Premi Oscar: le più grandi snobbature horror della storia del cinema

Il cinema di genere ha sempre goduto di una considerazione minima da parte dell'Academy. Le cose non sono cambiate: anche se nominato, è difficile che un film horror possa aggiudicarsi una statuetta per un premio che non sia tecnico. Vediamo allora quali sono state le più clamorose statuette mancate per il cinema horror nella storia dell'Academy.

Premi Oscar: le più grandi snobbature horror della storia del cinema

Per pregiudizio, per timore o per altre ragioni tutte valide, l'horror non piace a tutti. Certo, i numeri in sala (e fuori dalla sala) parlano chiaro: è il genere che vanta la schiera di accoliti più solida di tutti, pari forse solo a quella propria della commedia. Gli oltre 173 milioni collezionati da M3gan al box office, a fronte dei 12 di budget, ne sono solo la più recente testimonianza, ma è logico che le caratteristiche strutturali proprie del genere siano proprio ciò che impedisce all'horror di tendere a un livello di gradimento e proselitismo universale. Non sconvolge scoprire o, meglio, ribadire che gli Oscar si trovino non solo al di fuori di quella nicchia di seguaci, ma che siano addirittura fra i suoi più potenti detrattori. È una verità innegabile che trova nei dati la più desolante conferma e nella voce di Mia Goth un'eco incontrastato: la scream queen di ultima generazione, musa di Ti West e protagonista della sua trilogia composta già da X - A Sexy Horror Story e Pearl, ha parlato di come un cambiamento sia "necessario", di come sia richiesto che qualcosa cambi "se vogliono raggiungere un pubblico più ampio", insinuando che forse le ragioni dietro la costante assenza delle opere horror fra i film in corsa per l'ambita statuetta dorata siano di tipo politico: "C'è molto di più dietro, un sacco di galli nel pollaio quando si tratta di nomination. Forse non dovrei dirlo, ma penso sia vero".

The Exorcist
Linda Blair ne L'esorcista

Difficile contraddire un'affermazione simile, specialmente quando si guarda alla realtà dei fatti da una prospettiva statistica: basti pensare che prima del 1973, anno in cui L'esorcista si portò a casa un buon numero di premi, nessun film horror era mai riuscito a ottenere una candidatura. Il silenzio degli innocenti sembrava aver spezzato la maledizione, vincendo come Miglior film nel 1992, ma negli anni a seguire si dimostrò un caso unico e non l'inizio di una nuova era. Fra i casi più recenti si può annoverare Get Out fra le sporadiche "eccezioni alla regola" dell'Academy, grazie al quale Jordan Peele vinse per la Migliore sceneggiatura: un risultato a dir poco stupefacente per un film horror debitore al cinema di genere di Carpenter e Romero, ben lontano dalla grandiosa opera di Demme che, sublimata attraverso l'immersione nel poliziesco e nel thriller, aveva aggirato con abilità lo stigma legato all'etichetta di horror. Così stupefacente che, in effetti, non ebbe seguito e rimase, come chi ha preceduto Peele nella corsa all'Oscar, un puntino invisibile in un oceano bianco di nomination mancate. Ma scopriamo subito quali sono state le più gravi assenze dell'horror agli Oscar nel corso dei decenni.

1. Nope

Nope
Nope: un'immagine del film

Partiamo subito con quella più recente, rimanendo nel campo di un autore e regista già citato. Impossibile non guardare al percorso artistico di Jordan Peele, o ai candidati di quest'anno, e non pensare immediatamente a Nope, che sul piano qualitativo e artistico potrebbe surclassare persino l'opera con cui Peele riuscì a sfondare il muro di snobismo che separa il cinema di genere dal mondo dorato dell'Academy. Nope non è neppure un horror in senso stretto, quanto piuttosto un revival del cinema fantastico propriamente detto, in cui la linea di separazione fra cinema d'orrore e cinema fantascientifico fatica a essere nettamente distinta e in cui le due dimensioni coesistono. Il comparto tecnico e artistico di Nope è di altissima fattura, dalla regia al montaggio, dal sonoro al montaggio sonoro; ma è forse nella direzione della fotografia, a opera di Hoyte van Hoytema (che avrebbe potuto facilmente concorrere nella relativa categoria, agli Oscar), nelle prove attoriali di Daniel Kaluuya, Keke Palmer e Steven Yeun che quest'opera riesce a elevarsi davvero.

