Pacific Rim - La rivolta

2018, Azione

Pacific Rim – La rivolta. Un film dall’anima meccanica

Tra Godzilla e Transformers, tra tradizione giapponese e blockbuster hollywoodiano, senza la regia di Guillermo Del Toro Pacific Rim - La rivolta è un film dall'anima meccanica

Maurizio Ermisino

Se, leggendo la parola Jaeger, vi viene in mente un orologio di lusso, o un amaro, cambiate canale. Se invece per voi Jaeger è un robot nato per difendere la Terra dalla minaccia di mostri alieni, noti come Kaiju, allora siete nel posto giusto e potete continuare a leggere. Pacific Rim - La rivolta è il sequel del film di Guillermo del Toro del 2013. La guerra è finita, gli alieni sono tornati nella loro dimensione e, mentre alcune zone della Terra sono ancora distrutte, il programma Jaeger continua: robot e piloti sono pronti per un eventuale ritorno dei Kaiju, e si cercano di addestrare nuove leve. Jake Pentecost (John Boyega), figlio del pilota caduto in battaglia nel primo film, ci tiene subito a precisare, con la voce off che apre il film, che lui non è suo padre. Ha scelto di lasciare l'esercito, di vivere alla macchia, tra furti e guadagni facili. Durante un furto di componenti per Jaeger, incontra Amara(Cailee Spaeni). Si ritroveranno arruolati, lui come istruttore e lei come recluta...

Pacific Rim - La rivolta: Scott Eastwood in una scena del film

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Arrivederci, mostro

Pacific Rim - La rivolta: Levi Meaden in una scena del film

Nella tradizione giapponese i mostri, e i robot, non sono solo figure di intrattenimento da cinema e fumetti. Hanno un ruolo importante, quello della metafora, della rappresentazione delle paure più grandi del popolo giapponese. Per fare un esempio, il più famoso, Godzilla (evocato qui più volte, sia al momento della comparsa di un Kaiju che di uno Jaeger "ostile"), nasceva come simbolo delle catastrofi atomiche di Hiroshima e Nagasaki, e anche dell'invasione dell'industria in Giappone. D'altro canto, i robot hanno sempre avuto il ruolo di difensori del paese, amici capaci di salvare da ogni pericolo. Se gli Jaeger, a livello iconografico, somigliano più ai Transformers che ai Goldrake e i Mazinga con cui siamo cresciuti, hanno in comune con questi ultimi il fatto di essere guidati da umani, a differenza dei Transformers, dotati di una loro intelligenza artificiale.

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Nel nome del padre

Pacific Rim: Uprising, Scott Eastwood e John Boyega in una scena

Questo per dire che Pacific Rim nasce da una solida base tradizionale. E anche per dire che, in una franchise come questa, la chiave sta nel trovare il giusto equilibrio tra l'elemento umano e quello meccanico. Che è come dire tra recitazione (e scrittura dei personaggi) ed effetti speciali. Dal punto di vista della scrittura, Pacific Rim - La rivolta, prova a variare la trama - fin troppo semplice - del primo episodio, con una storia piuttosto archetipica, quella del figlio che non segue le orme del padre, e si perde, per poi tornare sui propri passi e riscattarsi. Tutta la struttura narrativa segue schemi ben consolidati: Jake e Amara sono due outsider fatti per lottare da soli contro tutti, e scoprirsi fondamentali (l'archetipo potrebbe essere la coppia Luke/Han Solo di Guerre stellari, ma i due potrebbero anche essere assimilati a Finn e Rey della nuova trilogia.. lui è anche lo stesso attore, John Boyega). La rivalità tra i due maschi Alpha, Jake e Nate (Scott Eastwood), ricorda quella di Maverick e Iceman in Top Gun.

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Anima meccanica

Pacific Rim: Uprising, una foto dei protagonisti del film

Il tentativo di fare una storia interessante, insomma, c'è, e Pacific Rim - La rivolta parte anche piuttosto bene. Man mano che la storia procede, però, diventa il solito diluvio di effetti speciali, combattimenti, anche realizzati bene, ma senza una vera anima. Pacific Rim - La rivolta sa un po' di déjà vu. A emozionare ci prova - l'attacco a sorpresa alla base che sembra rievocare Pearl Harbour - ma ci riesce solo a tratti. Alla regia, al posto di un autore come Guillermo del Toro (che, a dire la verità, in Pacific Rim lasciava il suo marchio meno impresso che in altre occasioni) c'è un artigiano come Steven S. DeKnight, e la cosa non aiuta. Ci piace il messaggio di fondo, l'idea di quei robot che, per funzionare, hanno bisogno di due persone al loro interno che li guidino, e che devono essere coordinate tra loro, muoversi all'unisono. Vuol dire che per vincere bisogna collaborare, lasciare da parte i propri dissidi per un bene comune, cercare di sintonizzarsi sulle frequenze dell'altro. Niente di rivoluzionario, sia chiaro, ma è un messaggio importante.

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Maurizio Ermisino
Redattore
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Cinecittà World
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