Ormund Hightower ci ricorda quanto manchino a House of the Dragon tutti gli "Oberyn Martell"

Il problema non sono mai stati soltanto i Targaryen: a House of the Dragon sono spesso mancati personaggi capaci di rendere vivo tutto ciò che esiste intorno a loro

Pedro Pascal ha interpretato Oberyn Martell nella quarta stagione de Il Trono di Spade

Per due stagioni House of the Dragon ha guardato Westeros quasi esclusivamente attraverso i Targaryen. È una scelta ovvia più che comprensibile: la serie prequel della HBO racconta la loro guerra civile, nota alle fanta-cronache come Danza dei Draghi.

Ha avuto però un effetto curioso: più quella storia diventava grande, più il mondo sembrava restringersi. Abbiamo avuto castelli, concili ristretti, matrimoni, funerali, draghi e battaglie, ma niente di paragonabile a quella moltitudine di personaggi e luoghi che ne Il Trono di Spade faceva sembrare Westeros vivo anche quando il Trono era lontano centinaia di chilometri.

House of the Dragon ha finalmente iniziato ad allargare i suoi confini?

La terza stagione sembra finalmente essersi concessa un po' di respiro. Rhaenyra deve preoccuparsi delle tavole e delle casse del regno oltre che dei suoi nemici, Aegon e Larys sono finiti a vagare tra boschi e villaggi, Daemon deve fare i conti con il fatto di essere stato un pessimo padre per Rhaena (e non solo). La guerra insomma sta producendo una serie di problemi molto meno "regali" di quelli che si potrebbero associare alla successione su un trono e al dominio su un territorio sconfinato.

House of the Dragon 3 ha fallito nel tentativo di renderci (un po' più) simpatico Aegon Targaryen House of the Dragon 3 ha fallito nel tentativo di renderci (un po' più) simpatico Aegon Targaryen

Eppure sono proprio queste piccole e apparenti diversioni dalla vicenda centrale della Danza dei Draghi ad aver dato alla stagione una varietà che era mancata nelle precedenti. Per qualche momento, Westeros non è sembrato più soltanto il teatro della guerra tra Targaryen, ma un mondo in cui le persone devono anche vivere.
Per qualche momento, insomma, la serie prequel ci ha ricordato perchè Game of Thrones riusciva a dare l'impressione di essere molto più grande della storia che raccontava.

Game of Thrones aveva personaggi capaci di far vivere Westeros

Il Trono della Fortezza Rossa rimaneva il punto verso cui tutto sembrava convergere, ma la serie poteva permettersi di perderlo di vista per un po'. Il continente continuava a vivere anche quando la storia principale rimaneva sullo sfondo, perché bastava entrare in una stanza diversa per incontrare qualcuno che sembrava avere una storia tutta sua da raccontare.

Il trono di spade: Pedro Pascal e Indira Varma in una scena dell'episodio Two Swords
Il trono di spade: Pedro Pascal e Indira Varma in una scena dell'episodio Two Swords

È così che abbiamo fatto la conoscenza di Oberyn Martell. Il Principe di Dorne comparve nella quarta stagione con una vendetta da compiere e un ruolo preciso negli equilibri di King's Landing, ma bastarono pochi episodi perché diventasse qualcosa di più della sua funzione narrativa. Pedro Pascal gli diede una presenza immediatamente riconoscibile: il modo di parlare, la sicurezza con cui si muoveva, il piacere evidente nel provocare chiunque. Oberyn poteva trovarsi in un bordello o nelle segrete della Fortezza Rossa e sembrava sempre che la cosa più interessante fosse capire che cosa avrebbe fatto o detto.

È una qualità che Game of Thrones possedeva in abbondanza. Tyrion poteva trasformare una conversazione politica in un duello di battute, Varys poteva rendere una discussione apparentemente innocua parte di un gioco molto più grande, Ditocorto rendeva sospetta anche la frase più innocua. C'erano personaggi come Lady Olenna, capaci di rendere memorabile una scena semplicemente parlando. La trama li metteva in movimento, ma erano le loro personalità a stabilire che cosa sarebbe successo una volta entrati in scena.

Valeva la pena guardare ciascuno di loro mentre faceva qualsiasi cosa. Ed è una differenza meno piccola di quanto sembri, perché è anche ciò che permetteva a alla serie madre di allargare continuamente il proprio mondo senza dare l'impressione di allontanarsi dalla storia.

House of the Dragon ha avuto molto meno di tutto questo. Non necessariamente perché i suoi personaggi siano meno riusciti, ma perché le prime due stagioni hanno ristretto parecchio il campo.
La successione dei Targaryen, i loro matrimoni, i loro draghi, la loro guerra: tutto ha talmente ruotato intorno ai capelli candidi della dinastia più incestuosa dei Sette Regni, che persino un mondo vasto come quello creato da Martin è finito spesso per sembrare lo sfondo di una storia familiare molto più piccola.