Nope, la spiegazione del finale: fissare l'abisso dell'intrattenimento

2. American Psycho

Christian Bale American Psycho Scena
Christian Bale è Patrick Bateman in American Psycho

Ispirato all'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, nel 2000 American Psycho costruisce e consegna al mondo il personaggio simbolo della New York del 1987, Patrick Bateman. Quella di Christian Bale nei panni del protagonista è una delle prove attoriali più emblematiche del cinema dell'epoca nonché, ancora oggi, una delle più poderose nell'excursus della sua carriera. Perfettamente integrato nel corpo di uno spietato serial killer, che si cela a sua volta dietro la maschera di un facoltoso e ammaliante consulente finanziario, Bale riesce a incanalare i pensieri omicidi e la sete di sangue di un mostro contemporaneo, protetto dal suo stesso rango e status sociale, impossibilitato alla catarsi ma anche alla punizione. Una possibile nomination al Miglior attore semplicemente perduta nel nulla, come molte altre.

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3. The Others

The Others
The Others: un'immagine di Nicole Kidman

Difficile ipotizzare quale sarebbe stata la cinquina perfetta per un film come The Others, realizzato nel Alejandro Amenábar nel 2001. Il riconoscimento più vicino all'Oscar è stato sfiorato da Nicole Kidman, candidata ai Golden Globe come Migliore attrice in un film drammatico, ma il discorso finisce qui. The Others attinge a piene mani dall'immaginario classico, letterario e cinematografico, spaziando da suggestioni provenienti dall'universo di Henry James e da quello di Shirley Jackson, restituendo all'horror la dimensione sovrannaturale propria del potere persuasivo e delle atmosfere opprimenti del gotico tradizionale, arricchendola di un contesto storico e del trauma psicologico. La regia di Amenàbar è quanto di più elegante e terrificante si possa desiderare come linguaggio per il genere di riferimento, ma si sarebbe potuto facilmente puntare a una nomination alla sceneggiatura o, ancor meglio, alla migliore attrice protagonista. Per ironia del destino, data l'assonanza fra titoli, è solo con il The Hours di Stephen Daldry che Kidman lo vincerà, un anno dopo.

The Others: quando Nicole Kidman diede un volto alla paranoia

4. Suspense

Innocents Kerr
Suspense: un primo piano di Deborah Kerr

Dopo The Others non può che proseguire l'elenco uno dei due genitori di quell'opera: Suspense è un film del 1961 diretto da Jack Clayton, tratto dal racconto Il giro di vite, del già citato Henry James. La sceneggiatura è un manuale che mostra, più che spiegare, come sia possibile inscrivere le regole del genere (se ve ne sono) in un testo psicoanalitico in piena regola, che proprio nel gotico horror trova il linguaggio più calzante per parlare di spettri della mente e torbide ossessioni spirituali. Scritto da nientemeno che Truman Capote insieme a William Archibald, Suspense è un'opera di estrema raffinatezza estetica e formale (grazie alla straordinaria regia), sorretta da un ritmo che incede angosciante verso un finale rivelatore di grande modernità. Deborah Kerr, nei panni di Miss Giddens, dà vita a uno dei personaggi femminili più complessi nati dal cinema degli anni sessanta, e la sua figura che emerge fra le ombre di corridoi neri come il vuoto assoluto è una delle più potenti immagini, insieme a quella della dama sul lago (in stile foto antica), mai partorite dal genere horror.

