Nope, la recensione: Jordan Peele alla ricerca della sequenza perfetta

La recensione di Nope: al terzo film Jordan Peele riflette sul potere delle immagini e trova la sua regia più matura. Imperdibile.

RECENSIONE di 11/08/2022
Nope Daniel Kaluuya
Nope: un primo piano di Daniel Kaluuya

Uno molto più saggio di chi scrive ha detto che se si guarda l'abisso a lungo, questo poi ti guarda a sua volta. Lo sguardo, nella vita come al cinema, è fondamentale. Nel lavoro di Jordan Peele in modo particolare. Il regista e sceneggiatore premio Oscar in realtà ha cominciato come attore comico e imitatore (ve lo ricordate Mad TV?) e quindi non ha soltanto cambiato quasi completamente tono e stile, ma ha passato molto tempo a osservare la società e le persone. La forza del suo folgorante esordio, Get Out, sta anche in questo: cambiare punto di vista. Qualcosa che Peele ha continuato a esplorare con l'opera seconda, Noi, e che esplode all'ennesima potenza nella terza, dall'11 agosto nelle sale italiane. La recensione di Nope non può che avere più livelli di lettura, come gli infiniti spunti che offre la pellicola.

Nopee Keke Palmer Daniel Kaluuya
Nope: Keke Palmer e Daniel Kaluuya in una scena

In Nope seguiamo le avventure di una famiglia particolare, gli Haywood: un loro parente è stato il primo uomo nero a essere ripreso al cinema mentre montava un destriero e da allora hanno sempre fatto parte dell'industria come addestratori di cavalli. Otis Haywood Sr. è uno che esegue quello che gli viene detto in modo ligio e non vuole problemi. Il figlio invece, Otis "OJ" Haywood Jr. (il premio Oscar Daniel Kaluuya), è insofferente quando gli viene detto cosa fare. Non sopporta di sentirsi come una scimmia ammaestrata. La sorella, Emerald (Keke Palmer, strepitosa), è la scheggia impazzita della famiglia: piena di energia, di sogni, non rispetta le regole e pensa a fare quello che vuole più che adeguarsi a ciò che le dicono gli altri.

A proposito di scimmie ammaestrate: parallelamente agli Haywood ci viene mostrata anche l'inquietante storia di Ricky "Jupe" Park (Steven Yeun), ex bimbo prodigio che nel 1998 è scampato a un terribile incidente. Sul set della sit-com Gordy's Home, lo scimpanzé del titolo è impazzito, ferendo gli attori. Tutti tranne il piccolo Jupe, che ora dirige Jupiter's Claim, un parco a tema vecchio west. Gordy è una delle chiavi di lettura del film: la scimmia che si ribella è l'incarnazione del perturbante. Una costante del cinema di Jordan Peele.

Nope: un grande spettacolo

Per definire Nope, Jordan Peele continua a usare la parola "spettacolo". E in effetti il suo terzo film lo è: una specie di fusione tra Lo squalo, il primo vero blockbuster estivo nella storia del cinema, e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Non ci troviamo però di fronte a una semplice copia del lavoro di Steven Spielberg. Dentro ci sono anche i paesaggi assolati dei film western di John Ford e Sam Peckinpah, l'orrore di Carpenter e l'atmosfera frenetica e surreale dei set televisivi. Eppure Nope, pur richiamando tutte queste cose, non somiglia davvero a nient'altro, dimostrandosi fin da subito come un film di Jordan Peele a tutti gli effetti, unico e inconfondibile.

Noi e Scappa - Get Out: l'America di Jordan Peele, tra metafora e orrore

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Nope: un momento del film

Le luci dello spettacolo sono la grande cornice di Nope, il palco perfetto per questa storia che è anche il racconto di un'ossessione. Una magnifica ossessione. Quando sulla loro fattoria si piazza una nuvola sospetta, che non cambia mai forma, OJ capisce che qualcosa non va. La sorella, più che essere preoccupata, pensa a realizzare "la ripresa perfetta", in modo da poterla vendere a uno show televisivo per parecchi soldi. Magari a Oprah. Il direttore della fotografia Craig (Michael Wincott), quando i fratelli gli chiedono di aiutarli a filmare, pensa soltanto a ritrarre quello che c'è nella nuvola dall'angolazione migliore, magari con la luce calda della golden hour. Il cinema dissezionato nelle sue vari parti: spettacolo, business e forma d'arte.

