Noi e Scappa - Get Out: l’America di Jordan Peele, tra metafora e orrore

Noi, adoperando gli strumenti del cinema horror, prosegue la riflessione sulla società americana già avviata dal regista Jordan Peele nel suo film di debutto, Scappa - Get Out.

APPROFONDIMENTO di 15/04/2019

"Who are you people?" "We're Americans."

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Noi: Lupita Nyong'o in una scena del film

Una delle caratteristiche più interessanti del cinema di Jordan Peele, riscontrabile sia in Noi che in Scappa - Get Out, risiede nella sua capacità di dare accesso a più livelli di lettura; di lasciare che al piano della narrazione pura e semplice si sovrappongano spesso elementi simbolici e dimensioni metaforiche. La paura, in sostanza, può diventare il veicolo che permette allo spettatore di immergersi al di sotto della superficie e di indagare quel mondo 'sommerso' a cui il genere horror dà forma e colore. Proprio la componente allegorica dell'horror si sta dimostrando il marchio di fabbrica di Peele, quarantenne newyorkese con un curriculum da attore comico e autore di sketch televisivi, che nel 2017 ha galvanizzato pubblico e critica con il suo folgorante debutto dietro la macchina da presa, Get Out, per poi confermarsi uno degli autori più originali della scena contemporanea grazie alla sua opera seconda, Noi, già diventato uno dei maggiori successi dell'anno.

Non a caso esistono numerose correlazioni fra i due titoli, come abbiamo rilevato anche nella recensione di Noi. Per alcuni versi si tratta di film intimamente diversi: il primo declina l'horror in chiave di commedia satirica e grottesca, il secondo è molto più virato sul thriller vero e proprio. Eppure al tempo stesso sono due pellicole con profonde affinità stilistiche e concettuali, in grado di 'conversare' fra di loro in un raffinato gioco di echi e di rimandi. E in entrambi i casi, sono film in cui i codici dell'horror costituiscono il lessico utilizzato per raccontare l'America di oggi, le sue inquietudini e i suoi fantasmi, con pennellate di ironia affilatissima ma senza rinunciare a trasmettere un genuino senso di angoscia.

Noi, 5 cose che potreste non aver notato sul film

Get Out e Noi: la questione razziale in chiave allegorica

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Noi: Madison Curry in una scena del film

Le analogie più appariscenti fra Scappa - Get Out e Noi sono quelle relative alla costruzione drammaturgica. Basti considerare l'incipit delle due opere: un antefatto notturno, concluso da un primo momento-shock, in cui Jordan Peele getta le fondamenta del mistero con il quale dovremo confrontarci nel resto del film. Nell'atto immediatamente seguente assistiamo a un tragitto in automobile in direzione del nuovo scenario domestico che ospiterà i protagonisti: la villa di campagna della famiglia Armitage, membri dell'alta borghesia newyorkese, in Get Out, e la casa delle vacanze dei genitori di Adelaide Wilson (Lupita Nyong'o) a Santa Cruz, in California, in Noi. L'apparente serenità della situazione di partenza e la cornice idilliaca in cui è collocato il nucleo familiare sono increspate però da tensioni latenti: tensioni di matrice razziale in Get Out e di natura psicologica (i turbamenti legati al passato di Adelaide) in Noi.

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Scappa: Get Out: una scena del film drammatico

Le somiglianze strutturali tra i due film segnano anche un'importante linea di demarcazione. In Get Out, il discorso al cuore della storia viene portato in primissimo piano: l'accettazione e l'assorbimento della realtà afroamericana nel contesto della borghesia liberale e progressista. Get Out, del resto, è stato concepito e girato durante la Presidenza di Barack Obama, ovvero il massimo simbolo di un'integrazione auspicata ma non ancora pienamente realizzata. E al di là delle citazioni di Obama, la stessa presenza del nero Chris Washington (Daniel Kaluuya) nell'élite wasp dei Wilson, fra malcelati imbarazzi e goffi tentativi di ignorare o sminuire la questione razziale, è il perno su cui Peele edifica l'apparato allegorico della pellicola. Un apparato allegorico ben preciso: la trovata fantascientifica alla base della trama allude in maniera esplicita al tema dell'appropriazione - e della 'normalizzazione' - dell'esperienza e della cultura black da parte della maggioranza bianca.

