La forma del cinema di Guillermo del Toro tra storia, poesia e deformità

In occasione dell'uscita nelle sale dell'acclamato La forma dell'acqua - The Shape of Water, riscopriamo i tre elementi principali che compongono il cinema visionario del regista messicano.

The Shape of Water: Sally Hawkins e Octavia Spencer in una scena del film

"Se vi parlassi di questo, che cosa vi direi? Vi metterei solo in guardia su una storia d'amore e di perdita" In questa battuta pronunciata dal personaggio di Richard Jenkins in La forma dell'acqua - The Shape of Water, l'ultimo acclamato film di Guillermo del Toro, è racchiuso molto dell'immaginario favolistico e affascinante del cinema del regista messicano. La sua poetica ombrosa, tanto composita quanto sognante, ne rappresenta da sempre il tratto distintivo, il marchio di fabbrica al quale ogni suo appassionato può far riferimento. Amore e perdita. Coraggio e paura. In fin dei conti la storia d'amore fra un'addetta alle pulizie muta (Sally Hawkins) e una strana e bizzarra creatura (Doug Jones) imprigionata in un laboratorio del governo statunitense, è solo l'ultimo atto di un'altra storia d'amore, altrettanto viscerale e malinconica: quella fra la macchina da presa e lo stesso Guillermo del Toro.

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Un amore antico, laddove la regia risulta essere solo lo step finale di un'evoluzione che ha lambito branchie della cinematografia altrettanto connesse al sentimento provato dal regista nei confronti della settima arte, come il make up, la sceneggiatura e la produzione. Con il termine visionario generalmente si fa riferimento, per quanto concerne l'aspetto della critica cinematografica, a tutto ciò che riguarda la capacità di un regista di creare situazioni e immagini fantastiche, irreali e dal forte impatto visivo. Un regista visionario è colui che ricorre ai sogni, agli incubi, alle emozioni. Elementi talvolta personali e legati a doppia mandata all'autore, traslati successivamente in un impianto visivo dal notevole impatto. Come per alcuni suoi illustri colleghi, da Ken Russell a David Cronenberg, da Dario Argento a Tim Burton, anche Guillermo del Toro negli anni ha plasmato la propria poetica e il proprio stile e ne ha consolidato le caratteristiche, proponendo una sua concezione del cinema e della vita stessa. Perché dietro all'aspetto fantasy e horror dei suoi racconti si percepisce una profonda aderenza alla realtà.

The Shape of Water: Sally Hawkins in una foto del film

Grazie a La forma dell'acqua - The Shape of Water, Guillermo del Toro ha ricevuto sinora il consenso pressoché unanime della critica e del pubblico, conquistando Venezia con il Leone d'Oro e guadagnandosi il ruolo di frontrunner nell'imminente Notte degli Oscar in programma il 4 marzo, accumulando il considerevole numero di tredici nomination, fra cui quella al miglior film. Ma se i concetti solo apparentemente antitetici di amore e perdita sono centrali nella narrativa di Guillermo del Toro, altrettanto lo sono tre elementi che del suo cinema ne modellano la forma per influenzarne inevitabilmente il contenuto. Si tratta della Storia, della poesia e della deformità, e in questo articolo ne riscopriamo il legame con i suoi lavori. 

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La Storia

The Shape of Water: Sally Hawkins e Richard Jenkins in una scena del film

Guillermo del Toro si è dimostrato molto interessato al reale corso degli eventi, pur non rinunciando quasi mai a conferirne l'aspetto che più gli apparisse congeniale all'atto di creare il proprio film. Il suo coinvolgimento intellettivo nelle dinamiche religiose e socio-politiche del ventesimo secolo è nettamente più esplicito di quel che ci si potrebbe aspettare da un cineasta che infarcisce di mostruosità e sequenze surreali i propri racconti. "La forma dell'acqua è un film d'epoca ma parla dei problemi che abbiamo oggi" affermava a Venezia il regista messicano. Infatti la qualità che del Toro frequentemente mette in campo è la capacità d'unire epoche differenti, fra realtà e finzione. Fra l'utopia e la tangibilità.  E l'atmosfera tensiva e sospettosa dell'epoca della Guerra Fredda diventa la location temporale perfetta per rappresentare un sentimento delicato, sincero e vulnerabile come l'amore tra due anime sole in La forma dell'acqua. Una connessione invisibile tra l'epoca storica e la storia stessa. Così il regime franchista nella Spagna del 1944 è il macabro sfondo che ne Il labirinto del fauno minaccia l'esistenza della piccola Ofelia (Ivana Baquero), pronta a rifugiarsi in un mondo fiabesco e incantato grazie alla conoscenza di un fauno. Nello stesso anno in Scozia, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, è ambientata la trasposizione cinematografica di Hellboy, pellicola tratta dal fumetto di Mike Mignola, con protagonista un bizzarro supereroe con le sembianze di un rozzo demone dal cuore buono, interpretato da Ron Perlman

