La prima notte del giudizio

2018, Azione

La prima notte del giudizio ci racconta chi siamo oggi

Pur riuscito a metà, La prima notte del giudizio arriva in un momento storico molto diverso da quello in cui era nato il franchise. Oggi siamo nell'era Trump e questo è un film che non va affatto sottovalutato, perché racconta di un sentimento di odio e chiusura che oggi è nell'aria in gran parte del mondo occidentale.

Maurizio Ermisino
La prima notte del giudizio: Lex Scott Davis e Joivan Wade in un momento del film

La prima notte del giudizio è il quarto film di The Purge (da noi, appunto, La notte del giudizio), franchise ideato da James DeMonaco partita in sordina nel 2013, a basso costo (la produce Jason Blum) e diventato un enorme successo. Se con il terzo film, La notte del giudizio - Election Year, sembrava aver detto tutto sul tema, è stata fatta forse l'unica scelta possibile per mantenerlo in vita: quella del prequel. Come si capisce immediatamente dal titolo, allora, si torna indietro, alla formula "come tutto ebbe inizio".

Con un velocissimo montaggio sui titoli di testa, veniamo a conoscenza di cause ed effetti: una crisi economica peggiore di quella del 2008, un'America in ginocchio, e i Nuovi Padri Fondatori, che, finalmente lo capiamo, sono un nuovo partito politico che sfida repubblicani e democratici fino a vincere le elezioni. Non ha però molte carte per risollevare gli Stati Uniti, e allora prova a fare un esperimento: nella sola Staten Island, una zona di New York, per una notte intera ognuno potrà sfogare i propri istinti, liberare il proprio odio, e purificarsi: il termine "purge", tradotto con "sfogo", vuol dire anche "purificazione". Quello che non sapevamo è che questo esperimento è chiaramente pilotato: alle persone di Staten Island, meno abbienti, viene offerto del denaro per non lasciare la propria casa né il quartiere, e molto denaro in più nel caso scegliessero di partecipare alle azioni di violenza. Il trucco non finisce qui: ma non vogliamo svelarvi troppo. Catapultati a Staten Island, seguiamo le azioni di una giovane ragazza che prova a farcela onestamente, del fratellino tentato dalla via della criminalità, e dell'ex ragazzo di lei, gangster e boss del quartiere.

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La prima notte del giudizio: Lex Scott Davis in una scena del film

Tutto inizia da Carpenter...

La prima notte del giudizio: Lex Scott Davis e Joivan Wade in una scena del film

Se questo è l'inizio della storia raccontata, l'inizio della storia del franchise è stato molto diverso. La notte del giudizio era sostanzialmente un B Movie, che riprendeva lo schema di Distretto 13: le brigate della morte di John Carpenter, in cui un imprenditore (proprio colui che vende sistemi di sicurezza, secondo la legge del contrappasso) si vede assediato in casa da assaltatori in cerca di sfogo, e deve lottare per difendere la propria famiglia. In quel primo film tutto il resto, lo scenario politico come le azioni nelle strade, era suggerito, evocato, restava all'esterno, ma cominciava a far riflettere. Nei film successivi tutto è diventato più esplicito: non solo perché cominciavamo a vedere molto di più di come avveniva lo sfogo. Ma soprattutto capivamo sempre di più dell'idea alla sua base: un sistema che per sopravvivere elimina gli ultimi, che sono quelli che non hanno i soldi per garantirsi sistemi di sicurezza, e diventano capri espiatori e vittime di un disegno che vuole vederli eliminati e non gravare più su uno stato in difficoltà.

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Sembra Black Mirror ma non è...

La prima notte del giudizio: Patch Darragh e Marisa Tomei in una scena del film

La prima notte del giudizio porta ancora di più tutto alla luce. Il gioco dei Nuovi Padri Fondatori è esplicito, è sotto gli occhi di noi spettatori (ma non in quelli delle vittime). E si fa esplicita anche l'ambizione del film di diventare qualcos'altro dal B Movie di partenza, quasi un gioco di fantapolitica. Almeno, queste sarebbero le premesse. In realtà è un'opera che muta spesso pelle. All'inizio, per esempio, tra spunti di geopolitica e sociologia, atmosfera di attesa e gadget tecnologici (come mezzi volanti di controllo e lenti a contatto in grado di registrare segnali visivi), sembra quasi un episodio di Black Mirror. Abbastanza presto, però, capiamo di trovarci in un gangster movie, in quel territorio presidiato dal cinema "black" americano, un cinema muscolare che si muove al ritmo sincopato dell'hip-hop e degli altri stilemi tipici del genere. Ma è quando il film svolta verso l'action puro, e la violenza, che non è mai gratuita - essendo la chiave del film - ma è estetizzata ben oltre quelle che erano le premesse dell'opera, che La prima notte del giudizio perde le sue premesse iniziali. Detto che la sospensione dell'incredulità è alla base di un film come questo, vedere fiotti di sangue volare nella nebbia, come in un film alla Frank Miller, o vedere il protagonista trasformato in un misto tra Rambo e The Punisher, in grado da sgominare da solo un commando, ci porta un po' lontano da quel minimo di realismo che ci faceva credere comunque in quello che stavamo vedendo, ci allontana un po' dalla storia, ci fa "uscire" dal mondo in cui siamo entrati.

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La prima notte del giudizio: Y'lan Noel in una scena del film

Siamo entrati nell'era Trump

La prima notte del giudizio: Y'lan Noel e Mo McRae in una scena del film

Difetto veniale o no? Il punto è un altro. Pur riuscito a metà, La prima notte del giudizio arriva in un momento storico molto diverso da quello in cui era nato il franchise, ed era stato un piccolo avvertimento, un sasso gettato nello stagno di quella che, comunque, era la tutto sommato tranquilla e ottimistica era Obama. Raccontare di sfoghi e di liberalizzazione della violenza in una nuova era, quella in cui Trump consiglia l'adozione di armi agli insegnanti delle scuole e di fatto li autorizza ad usarle (anche se come legittima difesa), non è poi tanto lontano da quello che viene raccontato nel film. Finzione e realtà hanno in comune una certa normalizzazione, se non legalizzazione, della violenza e delle armi, seppur con dei limiti, che nel caso del film sono di natura temporale (lo spazio di una notte) e nella realtà di natura fattuale (il caso della difesa da un'aggressione).

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Siamo tutti nella notte del giudizio

La prima notte del giudizio: Y'lan Noel, Mo McRae e Jermel Howard in una scena del film

Ma, allargando lo sguardo e non limitandolo solo agli States proviamo a pensare: quella scelta deliberata, ormai esplicitata nei fatti, di lasciare indietro gli ultimi, non farsene carico, anzi disfarsene, non è forse quello che sta accadendo anche da noi? Lasciare persone fuori dai propri confini, o in mare aperto, chiudendo i porti, non è forse come lasciare persone indifese e disarmate nelle strade, in balia della morte in arrivo su camionette blindate ed esseri mascherati? Per questo, nonostante pregi e difetti più o meno manifesti, spunti geniali e ingenuità, La prima notte del giudizio, ma in realtà parliamo di tutto il franchise, è un film che non va affatto sottovalutato, perché racconta di un sentimento di odio e chiusura che, inutile voltare la testa da un'altra parte, oggi è nell'aria in gran parte del mondo occidentale. La prima notte del giudizio è un film da vedere. Dopo che lo avrete fatto, non potrete non essere d'accordo con quel personaggio che dice "sono preoccupata per questo Paese". Qualunque sia il vostro Paese.

La prima notte del giudizio ci racconta chi siamo...
Maurizio Ermisino
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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