un'immagine del film

Nonostante l'accumulo di forme, suoni, personaggi e situazioni, la reiterazione di luoghi, di strade, di case, di deserti, di corse, in fondo il nucleo fondante del cinema di Anderson è animato da due forze motrici prepotenti in perenne contrasto tra di loro che dominano tutti gli eventi: l'amore e il potere; dalle infinite diverse declinazioni con cui riesce a disegnare questa appassionante lotta sembrano nascere i suoi film. Infatti se ne Il petroliere la brama di potere prevaleva su qualunque altra cosa, in Ubriaco d'amore accadeva esattamente il contrario ed era l'amore a segnare tutto in modo incontrovertibile. Con The Master queste due forze si annullavano vicendevolmente in maniera animalesca, mentre con Il filo nascosto si stabilisce finalmente l'equilibrio perfetto vestito del misterioso fascino dell'eleganza. Potrebbe apparire un'eccezione Vizio di forma, ma analizzandolo con cura, in fondo, dietro al grande viaggio psichedelico, non si nasconde altro che un profondo senso di amore nostalgico.

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Pietà e ossessioni

Una scena de Il petroliere

Anderson non si limita a girare semplici film, le sue sono cattedrali cinematografiche di ossessioni irrisolte, verso la religione, soprattutto nella sua violenza biblica, verso il destino che regola incontri e coincidenze, da cui emerge sempre però un'attitudine profondamente morale che gli permette di cullare i suoi personaggi. Non sono solo il petrolio, il denaro, i tradimenti, gli abusi, il cinismo ad essere i punti nevralgici del suo gesto filmico, ma soprattutto il dolore cocente e la pietà umana, che passano in un unico grande movimento dall'autore, ai personaggi allo spettatore. Pietà per chi è stato impietoso (i tanti padri), pietá per chi ha vinto e si è ritrovato solo, per chi ha perso, soprattutto se ha saputo farlo con la malinconica grazia di Doc Sportello. Pietà per tutta questa gente che si arrabatta in un mondo che non sarà mai migliore se non nell'istante in cui qualcuno riesce a compiere un minimo, infinitesimale gesto di compassione. Un autore totale, che ha saputo spingere il formalismo visivo verso vette di perfezione assoluta, senza lasciare mai che questo fosse semplicemente un vezzo estetico, ma sempre la naturale conseguenza di un'introspezione narrativa e psicologica profondissima. Ed è proprio da questo straordinario spessore narrativo che nascono personaggi indimenticabili ed interpretazioni rimaste incastonate nella storia del cinema. È incredibile notare come ogni attore che abbia avuto la fortuna di incrociare la sua macchina da presa, si sia reso protagonista delle più straordinarie performance della carriera.

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Tra una pioggia di rane ed una dissolvenza incrociata che svanisce come un sogno dopato, tra un battesimo come atto di ricatto ed una canzone sussurrata durante l'ultimo lacerante incontro, tra una vetrata in frantumi alla cena di famiglia ed una frase cucita nella stoffa di un soprabito, a volte con fatica, altre con violenza e tenerezza il cinema di Anderson custodisce tutta la complessità contraddittoria di essere americani oggi, così come negli anni sessanta, ma soprattutto il disorientamento di essere vivi, ovunque, in un mondo ormai privo di appigli e punti di riferimento.

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