Il segnale luminoso è tornato a brillare nei cieli di Gotham. Il Batman diretto da Tim Burton nel 1989, la pellicola che ha riscritto per sempre le regole dei film sui supereroi, torna in sala per un evento speciale di tre giorni dal 14 al 16 settembre, a ridosso delle celebrazioni del Batman Day previste per il 19.
Un'occasione imperdibile non solo per rivivere su grande schermo lo scontro epico tra il Cavaliere Oscuro di Michael Keaton e il leggendario Joker di Jack Nicholson, ma soprattutto per riscoprire un'opera che ha fatto da spartiacque tra un prima e un dopo nel panorama dei cinecomic.
Un film che, all'epoca della sua uscita, fu un trionfo al botteghino e scatenò una vera e propria "Batmania", con il logo dell'Uomo Pipistrello stampato su ogni sorta di materiale propozionale e la musica di Prince a trascinare la comunicazione, ma fu profondamente incompreso da parte della critica e del fandom dell'eroe DC.
Il 1989 e il cambio di paradigma: dal camp al gotico
Per capire la portata rivoluzionaria del Batman di Burton, bisogna però fare un passo indietro e contestualizzare l'immaginario del 1989. Prima di questa pellicola, per il grande pubblico l'Uomo Pipistrello era indissolubilmente legato alla serie tv degli anni '60 con Adam West, tra tutine in spandex, un accenno di pancetta, onomatopee colorate e toni da commedia camp. Al netto di altri tentativi precedenti di adattamento, quello era Batman, quello era il fumetto portato su schermo.
Tim Burton azzerò tutto questo, attingendo alle atmosfere di un'opera a fumetti come The Killing Joke di Alan Moore e al nascente filone decostruzionista della DC Comics, vicini alla sua estetica e al suo immaginario visivo. Il regista portò al cinema una Gotham City espressionista, claustrofobica e industriale, non a caso premiata con l'Oscar alla scenografia per il lavoro di Anton Furst.
Non era un film per giovanissimi, ma un noir gotico in cui la città stessa rifletteva la psiche frammentata e traumatizzata del suo protagonista. Un approccio autoriale al materiale a fumetti che, fino a quel momento, era considerato impensabile da Hollywood.
Michael Keaton e le lettere di protesta: un Bruce Wayne incompreso
Oggi, a quasi quarant'anni dall'uscita, il casting di Michael Keaton è considerato uno dei più azzeccati della storia dei cinecomic, amatissimo da tanti nonostante altri grandi Bruce Wayne arrivati dopo, da Christian Bale al recente Robert Pattinson. Ma nel 1988 generò quella che possiamo definire la prima ondata di "flame" tossico pre-internet.
La Warner Bros ricevette oltre 50.000 lettere di protesta dai fan infuriati. Perché? Keaton era noto per pellicole comiche come Beetlejuice, al servizio dello stesso Tim Burton, e fisicamente non aveva nulla a che spartire con i muscoli di Christopher Reeve, il Superman cinematografico per eccellenza che all'epoca rappresentava la resa più credibile di un eroe su grande schermo.
Quella di Tim Burton, tuttavia, fu un'intuizione geniale, all'epoca non compresa appieno dai detrattori, ovvero quella di concentrarsi sull'uomo oltre che sull'eroe: il vero potere di Batman non risiede nei muscoli, ma nella sua follia. Keaton portò in scena un Bruce Wayne introverso, nevrotico, il cui sguardo celava un tormento interiore feroce. Indossare l'armatura di gomma, un'altra delle innovazioni del film, non era un vezzo eroico, ma una necessità psicologica per canalizzare i propri demoni. L'altra faccia della medaglia rispetto al suo antagonista Joker.
L'ombra del Joker e la reazione della critica
Se il pubblico affollò le sale trainato da una campagna di marketing senza precedenti scatenando la già citata Batmania, la critica dell'epoca storse il naso. Autorevoli recensori accusarono Tim Burton di aver privilegiato l'estetica a discapito della narrazione, definendo il film freddo e disomogeneo. E molte critiche si concentrarono sullo squilibrio generato dal Joker di Jack Nicholson.
Con una performance da grande mattatore qual è, e ovviamente un contratto che gli garantiva una percentuale sugli incassi e il primo nome in cartellone, il Joker di Nicholson sembrò rubare la scena all'eroe. Uno spostamento di equilibrio verso l'antagonista che era voluto da Burton: in una città impazzita, è il villain iper-colorato ad essere al centro dell'attenzione, mentre l'eroe preferisce muoversi, letteralmente e metaforicamente, nell'ombra.
L'eredità: perché senza Burton non esisterebbe il Cavaliere Oscuro
Rivisto oggi, la sua importanza nell'aprire la strada verso il cinecomic moderno è evidente. All'epoca ha fatto capire agli studios che i film sui supereroi potevano essere oscuri, complessi, ad alto budget e, soprattutto, affidati alla visione di un vero "autore" cinematografico. Ed è vero che la risposta meno convinta al successivo Batman - Il ritorno ha portato a una sorta di battuta d'arresto e fatto deviare verso i due colorati capitoli diretti da Schumacher, ma il seme era ormai piantato e ha permesso ad altri autori successivamente, come Sam Raimi per il suo Spider-Man, di riprendere il discorso e imporre la propria visione.
Senza l'impianto sonoro creato dall'epica colonna sonora di Danny Elfman e le canzoni di Prince, senza grandi interpreti come Nicholson a sporcarsi le mani con una storia che nasceva a fumetti, senza l'oscurità sdoganata da Burton, non avremmo mai avuto la trilogia de Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan e, con molta probabilità, l'intero Marvel Cinematic Universe avrebbe avuto fatto molta più fatica a nascere e crescere quanto ha fatto o avrebbe avuto uno sviluppo molto diverso. Tornare al cinema a vederlo oggi significa non solo godersi un grande classico, ma guardare uno dei primi passi compiuti sulla strada che ha portato ai cinecomic dei nostri giorni.