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Nope: il cinema come atto politico

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Nope: una sequenza del film

Il cinema di Jordan Peele, oltre a essere ben scritto e curato in ogni dettaglio, ha una forza urgente, un impulso che diventa quasi palpabile. Se è vero che qualsiasi gesto artistico è in realtà anche un gesto politico, allora i film di Peele sono quasi dei comizi. Se in Get Out la metafora del razzismo in America era evidentissima e in Noi più sottile, in Nope diventa universale. Non si tratta più soltanto di bianchi e neri. Il film è permeato da una rabbia strisciante, da un moto continuo di ribellione. Dopo anni di una società costruita sulla sopraffazione, il cinema statunitense si interroga sul desiderio dell'uomo bianco di sottomettere tutto ciò che considera inferiore. Neri, donne, persone più deboli. E ancora: Peele mette in luce come la parte più odiosa di questa spinta a sottomettere sia quella che cerca di trasformare chi sta sotto in un fenomeno da baraccone. Alla classe dominante non basta dominare: trae un vero e proprio godimento dall'umiliare. Peele non ci sta. Emerald e OJ non ci stanno. Lo scimpanzé Gordy nemmeno. Figuriamoci ciò che è contenuto nella nuvola.

Nope: l'importanza dello sguardo

Torniamo quindi allo sguardo e al perturbante: Jordan Peele sta cercando in tutti i modi di aprire le nostre menti, di farci cambiare prospettiva (se non addirittura corpo, almeno sul grande schermo). Nei suoi film, grazie a una suspence ben costruita e all'utilizzo del mostruoso, ci mette di fronte a cose, persone e sensazioni che ci turbano nel profondo. Gondry e "la cosa della nuvola" sembrano lontanissimi da noi, sono estranei, invece stanno lì a ricordarci le parti più sgradevoli di noi stessi e della società. Sono dei veri e propri rimossi.

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Nope: una foto del film

Come si affronta il rimosso? Non è tanto una questione di immagini filtrate dallo schermo (in questo senso le metafore sugli schermi e le lenti che sembrano quasi rubarci l'anima si sprecano), quanto di intenzione dello sguardo. Gli occhi indecifrabili di OJ capiscono presto che, per salvarsi la vita, è meglio non guardare direttamente, con senso di superiorità, il mistero che ci si manifesta di fronte. Può essere una nuvola, una scimmia o un'altra persona, può presentarsi in modo minaccioso o sorridente: in ogni caso merita rispetto. Ed è quindi meglio metterglisi accanto, cercando di trovare una convivenza pacifica. Anche perché l'unico sguardo che alla fine conta davvero per ognuno di noi è quello delle persone che amiamo di più: nei loro occhi possiamo perderci, discutere, scherzare. Per tutto il resto è meglio rimanere umili. E mostrare un po' di fottuto rispetto.

Conclusioni

Come scritto nella recensione di Nope, Jordan Peele affina ancora di più il suo stile, confezionando un'opera terza che offre intrattenimento, uno sguardo autoriale e infinite chiavi di lettura. Il cast è perfetto, su tutti Keke Palmer, vera forza vitale del film. Pur avendo ben compreso e assimilato il lavoro di Spielberg, Ford e Carpenter, Peele, giocando con i generi, è riuscito a trovare un suo stile unico e distintivo. Grandissimo cinema.

Movieplayer.it

4.5/5

Voto medio

3.3/5

Perché ci piace

  • La regia di Jordan Peele: sempre migliore.
  • La scrittura di Jordan Peele: una certezza.
  • Il cast: su tutti la strepitosa Keke Palmer.
  • La capacità del regista di unire intrattenimento, uno sguardo autoriale e politica.

Cosa non va

  • Il finale, che offre diverse chiavi di lettura, lasciando lo spettatore libero di trovare il suo preferito, potrebbe non soddisfare tutti.