Digger, recensione: Tom Cruise in un film folle, imperfetto, incasinato… ma affascinante

Un ottimo Tom Cruise si mette al servizio di Alejandro G. Iñárritu in Digger. Una satira, o meglio una farsa, che attacca i mali della nostra società e gioca con lo spettacolo e il cinema.

Un'immagine di Digger

Le prime reazioni a Digger circolano da qualche giorno e ci parlano di un film che ha diviso. Non potrebbe essere altrimenti, lo capiamo, perché noi stessi siamo lì in equilibrio sul filo delle nostre sensazioni sin da quando l'abbiamo visto in anteprima, tra alti e bassi, pregi e difetti da soppesare per arrivare a quel numerino che tanto attendete e che troverete a fondo pagina. Ma questo è uno di quei casi in cui il numero non può bastare, perché il giudizio è complesso e figlio di sensazioni sfuggenti che stiamo facendo fatica a dominare.

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Rockwell Digger con il suo amato gatto

Perché il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu vola sulle ali dell'ambizione e osa con coraggio e incoscienza, non limitandosi ad affidarsi all'ottimo Tom Cruise, ma costruendo attorno a lui una satira forte, quasi una farsa, che attacca molti dei mali del nostro mondo dall'alto di una impalcatura narrativa altrettanto complessa e rocambolesca. In casi del genere, molto dipende dalla disponibilità o meno dello spettatore stesso di lasciarsi andare alle suggestioni dell'autore, di abbracciare il progetto, i suoi intenti e il modo in cui scegli di portarli avanti. Una disponibilità che noi stessi abbiamo stentato a quantificare, prima di renderci conto di un aspetto in particolare che ci ha permesso di far pendere l'ago della bilancia da una parte piuttosto che l'altra: per le due ore e passa di proiezione, siamo stati letteralmente ipnotizzati. E qualcosa vorrà dire.

Chi è Digger?

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Tom Cruise con Riz Ahmed in una scena del film

Il protagonista del nuovo film di Alejandro G. Iñárritu è, appunto, Digger Rockwell, magnate del petrolio che è causa, attraverso l'opera della sua azienda, di un disastro ambientale. Digger, che si può tradurre proprio come qualcuno che scava, che trivella, e che quindi danneggia il pianeta per i propri interessi economici. Qualcuno che è causa del disastro, ma anche possibile soluzione? Perché viene incaricato dal Presidente degli Stati Uniti di salvare il nostro pianeta dalla condizione in cui si trova. Ci limitiamo a questo, perché qualunque dettaglio in più sull'intreccio rischierebbe di rovinare la sorpresa per lo spettatore, ma quel che possiamo aggiungere è che storia, struttura narrativa e approccio generale sono strettamente collegati, che il modo in cui il film è costruito è legato a quello che intende raccontarci.

Un grandissimo Tom Cruise al centro del racconto

Messa in scena e scrittura si fondono e sovrappongono, si influenzano a vicenda, si completano. L'una non potrebbe esistere senza l'altra. Non in questo modo. E tutto converge sulla figura del protagonista, su un Tom Cruise fondamentale perno attorno a cui tutto ruota. E l'attore risponde di conseguenza, mettendosi al servizio dell'opera e del suo regista, ma allo stesso tempo catalizzando su di sé l'attenzione e la sfida che Digger rappresenta, attingendo a sfumature differenti passando dall'essere sopra le righe ed enfatico a vulnerabile e umano, lasciandosi trasformare e invecchiare dal pesante trucco prostetico, interagendo con efficacia con un cast di interpreti di valore.

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Tom Cruise domina la scena in Digger

Se Tom Cruise è il centro di Digger, con le sue evoluzioni anche fisiche e i dialoghi lunghi e articolati (compreso un complesso e travolgente monologo di una decina di minuti), attorno a lui gravitano volti noti di altrettanto valore e spessore, da Riz Ahmed a John Goodman, Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg e il solito bravissimo Jesse Plemons, capace di farsi notare anche nel poco spazio a disposizione. Interpreti abili a reagire a Rockwell Digger, ad accompagnarlo nella complessità delle sue scene, completando il discorso che l'autore fa su un personaggio così stratificato e su quello che rappresenta.

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L'ambizione sfrenata di Alejandro G. Iñárritu

Iñárritu parla dei mali del mondo, punta l'indice e non si tira mai indietro. E lo fa attraverso il suo Digger e il contesto che gli gravita attorno, sfruttando un'impostazione di stampo teatrale, ma allargando il raggio d'azione narrativo anche oltre essa. Scenografia e fotografia ne assecondano e amplificano il lavoro, con l'immagine impreziosita dall'incredibile lavoro di un maestro da Oscar come Emmanuel Lubezki. Il tutto è spinto da una forsennata ambizione, ma sostenuto dall'incredibile maestria dell'autore, che fa sì che un film così folle e incasinato si tenga in perfetto ma sottilissimo equilibrio.

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Uno degli splendidi set del film di Alejandro G. Iñárritu

Un equilibrio che però non è e non può essere oggettivo, perché tali sono le caratteristiche di Digger da far sì che la soggettività dello sguardo influisca sul giudizio: come detto, bisogna accettare l'operazione, l'ambizione e la spinta autoriale di Alejandro G. Iñárritu, lasciarsi andare alle evoluzioni su questo filo sottile e instabile. Affidarsi, ammirare la tecnica e il valore artistico, indignarsi persino per quello che condanna e con cui non possiamo non essere d'accordo. Ipnotizzati e conquistati una volta arrivati al termine di questo incredibile viaggio.

Conclusioni

Digger è un'opera smisurata, imperfetta e volutamente caotica, ma proprio per questo dotata di una carica magnetica da cui è difficile sottrarsi. Alejandro G. Iñárritu firma una farsa satirica che punta l'indice contro i cortocircuiti del mondo contemporaneo, appoggiandosi all'imponente e generosa prova d'attore di un Tom Cruise mai così fuori dagli schemi tradizionali. Non è un film semplice né accomodante: richiede allo spettatore la disponibilità ad accettare l'eccesso, la ridondanza e una struttura narrativa sopra le righe. Chi accetterà la sfida si ritroverà immerso in oltre due ore di grande cinema d'autore, sorretto da una perizia tecnica straordinaria e da un cast secondario di altissimo profilo. Un'esperienza imperfetta, sì, ma imperdibile.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
4.0/5

Perché ci piace

  • Tom Cruise offre una prova totale, fisica e sfaccettata, arricchita da un monologo di dieci minuti da applausi.
  • La regia di Iñárritu e la fotografia di Emmanuel Lubezki regalano un impatto visivo ed estetico di prim'ordine.
  • Una satira sociale feroce che non cerca il consenso facile, ma ipnotizza e stimola il dibattito.
  • Riz Ahmed, Sandra Hüller, John Goodman e Jesse Plemons arricchiscono ogni singola scena.

Cosa non va

  • La sovrabbondanza di temi e l'impostazione teatrale possono risultare indigeste o faticose.
  • Richiede una forte predisposizione da parte dello spettatore a lasciarsi trasportare.
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