Le indiscrezioni su un possibile ingresso di Henry Cavill nello spin-off A Knight of the Seven Kingdoms vengono smentite da uno dei protagonisti. Un equivoco nato al Comic Con che riaccende il dibattito tra fan e chiarisce i confini narrativi della serie HBO.
Un malinteso virale sul set di A Knight of the Seven Kingdoms
Il fine settimana del New York Comic Con ha regalato agli appassionati di Westeros un piccolo terremoto social. Durante un'intervista con Peter Claffey, interprete di Ser Duncan l'Alto, e Dexter Sol Ansell, che presta il volto a Egg, un passaggio apparentemente innocuo ha fatto scattare l'allarme. Mentre si parlava delle affinità tra il personaggio di Claffey e figure iconiche del fantasy televisivo, Ansell ha iniziato una frase fatale: "Possiamo dire che Henry Cavill...". A quel punto, Claffey lo ha interrotto di scatto, visibilmente allarmato: "No, no, no. Dio, non dire questa cosa. Scusa, non l'avete sentito".
Abbastanza per mandare in fibrillazione il pubblico online. Il parallelismo tra l'imponente Ser Duncan e il Geralt di Rivia interpretato da Henry Cavill in The Witcher ha fatto il resto, alimentando l'idea di un clamoroso crossover simbolico tra mondi fantasy. Tuttavia, l'attore ha spento l'incendio poco dopo, intervenendo direttamente su Instagram per chiarire l'equivoco: "Giusto per chiarire, ciò a cui Dex si riferiva nell'intervista non aveva nulla a che fare con Henry Cavill che entra nello show o nell'universo di GOT (magari!). Un completo fraintendimento".
Una precisazione netta, che non lascia spazio a interpretazioni creative. Claffey ammette apertamente che gli piacerebbe vedere Cavill nel progetto, ma sottolinea come, al momento, non ci siano piani né trattative. Un esempio da manuale di come una clip decontestualizzata possa diventare benzina per il motore dei rumor, soprattutto quando in gioco ci sono nomi amatissimi dal pubblico.
Dentro A Knight of the Seven Kingdoms: il mondo di Dunk ed Egg
Al di là delle voci, A Knight of the Seven Kingdoms prosegue il suo percorso con un'identità ben definita. La serie, basata sui racconti Tales of Dunk and Egg di George R.R. Martin, è ambientata novant'anni prima degli eventi di Game of Thrones e segue le avventure di Ser Duncan, cavaliere errante dal cuore grande, e del giovane Egg, che cela un segreto destinato a cambiare il suo destino.
Il racconto si muove lontano dai giochi di potere più estremi visti nella serie madre, privilegiando un tono più intimo, fatto di strade polverose, tornei improvvisati e incontri che definiscono il carattere dei protagonisti. In questo senso, l'assenza di guest star iper-iconiche come Cavill non appare come una mancanza, ma come una scelta coerente. La forza dello spin-off sta proprio nel lasciare spazio a volti nuovi e a una narrazione più raccolta, che costruisce il mito passo dopo passo.
Accanto a Claffey e Ansell, il cast corale contribuisce a dare profondità al viaggio: da Daniel Ings nei panni di Ser Lyonel Baratheon a Tanzyn Crawford come Tanselle, passando per Danny Webb nel ruolo di Ser Arlan di Pennytree. Una galleria di personaggi che arricchisce Westeros senza bisogno di strizzate d'occhio eccessive.
In definitiva, il "caso Cavill" racconta più il funzionamento del fandom contemporaneo che una reale strategia produttiva. In un universo narrativo così amato, ogni parola pesa come una spada di Valyria. Ma A Knight of the Seven Kingdoms sembra determinato a camminare con le proprie gambe, affidandosi al fascino delle storie ben raccontate piuttosto che ai colpi di scena da casting. E forse, per una volta, è proprio questa la scelta più saggia.