Quello di Steven Spielberg non è un ritorno alla fantascienza, bensì all'umanesimo. Lo dimostra l'ultima mezz'ora di Disclosure Day: il regista sembra trasmigrare in una giornalista televisiva che, prendendo la linea, attonita, guarda negli occhi un mondo cambiato all'istante. Una mezz'ora essenziale, la migliore di tutto il film. Ed è chiaro l'intento dell'autore: scuotere la testa e il cuore del pubblico, sbrinando quell'alienazione che ha reso la razza umana succube di un immobilismo sintomatico. Agire, parlare, prendere posizione. Rischiare. Aprirsi al confronto, lottare per la giustizia e la verità.
In questo senso, la rivelazione ufologica indotta da Spielberg, su sceneggiatura di David Koepp, è un atto d'accusa - fiabesco nelle sue venature oscure - contro gli ignavi che hanno permesso il totale tracollo della Storia, tergiversando per difendere uno status quo che, di fatto, ha azzerato il concetto di villaggio globale. Un villaggio ormai infuocato da conflitti locali, periferici, interregionali, generando un effetto domino d'impatto mondiale. Ma attenzione: il j'accuse è per tutti coloro che, di fatto, hanno scelto consciamente di non agire, di restare in silenzio, chiusi nella loro bolla pronta a esplodere.
Disclosure Day: i quattro angoli della storia
Disclosure Day è un film umanistico perché, attraverso la parola - ed è la parola l'elemento che identifica il genere umano - parla di scelte e reazioni mediante un gruppo di personaggi connessi dalla maledizione di essere oggettivamente diversi dagli altri. Al centro, un quadrato: Margaret Fairchil (Emily Blunt), meteorologa tv con un dono speciale; Daniel Kellner (Josh O'Connor), dipendente della Wardex che, rubando materiale scottante riguardante gli alieni, ha tutta l'intenzione di divulgarne il contenuto; Hugo Wakefield (Colman Domingo), disertore della Wardex stessa e sostenitore della verità; Noah Scanlon (Colin Firth), capo dell'ambigua divisione privata che, appunto, ha il compito di tenere secretata la realtà delle cose (da Roswell in poi), fornendo alla Difesa materiale extraterrestre per armi sempre più letali. Ma qual è la realtà? Non siamo soli.
Linguaggio, confronto e il valore del giornalismo
Quattro personaggi che fluttuano senza gravità attorno a un fulcro che alterna la luce e poi l'ombra. La pellicola, seguendo i dettami filosofici, illumina il pensiero umanista come processo in cui la verità e la moralità sono rivelate mediante l'indagine razionale che, negando il soprannaturale, riesce a dimostrare per osmosi ciò che potrebbe essere inspiegabile.
Il cuore del film è tutto qui: nel linguaggio e nel confronto, nel coraggio di andare contro il sistema, contro la comodità di un giudizio impigrito e indifferente, capace di risucchiare e addormentare la coscienza.
Gli animali come tramite tra noi e loro
Anche per questo la protagonista è una giornalista che ha smesso di credere nella verità (meglio i repentini cambiamenti delle nuvole), ritrovando lo spunto dopo aver incontrato una docile ma inquietante volpe. Gli animali, sostengono il regista e Koepp, sono il tramite tra noi e loro.
Loro chi? Quegli esseri celesti venuti in pace (?), incuriositi e, chissà, decisivi nel ritrovare quell'equilibrio e quel rispetto mai davvero appartenuti alla natura umana. L'empatia, qualcuno dirà. Più semplicemente la consapevolezza di poter cambiare le regole di un gioco spietato. Se solo lo volessero, se solo lo volessimo fino in fondo. Non esisterebbe più la paura, non esisterebbero più l'individualità e l'egoismo come credo assoluto.
La spiegazione del finale: starà a voi saper ascoltare
E sì, la meteorologa che torna a essere giornalista è la chiave di lettura. Fare la differenza, uscire dalla zona conosciuta, caricarsi di responsabilità. Un mestiere svilito, deturpato, strumentalizzato. Insomma, un po' di trucco, e via. Tre, due, uno. Siamo in diretta: gli alieni sono con noi. Le loro intenzioni? Chissà: starà a voi decifrarle. Perché, dice Spielberg, siamo sempre noi a decidere il nostro futuro, e per fare la cosa giusta siamo sempre in tempo. Diamoci una mossa, però. Dunque, tra le righe, vengono fuori le crepe di un'America in declino e, di riflesso, le storture di quel cinema dei grandi autori in piena crisi artistica, di cui lo stesso regista è (in)consapevole protagonista.
Dietro, nella stratificazione accessibile strutturata dall'autore - l'accessibilità è la chiave del suo cinema, da sempre popolare e meraviglioso - c'è allora quel barlume che accende il finale, volutamente e poeticamente aperto. Non è un caso che Margaret Fairchil, riappropriatasi del suo ruolo, rivolgendosi al pubblico, sussurri, lieve ma decisa: "ascoltate". Sì, ascoltate. L'esortazione massima, la sveglia che interrompe il torpore. Altro che fantascienza, qui c'è la massima espressione umana: la co(no)scienza che prende finalmente il sopravvento.