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It don't matter if you're black or white: il microcosmo sociale di Noi

Se Get Out, a visione ultimata, offre al pubblico una lettura sostanzialmente lineare rispetto ai sottotesti della vicenda, da questo punto di vista Noi è un oggetto assai più complesso. La questione razziale, innanzitutto, è osservata da un'ottica del tutto diversa: se Chris si propone come l'outsider visibilmente fuori posto in un microcosmo a lui estraneo (e sottolinea egli stesso il fatto di essere l'unico nero nella cerchia di conoscenze degli Armitage), Adelaide e suo marito Gabe (Winston Duke) sono invece integrati alla perfezione con gli altri villeggianti di Santa Cruz. Bianchi e neri sembrano convivere placidamente in questo angolo di paradiso sulla costa del Pacifico, mentre i rari "corpi estranei" (il cadavere di un barbone) vengono rimossi in tutta fretta per lasciar libero il percorso verso la spiaggia.

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Noi: Evan Alex in una scena del film

È significativa, in tal senso, la specularità fra i Wilson e i loro vicini d'ombrellone, la famiglia Tyler: bianchi, benestanti e identici ai Wilson in tutto e per tutto. E come i Wilson, pure i Tyler riceveranno la visita di un manipolo di feroci doppelgänger, intenzionati ad appropriarsi dei loro status symbol - i modernissimi comfort della lussuosa villetta dalle pareti di vetro - in una sequenza impressionante, in cui l'amalgama fra violenza e sarcasmo tocca l'apice con quel repentino passaggio da Good Vibrations dei Beach Boys a Fuck tha Police degli N.W.A. In Noi, infatti, i riferimenti alla cultura black sono affidati perlopiù alla musica, con Janelle Monáe sui titoli di testa, il dibattito in auto sulla canzone I Got 5 on It e la t-shirt di Thriller di Michael Jackson; ma per il resto, l'attenzione di Jordan Peele si sposta dal piano dell'etnia a quello dell'appartenenza sociale.

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America oggi, ma non solo: un film che parla a ciascuno di noi

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Noi: Lupita Nyong'o, Evan Alex e Shahadi Wright Joseph in una scena del film

Il "popolo del sottosuolo", i cosiddetti tethered che, sotto la guida di Red (ancora Lupita Nyong'o, in una doppia performance da brivido), emergono all'unisono per prendere possesso di Santa Cruz, celebra la ribellione contro un ceto superiore: un'esplosione di furia collettiva motivata dall'invidia sociale (enunciata da Red nel suo discorso al cospetto dei Wilson) e che parrebbe rievocare, in chiave squisitamente horror, quella lotta di classe già alla radice di film quali Metropolis di Fritz Lang o degli zombie movie di George A. Romero. Qui, tuttavia, non troviamo un impianto allegorico definito con la stessa precisione geometrica di Get Out: Noi, al contrario, è un'opera molto più giocata sulle ambiguità, con un'essenza polisematica che si presta a una pluralità di interpretazioni, oscillando tra la sfera sociologica, culturale, antropologica e psicologica.

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Lupita Nyong'o in Noi

Se una lettura sociologica, quella forse più diretta, chiama in causa lo sfruttamento dei ceti inferiori e la sottomissione che genera odio e desiderio di rivalsa, gli altri spunti forniti dal film sono ben più stimolanti: dal tema dell'egemonia socio-culturale, con un popolo di zombie condannati all'automatismo della ripetizione di gesti e abitudini dei loro 'superiori', a una riflessione sulla natura umana, sulla sua istintuale tendenza alla sopraffazione e alla violenza. Una riflessione sottolineata in maniera implicita, ma con forza dirompente, nel twist conclusivo: un ribaltamento di prospettiva in grado di farci riconsiderare l'intero film sotto una luce ancora più sinistra. È, in fondo, una delle virtù più apprezzabili del cinema di Jordan Peele: il modo in cui, adoperando gli stilemi del thriller e dell'horror, chiama in causa il pubblico, costringendoci ad adottare uno sguardo attivo e partecipe verso lo spettacolo che sta andando in scena davanti ai nostri occhi. Uno spettacolo che parla delle contraddizioni dell'America dei giorni nostri, ma la cui valenza trascende uno specifico contesto storico-geografico per assumere un valore ancora più ampio e rivolgersi a ciascuno di noi. Come ogni grande film dovrebbe fare.