5. Gli invasati

Julie Harris in una scena de Gli invasati
Julie Harris in una scena de Gli invasati

Potevamo non includere una delle opere gotiche più citate, emulate e "remakeizzate" di tutti i tempi? Gli invasati è un film che arriva solo due anni dopo Suspense e che, effettivamente, possiede più di un elemento in comune con l'opera di Clayton. Allo stesso tempo, tuttavia, il film di Robert Wise si distanzia dalle opere mainstream dell'epoca, preferendo accostarsi a quei film horror (primo fra tutti l'House on Haunted Hill di William Castle, di cui richiama persino il titolo) che giocano con i meccanismi psicologici della suggestione e dell'immaginazione, anziché confermare l'esistenza di una realtà sottesa a quella visibile. Dopotutto, la materia psicologica del subconscio è essa stessa quella realtà nascosta di cui si cerca testimonianza nelle azioni di fantasmi e demoni, e Wise (con Shirley Jackson, autrice del libro da cui la storia è tratta) lo sa bene. Per questo preferisce l'ambiguità alla certezza, la domanda alla risposta, la convinzione alla verità. Nel corso degli anni questo film ha guadagnato uno status maggiore anche rispetto a Suspense e a molti horror in parte dimenticati, ed è dunque ritenuto all'unanimità un cult imprescindibile, ma l'Academy degli anni sessanta era ancora pronta per riconoscerne la portata. Chissà se oggi lo sarebbe, comunque.

6. Psycho

Psycho 6
Psycho: Janet Leigh nella scena dell'omicidio

Siamo nel campo degli anni sessanta e bisogna dunque parlare di Alfred Hitchcock, una delle assenze più rumorose e meno giustificabili agli Oscar. Spieghiamoci meglio: Hitchcock, il regista del brivido, è uno di quei registi che una statuetta per la Migliore regia non sono mai riusciti a toccarla. Il premio alla memoria Irving G. Thalberg, consegnatogli nel '68, è un segno di riconoscimento nei confronti della sua pur prolifica e importantissima attività di produttore creativo, e ricordiamo il Miglior film vinto da Rebecca nel '41. Non c'era alcuna speranza per un film piccolo e arrangiato come Psycho, che solo grazie ai risultati in sala e al passare del tempo è riuscito a dimostrare come il significato di "arrangiato" per Hitchcock non sia lo stesso rispetto a quel che sarà per molti cineasti puramente horror dagli anni settanta in poi. Psycho è il protoslasher a cui si possono far risalire tutti i killer mascherati, i luoghi malmessi e testimoni di violenza, le final girls venute dopo Norman Bates, il Bates Motel e l'eroina Marion. Inoltre è una commistione geniale fra le atmosfere e i luoghi malsani di quel cinema iperviolento, pronto a emergere dai bassifondi, e la "vecchia" guardia del gotico, che cambia il tono del film quando ci si addentra in casa Bates, nella dimensione oscura del famigliare e del rimosso. Un doppio film nel singolo film, un rimescolamento di immaginari e personaggi, un modo di fare cinema a basso budget che sarà eterno punto di riferimento. Psycho ottiene quattro candidature, ma senza vincere nemmeno un Oscar.

Psycho, il capolavoro di Alfred Hitchcock tra suspense e psicanalisi

7. Shining

Shining: Jack Nicholson in una scena del film
Shining: Jack Nicholson in una scena del film

Avremmo potuto prendere in considerazione diverse opere tratte dalla feconda narrativa di Stephen King, ma davvero poche sono state le trasposizioni da suoi romanzi e racconti che abbiano avuto lo stesso impatto di Shining. Il fatto che il film sia stato diretto da Stanley Kubrick, cimentatosi nell'horror per la prima e unica volta con quest'opera del 1980, ci spingerebbe a reclamare la statuetta per la Miglior regia, ma la verità è che Shining offre allo stesso tempo una delle migliori prove attoriali di Jack Nicholson, sula cresta dell'onda grazie ai suoi grandi ruoli dei settanta (The Last Detail, Chinatown, Qualcuno volò sul nido del cuculo, The Last Tycoon) e proiettato verso la Hollywood mainstream negli ottanta. Nicholson non è vergine all'horror: si deve infatti a Roger Corman la sua esperienza nel genere, che grazie ai film degli anni sessanta permise all'attore di farsi strada sin a giovanissimo nel cinema di genere. Shining è il Jack Torrance di Nicholson e viceversa, ma non solo: Shining è anche quell'horror fuori dai cardini, diverso da ogni altra cosa vista in precedenza (tuttavia similissimo al contemporaneo The Changeling) e che genera l'etichetta di art-horror, o elevated horror, influenzando persino in epoca contemporanea un modo di far paura che risiede nella costruzione delle atmosfere. Una singolarità se si pensa a ciò che "horror" significava - sangue, resa esplicita della violenza, mezzi ridotti - nel pieno della sua golden age. Questo perché Shining è prima di tutto un haunted house movie sui generis, dunque s'inserisce nel solco delle opere che seguono il filone "antico" del gotico e del fantastico. Stanley Kubrick non è mai stato insignito di un Premio Oscar come miglior regista o sceneggiatore.