Crimson Peak: Tom Hiddleston e Mia Wasikowska in una scena del film

Se nella sua opera prima, Cronos, del Toro ci accompagna dall'inquisizione spagnola agli anni '30, ne La spina del diavolo è nuovamente il territorio iberico a fare da cornice, con la guerra civile che imperversa e contribuisce attivamente alle dinamiche che vedono invischiato il giovane protagonista. Il rapporto con la Storia e con epoche differenti non svanisce nemmeno in quei film in cui il racconto verte su dinamiche legate a un presente immaginario e dall'aspetto cupo e fiabesco come nel poco fortunato Mimic o in un contesto che abbraccia secoli di battaglie tra mostri robotici come in Pacific Rim.  Senza dimenticare il tanto discusso Crimson Peak che, seppur ambientato a New York, mostra tutte le atmosfere dell'epoca vittoriana e si trova temporalmente collocato in un periodo storico importante e delicato per gli Stati Uniti, con l'immigrazione che assumeva dimensioni non indifferenti. D'altronde la condizione di straniero in terra altrui e il tema della diversità sono centrali nella filmografia di un uomo che dovette lasciare la sua terra natale, il Messico, per trasferirsi negli Stati Uniti, in seguito al rapimento del padre.

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La poesia

Venezia 2017: Guillermo del Toro al photocall di The Shape of Water

"Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque". È ancora Richard Jenkins a recitare quest'ultima struggente frase che chiude La forma dell'acqua - The Shape of Water, una poesia orientale che del Toro trovò il giorno prima in una libreria prima di andare sul set. La poesia è il secondo elemento che contraddistingue il cinema di Guillermo del Toro. Non solo 'poesia' intesa come produzione di composizioni verbali in versi ma in senso molto più ampio. È proprio l'origine del termine che suggerisce un collegamento con il cinema di Guillermo del Toro. Poesia deriva dal verbo greco poièo, ovvero fare, produrre. Creare. E la creazione, l'artigianalità del cinema di del Toro contribuiscono a rendere ancora più affascinante l'universo immaginifico proposto dal cineasta messicano. La tangibilità dei suoi film, la concretezza dei suoi personaggi, costantemente alla ricerca di un contatto, di un sentimento, parte dall'impianto visivo proposto da del Toro. Un pragmatismo che paradossalmente va in controtendenza con le atmosfere oniriche e fiabesche nelle quali l'autore immerge lo spettatore. L'amore per il fantasy e l'horror contribuisce a modellarne la forma. Rispetto agli esordi del Toro ha affinato la sua consapevolezza, riducendo il mero esercizio di stile e mescolando la poesia astratta della narrazione con la poesia corporea degli oggetti e dei personaggi.

Doug Jones ed Ivana Baquero in  una scena del film Il labirinto del fauno

Nel corso della sua filmografia le atmosfere suggestive di questo tipo sono costanti e le prime lavorazioni risentono di quella mancanza di profondità che invece raggiungerà in film come Il labirinto del fauno o La forma dell'acqua. La passione di Guillermo del Toro per i contesti sociopolitici d'epoche differenti, nei quali poter ambientare le proprie storie, si muove di pari passo con la sua ossessione per gli ingranaggi ad orologeria, concreti feticci che scandiscono lo scorrere del tempo, quasi ovattato nel suo inesorabile incedere. Il tentativo di calibrare questo immaginario orrorifico e poetico nei primi film è vanificato dall'ingombrante presenza delle circostanze storiche, dalle quali del Toro non desidera affrancarsi. Basti pensare alla mancanza di equilibrio in pellicole come Cronos e soprattutto Mimic. È a partire da La spina del diavolo che il matrimonio tra la Storia e la poesia inizia a prendere la giusta via: il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dal 2001 in poi Guillermo del Toro come un fine bottegaio moderno che fa buon uso dello scalpello e al contempo impara a dosare efficacemente le innovazioni digitali, trova le metriche adatte per far rendere al meglio il proprio meraviglioso talento cinematografico.

