Salito sul palco della Piazza Grande per ritirare il Pardo d'onore alla carriera portava indosso una camicia/mappa del mondo - lui col suo passato da viaggiatore backpacker - universale come il suo cinema. Darren Aronofsky ha la battuta pronta e quando introduce Mother!, uno dei suoi film più divisivi, chiede "Quanti di voi lo hanno già visto?" per poi aggiungere "siete in tanti ad avere cattivo gusto".
Originario di Coney Island ("il primo luogo che gli immigrati vedevano quando arrivavano in nave perché siamo stati i primi ad avere la corrente elettrica"), a differenza di tanti colleghi Aronofsky non vanta un passato cinefilo. A indirizzarlo verso la regia sono stati un compagno di stanza al college amante dell'animazione e una provvidenziale indecisione.
"Quando ho iniziato l'università non sapevo cosa fare della mia vita" ricorda. "Pian piano mi sono indirizzato verso materie artistiche. Ero indeciso tra scultura e cinema, alla fine ha prevalso il cinema. Dopo la laurea sono stato ammesso all'American Film Institute di Los Angeles. Per me che vengo da New York è stato strano trasferirmi in California, ci ho messo un sacco di tempo ad ambientarmi".
Un esordio "geniale" a basso budget
Di origine modesta (i genitori erano entrambi insegnanti), Darren Aronofsky si è ingegnato per trovare i fondi per il suo film d'esordio. "I produttori hanno avuto l'idea di chiedere 100 dollari a tutti coloro che conoscevo" rivela. "Ho inventato Kickstarter prima di internet". Il risultato è il visionario Pi greco - Il teorema del delirio, pellicola lynchiana che racconta l'ossessione parossistica di un matematico per un numero. "Alla scuola di cinema ho imparato che se racconti una storia personale, e la racconti bene, troverà un pubblico. Questo mi ha dato il coraggio di fare qualcosa di diverso. Per la storia mi sono ispirato a un articolo di giornale su due matematici russi che stavano creando un super computer, ma anche a un corso del college su matematica e misticismo".
Il look straniante e il bianco e nero che caratterizzano il film sono una diretta conseguenza del budget risicato. "Sembra geniale, in realtà ero solo povero" scherza Aronofsky. "Le riprese sono durate tre settimane. Guardando i giornalieri ero convinto che sarebbe stato un disastro, ma alla fine ha avuto abbastanza successo da lanciare la mia carriera. E' stato selezionato al Sundance, credevo per la sezione Midnight, ma poi mi hanno chiamato per dirmi che l'avrebbero messo in concorso".
Amore e altre dipendenze
Nel 2000 per Darren Aronofsky arriva l'exploit con Requiem for a Dream, adattamento del romanzo di Hubert Selby Jr. "Lo avevo scoperto al college" rivela il regista, ricordando quando, lui semplice studente, prese il coraggio a due mani contattando Selby. "Viveva a Los Angeles ed era diverso da come me lo immaginavo, magrissimo, gentile, mi ha dato un poema che aveva prodotto. Si dice 'Non incontrare mai i tuoi eroi perché ti deluderanno', ma con lui è stato diverso. E' stata una bella collaborazione, non abbiamo scritto insieme il film, ma mi ha mandato lo script che aveva trovato nella casa della madre morta".
Parabola nerissima sulle dipendenze, Requiem for a dream ha consolidato il sodalizio tra Aronosky e il musicista inglese Clint Mansell. "Gli ho chiesto un brano, poi un altro e un altro ancora. Alla fine ha fatto l'intera score" rivela il regista. "Avevo paura che volesse lasciare, ma lui mi ha dato una cassetta che conteneva il tema". Sempre Mansell ha accompagnato Darren Aronofsky nell'impresa successiva, The Fountain, film dalla ricezione controversa. "L'ho concepito quando avevo trent'anni, nel momento in cui realizzi che morirai come tutti gli altri. Contiene una riflessione filosofica sull'amore e sulla malattia, è una specie di puzzle. Pensavo che il pubblico si sarebbe divertito a comporre il puzzle, ma mi sbagliavo. Fox non era il giusto partner, è stato un disastro, ma le persone mi fermano ancora per strada e mi dicono che il film le ha influenzate profondamente".
"Mickey Rourke? Un duro dal cuore d'oro"
La critica non ha sempre amato i film di Darren Aronofsky, ma The Wrestler ha messo d'accordo tutti, vincendo il Leone d'oro a Venezia nel 2008. Un cambio di passo per il cineasta che abbandona le sue esplorazioni visionarie per un film tutto muscoli, sangue e sudore "che nessuno voleva fare". Come spiega Aronofsky, la ricetta del successo sta nel "saper scegliere l'attore giusto al momento giusto della carriera, specie se devi fare qualcosa di complicato. Nicolas Cage mi avrebbe fatto avere subito i finanziamenti, ma Mickey era legato al personaggio. Mi ha visto come una medicina dal sapore cattivo, ma sapeva che gli avrebbe fatto bene. La nostra collaborazione è stata fantastica, è un duro, ma dal cuore d'oro, lo si vede dall'amore per i suoi cani e dall'approccio alla vita".
Lo stesso è stato per Brendan Fraser, protagonista di The Whale, altra storia sconvolgente di un uomo obeso rinchiuso da anni nel suo appartamento che riallaccia la relazione con la figlia adolescente. "Sapevo che una star avrebbe distratto il pubblico dal trucco del personaggio" spiega. "Brendan è una star, ma il pubblico non lo vedeva da un po' di tempo quindi pensavo che le persone avrebbero accettato l'illusione". E parlando di attori 'difficili' non manca un accenno alla star indiscussa del suo ultimo lavoro, la vorticosa action comedy Caught Stealing. "Tonic, il gatto del film è una vera stella di Hollywood. E' un professionista incredibile, poteva stare seduto per due ore sul divano senza muoversi, era pazzesco. Ma non amava essere toccato, quindi mani a posto sul set".
I cinecomic: un'occasione mancata
A più riprese il nome di Darren Aronofsky è stato associato a popolari cinecomic. Batman, Wolverine, Watchmen sono stati alcuni dei progetti per cui il regista è stato preso in considerazione per finire ogni volta in un nulla di fatto. "Non sono mai stato un fan dei fumetti" ammette lui. "Conoscevo Moebius, Manara e altri autori più raffinati per via di un amico. Più tardi ho scoperto Frank Miller e Alan Moore. Mi sarebbe piaciuto lavorare a Batman perché amavo Il ritorno del cavaliere oscuro, Frank Miller era contento. Dopo la prima bozza di script non mi hanno chiamato e mi sono messo a lavorare a The Fountain. Mi interesserebbe fare un film di quel tipo prima o poi per via dell'influsso sulle persone".
Per fortuna, anche senza cinecomic Aronofsky è riuscito a raccontare le storie che gli stavano a cuore variando sempre forma. "Non è una scelta consapevole, ogni volta adatto lo stile alla storia che voglio raccontare. Ogni film è un compromesso tra risorse e tempo, devi cercare di fare il massimo, ma a un certo punto devi accettare che il film ha una vita propria, che non è più tuo. Il trucco è 'Lavora nel miglior modo possibile e poi lascialo andare nel mondo'".