Black Mirror

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Black Mirror 4, una stagione tra scenari spaziali, horror e paradossi tecnologici secondo Charlie Brooker

Netflix annuncia che i nuovi episodi della serie britannica saranno disponibili in streaming dal prossimo 29 dicembre. Noi abbiamo incontrato a Londra il vulcanico creatore dello show e la produttrice Annabel Jones, impegnati nella promozione del nuovo ciclo di episodi di una serie antologica già di culto.

Continua su Netflix la variegata, affascinante e inquietante saga di Black Mirror, scaturita dal genio sardonico e visionario di Charlie Brooker: sei nuovi episodi che, come annunciato ufficialmente oggi, saranno disponibili per gli aficionados del colosso dello streaming dal 29 dicembre.
Nel frattempo, noi siamo volati a Londra per fare una chiacchierata con lo showrunner e la sua collaboratrice storica, la produttrice Annabel Jones, che ci hanno raccontato qualcosa dei nuovi episodi, svelandoci anche qualche dettaglio sulle loro fonti di ispirazione su cosa costituisce lo spirito (nero) di Black Mirror. Se volete prepararvi a finire l'anno con una nuova, agghiacciante visione del futuro prossimo, procedete pure, gli spoiler sono contenuti e inoffensivi.

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Ricerca e continuità

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Continuate a cercare nuove strade da esplorare, ma avete mai pensato di riprendere un'idea già utilizzata in una nuova veste?

Charlie Brooker: Sì, certo, capita che lo facciamo, e in particolare in questa quarta stagione c'è un episodio intitolato Black Museum in cui facciamo qualcosa di simile a quanto abbiamo fatto con Bianco Natale, che aveva di fatto tre storie in una. Anche Black Museum ha tre storie che si intrecciano. E poi ci sono anche alcuni riferimenti a cose che abbiamo fatto in altri episodi, dovete vederlo per capire cosa sto dicendo, ma ci guardiamo indietro per esplorare aspetti che abbiamo già toccato in precedenza con un approccio un po' diverso. Quell'episodio è un po' debitore alla narrativa di Stephen King, è un po' pop corn horror in stile anni '70. Di sicuro è stato un'occasione per rivisitare qualcosa che abbiamo fatto in episodi precedenti.

Arkangel, senza spoilerare, sembra avere una forte relazione con Ricordi pericolosi.

Charlie Brooker: Sì, certamente, è lo stesso concetto. Anche con Bianco Natale ci eravamo tornati. In USS Callister invece noterete una certa tecnologia che avevamo creato per un altro episodio e che è riproposta in maniera identica, e non è un caso, era già fatta e sarebbe stato insensato cercare di fare qualcosa di diverso che avesse la stessa funzione. Ci siamo detti: "Che facciamo, cerchiamo di farla apparire diversa? Ma perché, e se poi ci viene peggiore?"

Annabel Jones: Io però credo che nel caso di Arkangel l'approccio sia diverso, è più un episodio sull'accesso e il controllo della vita di un'altra persona che sulla memoria o sulla coscienza.

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Un mondo che cambia e resta uguale

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Che ruolo ha il ritmo incredibile con cui la tecnologia progredisce nella vostra ispirazione?

Annabel Jones: La tecnologia si evolve di continuo. Non abbiamo mai cercato di "predire" qualcosa, più che altro le idee arrivano dall'osservazione, dal chiederci quali risvolti paradossali potrebbe generare una certa innovazione tecnologica in dieci anni, e magari farne un'esagerazione sarcastica. In questo modo ci troviamo a esplorare uno scenario che ha delle potenzialità e a quel punto cerchiamo di creare al suo interno la storia più coinvolgente e interessante possibile.

Charlie Brooker: Certamente il progresso tecnologico ha un impatto sul nostro modo da raccontare, pensate a come è diventata familiare nella vita quotidiana negli ultimi anni la realtà aumentata, come un filtro Snapchat che ti trasforma in un adorabile paperotto e cose del genere. Cinque anni fa sarebbe stata una cosa bizzarra, oggi è normale. E così abbiamo un pubblico a cui non è più necessario spiegare le cose più di tanto: possiamo spingere sull'acceleratore, ti metti quella cosa in testa, ed ecco cosa succede. Non serve spiegare come funziona, e questo aiuta.

Secondo voi siamo più coscienziosi oggi sull'uso della tecnologia rispetto a cinque anni fa?

