In the Mood for Love: il cinema di Wong Kar-wai, tra malinconia e sentimento

Da As Tears Go By a The Grandmaster, un itinerario nella filmografia di Wong Kar-wai, che oggi compie sessant'anni: una carriera nel corso della quale il regista nato a Shanghai ha rivisitato il melodramma attraverso opere che uniscono un ammaliante fascino estetico alla profonda empatia per i personaggi.

Quando ripensa a quegli anni lontani, è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato. Il passato è qualcosa che può vedere, ma non può toccare; e tutto ciò che vede è sfocato, indistinto.

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L'explicit di In the Mood for Love, pronunciato da una voce fuori campo all'apparire dei titoli di coda, suggella una delle sequenze più celebri del cinema di Wong Kar-wai: un epilogo silenzioso in cui il protagonista, Chow mo-wan, si aggira fra le rovine del tempio di Angkor Wat, in Cambogia, e sussurra qualcosa all'interno di un foro in una parete, per poi ricoprire la fessura con del fango. Una 'confessione' sepolta nel mistero, a cui si sarebbe ispirata tre anni più tardi Sofia Coppola per il finale del suo Lost in Translation - L'amore tradotto.

Una breve scena che, in chiusura del capolavoro del regista di Hong Kong, sintetizza mirabilmente la poetica dell'autore: la predilezione per la pura immagine, accompagnata però da un voice off adoperato come "diario sentimentale" dei personaggi; il ricorso all'ellissi e al non detto in una narrazione in cui abbondano i 'vuoti'; il senso di solitudine dei suoi protagonisti, legati ad un passato sublimato nel ricordo e nella nostalgia... quella gabbia dorata in cui si torna puntualmente a rinchiudersi e ad annegare.

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Nato a Shanghai il 17 luglio 1958 ma cresciuto a Hong Kong dall'età di cinque anni, in seguito alla fuga dei suoi genitori dalla Cina di Mao Tse-tung, Wong Kar-wai avrebbe poi rivelato di essersi spesso sentito isolato, fin da bambino, anche a causa della difficoltà ad imparare una nuova lingua e alla sua improvvisa condizione di figlio unico (ai suoi fratelli maggiori, infatti, fu impedito di abbandonare la Cina). Forse, non è dunque un caso se la solitudine, la malinconia, il senso di alienazione rispetto al contesto sociale risultano essere temi ricorrenti nei film di quello che è considerato uno dei maestri del cinema contemporaneo, con un'estetica facilmente riconoscibile che ha influenzato gli autori più disparati, da Xavier Dolan al Barry Jenkins di Moonlight (per citare solo due degli esempi più recenti).

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I primi passi, sulle orme di Scorsese

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Ma del resto, l'opera di Wong si nutre di tanti e diversissimi modelli: da Douglas Sirk ad Alfred Hitchcock, dal melodramma classico hollywoodiano (un genere da lui ripreso e rivisitato secondo regole proprie) alla Nouvelle Vague francese, dal cinema di Hong Kong della prima metà degli anni Ottanta ai canoni narrativi della letteratura sudamericana. Per quanto, a risalire ai suoi esordi, sia possibile individuare perfino un'eco del Martin Scorsese di Mean Streets: As Tears Go By, che nel 1988 segna il debutto di Wong dietro la macchina da presa, è un frenetico gangster movie collocato nel distretto di Mong Kok, teatro delle scorribande dei fratelli Wah (Andy Lau) e Fly (Jacky Cheung) e della passione tra Wah e Ngor (Maggie Cheung).

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La fotografia, curata dal futuro regista Andrew Lau, è giocata soprattutto sui toni notturni e su un azzurro meraviglioso, quasi metafisico, che sembra ripreso da Manhunter di Michael Mann, e che testimonia da subito la profonda attenzione di Wong al valore emotivo della messa in scena. Sull'onda della gigantesca popolarità di A Better Tomorrow di John Woo (un film accostabile solo in parte a quello di Woo), As Tears Go By trionfa ai botteghini asiatici e rimarrà per anni il più vasto successo di Wong Kar-wai sul mercato nazionale; la pellicola contribuisce inoltre ad espandere la fama di Andy Lau e inaugura il sodalizio fra Wong e una delle sue attrici-muse, Maggie Cheung.