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La deformità

Venezia 2017: Guillermo del Toro sul red carpet della cerimonia di chiusura

"Mi piacciono i mostri. Mi identifico con loro". Questa celebre frase di Guillermo del Toro racconta una delle sue passioni principali. La deformità è il terzo elemento che caratterizza il suo cinema, forse quello più evidente proprio perché di mostri pullulano i suoi film. Hanno sembianze deformi e respingenti, spesso sembrano insetti, e sono creature che hanno il pregio di rendere inquietante e magnetico il cinema di Guillermo del Toro. In Cronos è proprio un insetto inserito in un congegno meccanico a causare scompiglio: seppur riesca a donare la vita eterna, chiunque venga a contatto con il suo liquido viene contemporaneamente trasformato in vampiro. Per la sua opera prima del Toro sceglie un mostro nascosto e ambiguo, pericoloso ma limitato nell'estetica.

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La deformità associata alla mostruosità dei feticci creati dal regista prendono maggiore consistenza in Mimic, dove una serie di giganteschi insetti, frutto di esperimenti necessari per debellare un virus a New York, infestano la rete metropolitana della Grande Mela. Nonostante il risultato complessivo non sia affatto eccezionale, la diversità tanto cara a del Toro evolve in una visione sempre più antropomorfa della creatura: gli insetti di Mimic imitano l'atteggiamento degli esseri umani e tentano di annullare la loro diversità minacciando la popolazione.  Ne La spina del diavolo l'elemento malformato è rappresentato dal fantasma di un bambino che terrorizza i piccoli ospiti di un orfanotrofio nel quale vive il protagonista, Carlos (Fernando Tielve). Come in Mimic anche in questo caso il tentativo di avvicinare l'elemento diverso al concetto di normalità avviene tramite un'opposizione forte e violenta tra uomo e creatura, che in questo film assume il poco originale aspetto di un giovanissimo fantasma. Esulano dalla riflessione sulla deformità una pellicola che si allontana dallo stile personale di Guillermo del Toro come Blade 2, eccezion fatta per un aumento di sequenze splatter rispetto al primo film, e Pacific Rim, legato alla tradizione fumettistica e robotica giapponese.

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Venezia 2017: il cast al photocall di The Shape of Water
Ron Perlman nei panni di Hellboy in una scena di Hellboy - The Golden Army

Nei due capitoli di Hellboy ai quali si è dedicato il regista messicano esiste un collegamento involontario a quella linea immaginaria evolutiva tracciata dalla creatura del primo film. L'aspetto deforme di un antieroe come il demone rosso, sebbene provenga dai celebri fumetti di Mike Mignola, s'inserisce benissimo nella vetrina di creature bizzarre del cinema di Guillermo del Toro, insieme all'amico Abe (Doug Jones): Hellboy (Ron Perlman) si preoccupa della salvaguardia del genere umano e collabora con l'FBI, alleandosi e affrontando il nemico. Così come in Crimson Peak, dov'è il contesto gotico a indirizzare l'elemento misterioso verso personaggi spettrali solo in apparenza pericolosi.  Tuttavia l'apice del contatto fra la deformità e l'umanità nel cinema di Guillermo del Toro, il punto d'incontro fra anime affini divise dall'apparenza, risulta evidente nei due film che concentrano con maggior equilibrio l'intera poetica di del Toro.

Doug Jones in  una scena de Il labirinto del fauno

Ne Il labirinto del fauno, ambientato nel periodo successivo alla fine della Guerra Civile,  è proprio la figura mitologica romana del fauno, una divinità antropomorfa con le corna e le zampe di una capra, a entrare nell'immaginazione della piccola Ofelia (Ivana Baquero), svelandole di essere la reincarnazione della figlia del Re, Moana. Per tornare nel regno fiabesco e incantato d'origine la piccola sarà costretta a superare alcune prove. Immaginazione e realtà s'intrecciano nella vita di Ofelia, che per fuggire alle tensioni di un'esistenza tormentata si rifugia in una dimensione parallela, istruita dalle indicazioni del fauno, punto d'incontro fra i due mondi in fondo al labirinto, e divinità rivelatrice del futuro della protagonista. Il dialogo tra Ofelia e il fauno si basa sull'appartenenza della ragazzina al mondo sotterraneo. E così dalla profondità della terra alla forma dell'acqua. La creatura nell'ultimo film di Guillermo del Toro, La forma dell'acqua - The Shape of Water, vive una condizione difficile di prigionia e l'amore di Elisa (Sally Hawkins) è la sublimazione del sentimento che Guillermo del Toro ci trasmette con il suo cinema sincero, scioccante nella forma e destabilizzante nel contenuto. Un cinema che ha raggiunto una consapevolezza tale da poterci emozionare solamente attraverso i gesti di una ragazza muta e i versi incomprensibili di un essere deforme. Quei gesti e quei versi sono la forma dell'amore e la forma del cinema di Guillermo del Toro.

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