Charlie Brooker: In un certo senso sì, siamo tutti più coscienti delle possibili conseguenze e ramificazioni dell'uso della tecnologia rispetto a quando abbiamo mossi i primi passi con lo show. L'altro giorno Twitter ha annunciato l'ampliamento del numero di caratteri per i tweet a 280, e la reazione più diffusa è stata "Oh, c****, era proprio necessario?". Mi viene da pensare anche al modo in cui abbiamo accolto il nuovo iPhone che ti riconosce dalla faccia. Non ci meravigliamo più e siamo più critici di quello che ci viene proposto. Forse stiamo diventando più scettici come specie.

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L'eco di Black Mirror

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In Cina nel 2020 verrà lanciato un nuovo sistema di credito sociale basato sulla valutazione dei cittadini, un "citizen score". Ne parlavamo con degli amici e tutti hanno pensato a un certo episodio di Black Mirror...

Charlie Brooker: Nosedive, certo. L'idea per Nosedive ci è venuta guardando a servizi come TripAdvisor, ci avevamo pensato molti anni fa, un TripAdvisor per la gente. Ne è venuta fuori una riflessione su qualcosa che sarebbe inevitabilmente accaduto. Agghiacciante. Detto questo, i cinesi ci devono dei soldi. Davvero, non credo che gli abbiamo dato noi l'ispirazione, ma in un caso simile non so davvero se sarei più lusingato o terrorizzato.

Annabel Jones: L'altro giorno leggevamo di una casa di cura per anziani in Inghilterra in cui si cerca di offrire una terapia antidepressiva ispirata a quello che abbiamo mostrato in San Junipero. Ecco, questa è stata una scoperta piacevole e ci ha fatto capire che abbiamo toccato qualcosa di autentico.

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Anomalie e differenze

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Al momento Black Mirror è uno dei prodotti di punta di Netflix, ma in un certo senso come serie per lo streaming è anomalo, perché i cambi di passo, tono, ambientazione tra i vari episodi lo rendono non particolarmente adatto al binge-watching.

Annabel Jones: Sì, ma secondo me sta allo spettatore decidere come fruire dello show, ognuno ha i suoi tempi e le sue preferenze.

Charlie Brooker: Forse una delle caratteristiche di questa quarta stagione è che abbiamo volutamente amplificato le differenze tra un episidio e l'altro. Arkangel è un dramma sul rapporto tra madre e figlia, USS Callister è una space opera, Crocodile è un cupissimo techno-noir paranoico, Hang the DJ è una specie di rom-com, Metalhead è un brutale survival horror e poi c'è l'horror kinghiano da racconto intorno al falò di Black Museum. Se fosse un album musicale, la stagione sarebbe una compilation di artisti e generi diversi.

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Vi sieste sentiti condizionati dall'accoglienza ricevuta dalla precedente stagione, in particolare dal pluripremiato San Junipero?

Charlie Brooker: Non direi, perché quando è stata resa disponibile la terza stagione eravamo al lavoro sulla quarta già da un po'. Sicuramente si è esposti alla tentazione di pensare "questa cosa è piaciuta molto, facciamo qualcosa di simile." La reazione giusta è "no, non posso farlo". Vogliamo che Black Mirror rimanga imprevedibile.

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Nella varietà della vostra offerta narrativa, c'è un messaggio al cuore di Black Mirror?

Charlie Brooker: Non credo, anzi sono molto sospettoso delle opere in cui percepisci chiaramente che ti stanno dando un insegnamento, ecco, questo è il messaggio! Capito? Ve lo siete annotato? No, spero di cascarci il meno possibile. Noi cerchiamo di avere un atteggiamento scevro dal giudizio - certo, in alcuni episodi ci sono uno o più personaggi davvero cattivi, ma per lo più mostriamo persone normali alle prese con dilemmi terrificanti, e siamo focalizzati sulla storia. Da lì il pubblico prende ciò che vuole.

Annabel Jones: Anche perché in realtà chi conosce la risposta giusta? Arkangel ad esempio non vuole essere un episodio che mette in guardia su come fare i genitori, è qualcosa di ben più complesso e ambiguo, l'esplorazione di un certo tema.

Charlie Brooker: Il più delle volte non c'è nessun messaggio, nemmeno inconscio. C'è uno scenario da incubo, traete voi le vostre conclusioni.

A proposito di Arkangel, come è arrivata alla regia Jodie Foster?

Annabel Jones: Jodie ha diretto alcuni episodi di Orange Is the New Black per Netflix, ma è molto selettiva nelle sue scelte come regista. I dirigenti di Netflix, leggendo lo script di Arkangel, hanno pensato che potesse piacerle ed è stato così. Abbiamo fatto una lunga conversazione su Skype e lei aveva un sacco di idee, una gran voglia di metterci del suo; in più è una ex attrice bambina, era sicuramente una scelta perfetta per lavorare con attori molto giovani. Era perfetta per ogni aspetto, siamo stati molto fortunati ad averla con noi.

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