Shining: le differenze tra il film di Kubrick ed il romanzo di Stephen King

8. Alien

Alien Sigourney Weaver
Alien: Sigourney Weaver in un'immagine del cult di Ridley Scott

Nel 1979 Alien cambiò tutto. Il film di Ridley Scott estirpava la formula più standard dello slasher movie e la inseriva nel contesto di uno space movie, un fantascientifico ambientato nel silenzio dello spazio siderale e non più nelle aree rurali e desertiche degli Stati Uniti. Il villain cessa di essere umano e assume le sembianze di una creatura extraterrestre mostruosa e predatrice, mentre la final girl veste i panni di un membro dell'equipaggio che è più scaltro degli altri e per questo merita di salvarsi su una scialuppa con destinazione Terra. La performance di Sigourney Weaver nel ruolo del tenente Ellen Ripley, il personaggio più rivoluzionario (poiché più femminista) nel campo dell'horror anni settanta rimane uno dei debutti cinematografici più potenti di sempre, per un'attrice che fino ad allora si era vista solo in un ruolo di margine nell'Io e Annie di Woody Allen. Avrebbe per questo potuto, o addirittura dovuto, valere almeno una candidatura a Weaver come Migliore attrice. Alien ottenne comunque un Oscar per i Migliori effetti speciali, giustamente consegnato a Hans Ruedi Giger, designer dello xenomorfo, e Carlo Rambaldi, e alcune nomination in altre categorie tecniche, come quella per la Migliore scenografia (che non vinse). Rimane piuttosto scioccante che lo straordinario commento musicale di Jerry Goldsmith, un nome non certo sconosciuto, non sia stato candidato nella categoria della Migliore colonna sonora.

9. Lo squalo

Peter Benchley, l'autore de Lo Squalo durante la sua apparizione nel film
Peter Benchley, l'autore de Lo Squalo durante la sua apparizione nel film

Nella metà degli anni settanta l'horror stava guadagnando un pur minimo spazio fra gli interstizi della premiazione, grazie all'operazione di rottura compiuta da L'esorcista nel 1974. Perciò sembra ancora piuttosto incredibile che Steven Spielberg non fosse stato nominato, agli Oscar del 1976, nella categoria del Miglior regista quando consegnò al mondo Lo squalo, opera che si distinse nettamente da ogni altro monster movie non solo per il suo essere horror solo a metà (l'altra è avventura in mare aperto, come un normale kolossal) ma anche grazie alla maestria tecnica del regista di Cincinnati. Nel pieno rispetto della tradizione dell'horror all'Academy, a Lo squalo sono state riservate una manciata di meritate statuette tecniche (miglior montaggio e miglior sonoro) e quella per la Migliore colonna sonora a John Williams, che compone uno dei temi più memorabili della storia del cinema. Lo squalo riesce a strappare anche una nomination come Miglior film a Richard D. Zanuck e David Brown, ma per Spielberg non rimane nulla. Eppure si ricorda la lavorazione del film come una delle più impossibili e travagliate odissee nella storia del cinema: per le difficoltà dovute al dover girare sull'oceano anziché in uno studio, i giorni sul set triplicarono e con questi anche i costi. Alla luce di questo, il lavoro del regista sembra oggi ancor più portentoso.