"Amici per un minuto": passione, malinconia e rimpianto

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Lo stesso terzetto di comprimari di As Tears Go By ritornerà, appena due anni dopo, nel film che rappresenta il primo, vero cimento del regista nel genere del melodramma, ma soprattutto il primo capitolo di un personalissimo itinerario all'interno del quale il cinema diventa un veicolo di esplorazione di sentimenti e stati d'animo secondo una prospettiva assolutamente soggettiva, ben lontana dalle forme tradizionali di racconto (da qui i primi paragoni fra Wong e Michelangelo Antonioni). Ambientato nella Hong Kong dei primi anni Sessanta, Days of Being Wild è imperniato attorno alle relazioni fra il bellissimo ed effimero Yuddy (Leslie Cheung, già una superstar del cinema cantonese), Li-zhen (Maggie Cheung) e Mimi (Carina Lau); ma l'espediente del 'triangolo' è solo un pretesto per una dolorosa riflessione sulla natura dell'amore e del rimpianto, una riflessione che Wong porterà avanti in quasi tutti i suoi film successivi.

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Film ermetico, capace di sprigionare un fascino senza tempo, Days of Being Wild racchiude già gran parte delle caratteristiche della futura produzione del regista: dal lirismo ipnotico della messa in scena, con uno straordinario lavoro da parte dell'australiano Christopher Doyle (già direttore della fotografia per Edward Yang, e da allora fedelissimo sodale di Wong), allo struggente romanticismo di personaggi in cerca di una difficile armonia interiore. Days of Being Wild fa incetta di premi in patria, conferma il suo autore fra i nuovi talenti del cinema asiatico e lo porta a collaborare per la prima volta con un altro dei suoi attori-feticcio, Leslie Cheung: la bellezza androgina di Cheung, unita ad un'espressività languida e sfuggente, saranno infatti valorizzati appieno da Wong, che regalerà allo sfortunato divo (morto suicida nel 2003) alcuni dei suoi ruoli più celebri.

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Dalle "ceneri del tempo" alla giungla di Hong Kong

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Leslie Cheung ritornerà nel 1994, insieme a Maggie Cheung e ad altri volti noti del cinema di Wong Kar-wai, nel progetto produttivamente più ambizioso del regista: Ashes of Time, ispirato a un romanzo d'avventura dello scrittore cinese Jin Yong. Alle prese con un genere strettamente codificato quale il wuxia, Wong lo stravolge letteralmente, applicandovi un approccio analogo a quello adottato rispetto al melò: piste narrative che si intrecciano e si confondono, ellissi volte a spiazzare il pubblico, l'abbandono del realismo a favore di uno stile spesso visionario e abbagliante. Ashes of Time porta Wong in concorso al Festival di Venezia e conquista gran parte della critica, ma il consenso di pubblico non è unanime; quattordici anni dopo, il regista ne proporrà una versione ridotta e modificata con il titolo Ashes of Time Redux.

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Ma il 1994 è anche l'anno dell'uscita di un altro film, girato a basso costo in sei settimane durante una pausa nella lavorazione di Ashes of Time e immediatamente consacrato come un cult nella carriera di Wong Kar-wai, oltre che il suo primo titolo ad essere distribuito negli Stati Uniti: Hong Kong Express, un'opera suddivisa in due segmenti narrativi distinti, accomunati dallo scenario di una metropoli caotica e spersonalizzante. Una "giungla urbana" in cui il regista ritrae, con tocco impressionista, i desideri, le speranze e la solitudine di un piccolo gruppo di personaggi, fra i quali si distingue il poliziotto interpretato da Tony Leung Chiu-wai, altro divo asiatico che ha legato la propria carriera a quella di Wong. A un anno di distanza approderà nelle sale Angeli perduti, altro film in due parti concepito come una 'costola' di Hong Kong Express, e che mescola in maniera ancora più ardita il noir metropolitano con il dramma sentimentale; e qui la grande libertà formale già sperimentata in Hong Kong Express sarà portata perfino più oltre, con la frequente deformazione delle immagini mediante un uso esasperato del grandangolo.

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"Imagine me and you": frammenti di un discorso amoroso

Leslie Cheung in una scena di Happy Together (1997)

Dopo l'epica avventurosa di Ashes of Time, e dopo l'intimismo narrativo e la commistione di generi (anche con un certo gusto postmoderno) del dittico formato da Hong Kong Express e Angeli perduti, Wong Kar-wai ritorna nel campo del melodramma realizzando due capisaldi della propria carriera: Happy Together, che al Festival di Cannes 1997 ottiene il premio per la miglior regia, e In the Mood for Love, opera sensazionale che critica e cinefili eleggeranno fra le pietre miliari del cinema del ventunesimo secolo. Due film in cui Wong racconta il sentimento amoroso dispiegando un ventaglio di emozioni contrastanti: e così in Happy Together, che prende in prestito il titolo della canzone dei Turtles, i suoi due attori favoriti, Leslie Cheung e Tony Leung, si calano nei ruoli di Ho Po-wing, incostante e superficiale, e del più posato Lai Yiu-fai, amanti in viaggio in Argentina, avviluppati in una relazione distruttiva che tuttavia non riescono a troncare definitivamente.

