C'era da aspettarselo. Il ritorno su Canale 5 de I Cesaroni è stato un successo. La prima serata ha raccolto davanti la tv oltre tre milioni di spettatori, superando il 22% di share. Prevedibile, e anche un filo confortante. Del resto, che piaccia o no, stiamo vivendo il revival di un'epoca (non così) lontana in cui tutto era ancora possibile. Magari non il migliore dei mondi ma, secondo Ludovico Fremont, un periodo certamente "bello".
L'attore ha orgogliosamente ripreso il ruolo (amato) di Walter Masetti, tornando sul set della fiction insieme agli altri "storici" come Claudio Amendola (anche regista), Matteo Branciamore ed Elda Alvigini. "Vogliamo riappropriarci di ciò che ci fa stare bene", spiega l'attore a Movieplayer.it, incontrandolo via Zoom per una lunga intervista. Fremont, che nel corso degli anni ha alternato il cinema, la tv e il teatro, ha parlato di Roma, delle aspettative - spesso troppo cariche -, e di quanto I Cesaroni, tutt'ora, siano un unicum nel panorama televisivo italiano.
I Cesaroni, ritorno alla Garbatella: intervista a Ludovico Fremont
Ludovico, oggi cerchiamo zone di comfort che un tempo ci facevano sentire protetti, e il cinema e le serie TV giocano un ruolo fondamentale. Cosa ne pensa?
"Non credo che la gente abbia necessariamente bisogno di tornare al passato o che richieda qualcosa che la riporti indietro. La mia idea è che sia nel presente che vogliamo riappropriarci di ciò che ci fa stare bene. Forse, negli anni, c'è stata una sorta di "deriva" - un'idea di business legata al cinema che ci ha portato in un vicolo che non definirei cieco, ma che forse non ci fa stare così bene".
Ovvero?
"L'arte ha sempre cercato di riprodurre la contemporaneità. Volere vivere emozioni che ci fanno stare bene è una richiesta lecita, ma non la chiamerei nostalgia o malinconia: è il tentativo di riportare al presente qualcosa di positivo. Se racconti questa cosa con onestà, unisci il desiderio del pubblico a un obiettivo commerciale. Serie come I Cesaroni sono state una richiesta esplicita del pubblico. Il rischio, semmai, è l'aspettativa: da buddista, penso che l'attaccamento generi sofferenza. Se ti aspetti di rivivere esattamente le stesse cose, verrai deluso. L'ottica migliore è dire: "Tornano i Cesaroni, si torna a casa". È una volontà di vivere nel presente qualcosa che sai che ti piace".
I Cesaroni, come molti altri titoli, sono usciti in quello che forse era il "migliore dei mondi possibili": secondo lei, quel periodo delle prime stagioni è stato davvero il momento d'oro per produrre?
"Definirlo "il migliore dei mondi" in senso assoluto è difficile. Ricordiamoci che I Cesaroni nascono da un format spagnolo (Los Serrano), poi adattato. Non so se fosse il periodo perfetto, ma è stato sicuramente un periodo bello. Ogni epoca è bella in base a come la affronti. All'epoca non avevamo la certezza che la serie sarebbe andata bene; è stata una concatenazione di fattori, una storia riadattata bene nel contesto romano ma capace di legare tutta l'Italia attraverso quei cliché tra Nord e Sud che diventano un "humus" su cui lavorare. Non so se fosse l'età giusta per la serie, so che ce lo siamo guadagnato lavorando bene. La coscienza di fare bene il proprio lavoro alla lunga ripaga. Abbiamo raccontato il presente con quello che avevamo, e spero che lo abbiamo fatto nel modo migliore possibile".
La forza di Roma
Roma è protagonista de I Cesaroni, ma spesso viene criticata per il suo abuso, in tv e al cinema. Perché?