Il trono di spade: Conleth Hill e Diana Rigg nell'episodio And Now His Watch Is Ended
Il trono di spade: Conleth Hill e Diana Rigg nell'episodio And Now His Watch Is Ended

La differenza è sostanziale ed è quella che d'altronde esiste tra i libri di partenza. Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sono un romanzo corale nel senso più pieno del termine. George R.R. Martin può allontanarsi dalla guerra per il Trono e seguirne le conseguenze attraverso gli occhi di qualcuno che si trova dall'altra parte del continente, oppure dedicare pagine intere a una conversazione che non sembri avere alcun nesso con la trama principale.

Tyrion, Arya, Jon Snow, Cersei e tutti gli altri non esistono soltanto quando hanno qualcosa da fare per la storia: hanno pensieri, ossessioni, rapporti, ricordi che continuano a esistere anche quando il grande conflitto può aspettare.

Fuoco e Sangue funziona in maniera completamente diversa. È una cronaca della storia dei Targaryen, costruita attraverso testimonianze e versioni degli eventi che non sempre coincidono. Racconta una successione di avvenimenti più che seguire da vicino le persone che li hanno vissuti. È una differenza enorme per chi deve trasformare quelle pagine in una serie televisiva: dove Martin aveva già costruito un mondo pieno di voci, House of the Dragon ha dovuto trasformare una storia raccontata a posteriori in una storia vissuta.

House Of The Dragon Paddy Considine Milly Alcock Theo Nate
House of the Dragon: Paddy Considine, Milly Alcock e Theo Nate nel quinto episodio della serie

Il materiale letterario suggeriva, naturalmente, di dare la maggior parte dello spazio ai Targaryen ma nelle prime due stagioni la scelta è stata quasi portata alle estreme conseguenze. Non c'era soltanto una famiglia al centro della storia: sembrava che tutto ciò che si trovava intorno a quella famiglia dovesse essere ricondotto alla sua guerra.

Ormund è stato il personaggio che mancava alla serie prequel

La terza stagione, invece, ha cominciato a fare spazio a personaggi che possono essere interessanti anche per motivi che hanno poco a che fare con il loro posto nella Danza dei Draghi. Ed è qui che entra in scena Ormund Hightower, uno con delle peculiarità.
Religioso fino al fanatismo, elegante ma pomposo, manipolatore, ipocrita, perfettamente convinto della propria superiorità morale e, proprio per questo, capace di essere umoristico quando cerca di giustificare le proprie contraddizioni.

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Non è soltanto un Hightower che deve fare qualcosa per i Verdi: è un uomo che ha un modo molto preciso di parlare, di vestirsi, di comportarsi e di guardare il mondo.

Ed è proprio questo a renderlo così utile a una serie che, per due stagioni, ha avuto spesso difficoltà a far percepire quanto fosse grande la posta in gioco intorno alla Danza dei Draghi. Ormund non serve soltanto a portare avanti la guerra: ogni volta che compare, porta con sé una personalità abbastanza definita da modificare il tono della scena.
Il suo fanatismo, le sue convinzioni, il modo in cui costruisce i propri piani, e persino la distanza tra ciò che pensa di essere e ciò che gli altri vedono in lui, aggiungono qualcosa alla storia che non si può ricavare semplicemente dalla sua posizione nella fazione dei Verdi.

È qui che il confronto con Oberyn Martell torna utile: entrambi mostrano quanto possa cambiare un racconto quando un personaggio sembra avere una personalità che esiste anche al di fuori della trama che lo ha portato in scena.

Obern Martell

E in questo caso entrano inevitabilmente in gioco anche gli interpreti. Pedro Pascal e James Norton sono due attori di grande presenza scenica, e il loro fascino finisce per diventare parte della costruzione dei rispettivi personaggi.
Pascal rende Oberyn magnetico, difficile da ignorare; Norton sfrutta un'eleganza più rassicurante per accentuare lo scarto tra l'immagine autorevole che Ormund vuole dare e tutte le stranezze che nasconde dietro quella compostezza. Non è un dettaglio secondario. Un personaggio può avere una funzione precisa, ma quando chi lo interpreta gli dà una presenza così riconoscibile quella funzione comincia quasi a sembrare il punto di partenza, non quello di arrivo.

E House of the Dragon, ucciso Ormund dopo una stagione, ha ora bisogno di più personaggi che abbiano qualcosa da offrire anche quando non stanno semplicemente contribuendo alla guerra tra Verdi e Neri. È questo, in fondo, che rendeva così preziosi tutti gli "Oberyn": non erano soltanto pedine di una storia più grande, erano parte del motivo per cui quella storia sembrava così grande.

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La serie di Ryan Condal, dopo due stagioni passate quasi interamente dentro la stessa famiglia, sembra averlo capito. Ed è un paradosso promettente su cui far nascere la quarta stagione (che sarà l'ultima): proprio quando la Danza dei Draghi si avvicina alla fine, Westeros comincia finalmente a sembrare un mondo.

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