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Dalla passione erotica all'incomunicabilità, dalla gelosia al senso di colpa, Happy Together è un melò intriso della consapevolezza dell'impossibilità di raggiungere una perfetta armonia nei precari equilibri del sentimento. Quell'impossibilità, declinata in chiave di rinuncia e di sacrificio, posta al cuore di In the Mood for Love, che nel 2000 entusiasma le platee e si attesta come il film più conosciuto ed iconico di Wong Kar-wai. Riprendendo temi e atmosfere del precedente Days of Being Wild (a partire dall'ambientazione, i primi anni Sessanta), il regista descrive il rapporto fra Chow Mo-wan e Su Li-zhen, vicini di casa che si rendono conto di provare un affetto reciproco, contemporaneamente alla scoperta del tradimento 'incrociato' da parte dei rispettivi coniugi. Attorno a questa storia di un amore condizionato dal contesto sociale e familiare, Wong costruisce un melò tanto composto e trattenuto sul piano narrativo, quanto poderoso e avvolgente su quello stilistico: un miracoloso punto d'incontro fra classicismo e avanguardia, tutto sviluppato attraverso i volti e gli sguardi dei suoi splendidi protagonisti, Maggie Cheung e Tony Leung, premiato come miglior attore al Festival di Cannes.

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Il "mal d'amore" tra presente, futuro e passato

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E a In the Mood for Love è intimamente collegato il film che Wong Kar-wai decide di girare subito dopo, 2046: un progetto di estrema complessità, già dalla fase di scrittura, e che richiederà lunghissimi tempi di lavorazione, per poi approdare al Festival di Cannes 2004. Tony Leung ritorna nella parte di Chow Mo-wan, prigioniero del ricordo dell'amore mai concretizzato per Su Li-zhen e coinvolto in nuovi rapporti con tre donne differenti, mentre crea un romanzo di fantascienza ambientato nella Hong Kong del 2046. A livello drammaturgico, si tratta dell'opera forse più ambiziosa e criptica nella carriera del regista: non solo per la componente metanarrativa (il fittizio futuro immaginato da Chow nel suo libro e mostrato in alcuni segmenti del film), ma anche per il modo in cui la visione totalmente soggettiva del tempo come dimensione interiore, un elemento-cardine nel cinema di Wong, è innestata in un racconto non lineare, scandito da associazioni proustiane fra passato, presente e futuro.

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Il tentativo di lenire il dolore per l'abbandono di un amante sarà il punto di partenza anche per il successivo lavoro di Wong Kar-wai, il primo in lingua inglese: Un bacio romantico (in originale My Blueberry Nights), nato a partire da un cortometraggio dello stesso Wong e presentato in concorso a Cannes nel 2007. Un film costruito con maggiore semplicità, sulla scia del viaggio on the road da New York alla West Coast della protagonista, Elizabeth, a cui presta il volto la cantante Norah Jones nella sua unica prova d'attrice (affiancata da star quali Jude Law, Natalie Portman e Rachel Weisz), e in cui ancora una volta Wong, avvalendosi pure di una colonna sonora che spazia da Ry Cooder e Otis Redding a Cat Power, esplora il languore e la malinconia per un amore perduto e il tentativo di spezzare le barriere della solitudine.

The Grandmasters: Tony Leung Chiu Wai in una scena

Un repentino cambio di genere porta invece il regista a dedicarsi al più imponente fra i suoi lungometraggi, nonché uno dei suoi massimi successi di pubblico: The Grandmaster, ritratto del leggendario maestro di arti marziali Ip Man (Tony Leung) e del suo rapporto di attrazione e rivalità con Gong Er (Zhang Ziyi). E se stavolta la cornice è quella dell'affresco storico relativo ai grandi mutamenti della Cina fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, fotografata con suggestivo taglio impressionista dal francese Philippe Le Sourd, il "codice genetico" del film conserva l'impronta inconfondibile di Wong: l'ultimo capitolo, ad oggi (e in attesa dell'annunciato Blossoms), di una poetica basata sull'analisi dell'universo emotivo di personaggi in bilico tra sofferenza e rimpianto, tra insanabili conflitti morali e un ineludibile bisogno d'amore.

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