Clayface, la recensione: il primo horror del DCU convince e spaventa

Clayface, il film DC diretto da James Watkins e scritto da Mike Flanagan, abbandona i cliché dei cinecomic per abbracciare un body horror disturbante.

Un'immagine di Clayface

Quello che ci piace del cinema di genere è la sua capacità di parlare del nostro mondo in maniera indiretta, ma efficace. Non è scontato, è dote dei grandi autori riuscire a farlo in modo compiuto, ma uno di quelli che ha dimostrato di saperlo fare, anche di recente con Carrie, è Mike Flanagan. Vedere quindi la sua firma allo script di Clayface non poteva che farci sapere, perché ci aspettavamo che riuscisse a dare al personaggio un taglio particolare, interessante. E anche se alla regia c'è James Watkins e la sceneggiatura è stata rivista da Hossein Amini, abbiamo trovato conferma in queste sensazioni, perché alcune caratteristiche del Flanagan che apprezziamo siamo riusciti a riscontrarle anche nel film DC che arriva al cinema dal 22 ottobre.

Chi è Clayface

Clayface Batman
Clayface nella versione a fumetti

Cominciamo però dalle basi, con qualche cenno su chi sia il Clayface del mondo a fumetti DC: si tratta di un personaggio che ha avuto diverse incarnazioni a cominciare dal 1940, prima col nome di Basil Karlo, poi Matt Hagen, poi ancora Preston Payne e così via fino a un settimo apparso nel 2003 col nome di Johnny Williams. Hanno tutti una cosa in comune: si tratta sempre di un supercriminale avversario di Batman, dotato usualmente di un corpo in argilla e la capacità di cambiare forma a proprio piacimento. Potere che, ovviamente, usa per commettere crimini e tenere in scacco la città di Gotham City ogni volta che viene rilasciato o evade dall'Arkham Asylym. È un personaggio suggestivo, come si intuisce dall'ispirazione visiva per la sua prima incarnazione, quando Bob Kane lo tratteggiò ispirandosi a Lon Chaney ne Il fantasma dell'Opera.

Dal fumetto allo schermo: la storia del nuovo film DCU

Il film, il terzo del nuovo corso DCU guidato da James Gunn, porta in scena il secondo Clayface, almeno in quanto al nome usato: Tom Rhys Harries interpreta infatti Matt Hagen, che è però un giovane attore e non un cacciatore di tesori come su carta. Il Matt del film è in un momento fortunato, con la carriera in ascesa e il mondo del cinema che sembra essere ai suoi piedi, fino a quando non succede qualcosa di drammatico per qualcuno che affida anche all'esteriorità le proprie opportunità professionali: fa un torto a un gangster locale che, per vendetta, gli sfigura il volto. Vari interventi chirurgici ricostruttivi non bastano a risolvere la situazione e Matt, che viene anche preso di mira per il suo comportamento, è impossibilitato a lavorare ancora.

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Il protagonista in un momento glamour della sua attività cinematografica

La situazione cambia quando scopre di una scienziata che sta lavorando a un metodo ricostruttivo sperimentale e si offre volontario per farsi somministrare il farmaco, subendo le conseguenze fisiche e psicologiche di una trasformazione che interviene sulle cellule del suo corpo trasformandole in argilla.

Personaggio e interprete, oltre la bellezza

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La dottoressa Corr interviene su Matt Hagen

Date le premesse, è fondamentale nell'economia del film il lavoro sul personaggio e Tom Rhys Harries fa un ottimo lavoro nel tratteggiare le sfumature psicologiche del suo Matt Hagen, un uomo di successo che si trova catapultato in un infortunio che lo trascina nella crisi più nera. Dalla bellezza all'essere sfigurato, dal successo alla povertà e l'impossibilità di lavorare, Harries rende credibile il crollo totale di Matt Hagen e la disperazione che lo spinge a compiere scelte folli per tornare a essere chi era. Lo accompagna in questo percorso drammatico l'ugualmente brava Naomi Ackie che interpreta la dottoressa Corr, costruendo con lui un complesso rapporto di interdipendenza e complicità, al centro di un parterre di personaggi secondari che vanno a completare il quadro di questo angolo di Gotham in cui la storia si muove, ma anche del contesto cinematografico che non rinuncia a criticare.

Più horror che cinecomic

Il risultato del lavoro di Watkins sul personaggio, anche grazie alla base solida dello script di Flanagan e Amini, è più un horror che il cinecomic che il materiale di partenza lascerebbe immaginare. E questo rende Clayface molto interessante, perché non si tira indietro sulla messa in scena della sua componente più disturbante: a livello superficiale e visivo, attinge all'immaginario più propriamente body horror, pur mitigandolo in una sua versione accessibile a un pubblico più mainstream, ma anche a livello psicologico ci sono sviluppi sottili che risultano disturbanti e lasciano riflettere e inquietano lo spettatore.

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Una scena disturbante di Clayface

Alcune sequenze in particolare sono particolarmente riuscite e portano a distogliere lo sguardo se si hanno determinate sensibilità. Un esempio su tutti? Difficilmente riuscirete a guardare a cuor leggero una sequenza in particolare se avete problemi con le scene che vanno a toccare gli occhi dei personaggi. Watkins si muove a suo agio tra effettistica mediamente ben concepita e realizzata, un sonoro che enfatizza con criterio, e una colonna sonora che accompagna con gusto, amplificando la messa in scena. Un film riuscito in cui il regista conferma quanto di buono fatto con Speak No Evil, divertendosi a sfruttare le capacità di Clayface in modo creativo quanto disturbante. E il primo horror DC è servito con brutale gusto, per di più senza che necessiti di altri film visti in precedenza!

Conclusioni

Nel panorama contemporaneo dei cinecomic, spesso imbrigliati in obblighi di continuity e formule seriali standardizzate, Clayface rappresenta una deviazione stimolante e coraggiosa. Il film non sfrutta la licenza DC come mera etichetta pop, ma come tela per esplorare l'ossessione per l'immagine, la disperazione della perdita e l'orrore della decomposizione fisica e morale. Pur scendendo a piccoli patti con il formato commerciale per non alienare la platea generalista, la pellicola di James Watkins non tradisce l'anima nerissima della sceneggiatura firmata da Mike Flanagan e Hossein Amini. Il risultato è un'opera tensiva, disturbante e sorprendentemente emotiva, capace di brillare di luce propria. Un tassello cinematografico che dimostra come il genere supereroistico abbia ancora molto da dire quando decide di contaminarsi senza paura con il body horror d'autore.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • L’interpretazione intensa e credibile di Tom Rhys Harries, affiancato da un’ottima Naomi Ackie.
  • L'ibridazione riuscita tra dramma psicologico e body horror viscerale, in cui l'impronta di Mike Flanagan è evidente.
  • Totale autonomia narrativa: funziona come film a sé stante senza richiedere enciclopediche visioni pregresse del DCU.
  • Regia di James Watkins solida nel creare tensione, valorizzata da un comparto sonoro ed effettistico incisivo.

Cosa non va

  • Il compromesso tra cinema mainstream e orrore grafico smussa qualche spigolo che i puristi del genere avrebbero gradito più radicale.
  • I personaggi secondari del sottobosco criminale restano abbozzati rispetto alla densità psicologica del protagonista.
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