"Tutto ciò che ha forza viene spesso invidiato, e l'invidia è quasi una conferma che qualcosa funziona. Io sono nato a Roma per volontà di mio padre: lui è francese, mia madre milanese, ma lui sosteneva che suo figlio dovesse nascere nella città più bella del mondo. E aveva ragione, anche se essere la più bella non significa essere perfetta; la perfezione annoia. Per quanto riguarda l'industria, Roma ha ospitato storicamente i grandi studios come Cinecittà, quindi è stato naturale canalizzare tutto lì. Però oggi vediamo grandissime opere che non provengono da Roma e che hanno successo, come i prodotti girati in Trentino o in Veneto che abbiamo seguito recentemente, tipo Le città di pianura. L'industria si sta muovendo, ma Roma resta un punto di riferimento storico inevitabile".
Ritrovare la normalità
I Cesaroni sono l'apice della "normalità" che diventa racconto. Spesso oggi il cinema sembra un po' troppo chiuso in uno sguardo borghese o elitario. Si è persa secondo lei la capacità di raccontare le persone normali?
"Posso non essere totalmente d'accordo? Io credo che il cinema nasca proprio per raccontare le storie di tutti. Poi esistono logiche di mercato, le grandi Major, e bisogna sapersi adattare: è una danza. Ci sono regole che possono non sembrare giuste, ma bisogna essere realisti. C'è chi sa danzare meglio e chi invece pesta i piedi perché non ascolta la musica. Se vuoi essere un "battitore libero" e non seguire i pattern prestabiliti, devi essere pronto ad adattarti a percorsi diversi. Penso a Richard Gere, che si dice sia stato tagliato fuori da certi circuiti per aver espresso opinioni politiche forti. Se dici verità scomode, ne paghi le conseguenze. Ma spesso diamo la colpa all'esterno quando molto dipende da noi e dalla nostra capacità di ascoltare e capire l'armonia (o la disarmonia) del mondo in cui viviamo".
Hai parlato di ascolto, che è la prima regola di un attore. Quanto è fondamentale per lei?
"Bisogna ascoltare tutto: il regista, i colleghi, l'attrezzista e soprattutto il pubblico, specialmente a teatro. Ci sono sere in cui senti nell'aria che qualcosa non va e devi cambiare micro-sfumature. Bisogna ascoltare anche il testo, capire cosa ti dice tra le righe. È sempre una danza".
Ludovico Fremont e la passione per David Hasselhoff!
Hai detto che tornare sul set dei Cesaroni è stato come tornare a casa. Che emozione hai provato il primo giorno?
"Il primo giorno è stato molto forte ed emotivamente impattante perché ci siamo ritrovati tutti per salutare Antonello (Fassari). Lui, come me, veniva dall'Accademia Silvio D'Amico e parlavamo spesso di questo. La sua mancanza è stata un dolore per tutti, ma è servita anche da collante. Ci ha guidato un po' per tutto il periodo di lavoro".
**Un'ultima domanda più leggera: da spettatore, c'è qualcosa del passato che vorrebbe rivedere oggi? Una serie o un film con cui lei è cresciuto?
"Premetto che per scaramanzia non riguardo mai i miei lavori, quindi non ho mai rivisto I Cesaroni. Da piccolo non ero un grande amante delle serie lunghe, ma impazzivo per Willy, il principe di Bel-Air. Al il cinema, ho sempre adorato Charlie Chaplin per la sua capacità di unire comicità e malinconia. Oggi con mia figlia guardo Star Wars e Il Signore degli Anelli. Sono un po' nerd su questo. Però il film che amo profondamente è La leggenda del pianista sull'oceano di Tornatore, tratto da Baricco. Mi emozionò così tanto che portavo il monologo di Novecento ai provini, finché non divenne troppo inflazionato. Ah, e poi c'è Supercar: il mio legame con Baywatch nasce da lì, perché c'era David Hasselhoff. Da bambino fuori casa mi facevo chiamare Michael, come Michael Knight! Se lo avessi fatto in casa, i miei mi avrebbero dato uno scappellotto per farmi tornare sano di mente".