Fullmetal Alchemist, dopo vent'anni arriva la conferma: "Abbiamo seguito le direttive dell'autrice"

Per anni si è parlato di una Hiromu Arakawa furiosa per l'anime del 2003 di Fullmetal Alchemist. Oggi uno degli sceneggiatori rompe il silenzio: tra paletti creativi, supervisione costante e un malinteso diventato leggenda, la verità è molto diversa.

Una scena di Full Metal Alchemist

Nel fandom di Fullmetal Alchemist esiste una convinzione dura a morire: l'anime del 2003 avrebbe tradito il manga al punto da far infuriare la sua autrice. Ma una recente presa di posizione di uno degli sceneggiatori ribalta la narrazione e rimette ordine in una storia spesso raccontata male.

Cosa accadde davvero dietro l'anime del 2003

Il dibattito è tornato a galla quando un utente di X, noto come Tane, ha riassunto una delle accuse più ricorrenti rivolte al primo anime di Fullmetal Alchemist: "Si dice spesso che abbia cambiato arbitrariamente l'opera originale e che questo abbia fatto infuriare Hiromu Arakawa". A rispondere, però, è arrivato Sho Aikawa, sceneggiatore di 30 dei 51 episodi della serie prodotta da Bones. E la sua versione è netta.

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Secondo Aikawa, l'idea di uno staff libero di stravolgere il manga senza consenso non corrisponde alla realtà. Al contrario, la produzione lavorava sotto una supervisione precisa e costante. Arakawa avrebbe fornito indicazioni chiare, i cosiddetti "NG" - no good, cioè elementi vietati - che delimitavano ciò che si poteva o non si poteva fare con personaggi e alchimia. "Due punti erano fondamentali: niente volare nel cielo con l'alchimia e niente protagonista in motocicletta", ha spiegato Aikawa, riferendosi chiaramente a Edward o Alphonse Elric.

Non solo: anche Square Enix, editore del manga, era presente a ogni riunione di sceneggiatura. "Il reparto editoriale e i rappresentanti di Square Enix partecipavano senza mancare mai, e in alcuni casi consultavano l'autrice sul momento", ha precisato lo sceneggiatore. Una dinamica che smonta l'idea di cambiamenti decisi in autonomia o, peggio, in contrasto con la volontà della creatrice. Le deviazioni narrative, per quanto evidenti, erano quindi frutto di un processo condiviso, non di una ribellione creativa.

Da dove nasce la "furia" di Arakawa e perché Brotherhood ha chiuso il cerchio

Se Arakawa non era contraria all'idea di un anime diverso dal manga, da dove nasce allora la leggenda della sua rabbia? Tane ha indicato una fonte precisa: un'intervista del 2004 pubblicata su Animedia. In quell'occasione, l'autrice aveva espresso un forte disagio per alcune scene dedicate a Rose Thomas, personaggio manipolato dal falso profeta Cornello e successivamente arrestato dalla polizia militare. Nel finale dell'anime, Rose appare con un neonato, suggerendo implicitamente una violenza sessuale.

Locandina di Full Metal Alchemist
La locandina di Full Metal Alchemist

"Si discostava dall'ambito di intrattenimento del manga per ragazzi a cui punto", spiegò Arakawa all'epoca. "Quella rappresentazione non avrebbe dovuto essere consentita". Un commento duro, sì, ma circoscritto a un preciso elemento tematico, non a un rifiuto totale dell'adattamento. Col tempo, però, quella critica è stata generalizzata fino a trasformarsi in una presunta ostilità verso l'intera serie.

La stessa Arakawa, nel quarto volume del fanbook ufficiale di Fullmetal Alchemist, chiarì di aver accettato le differenze e di aver addirittura chiesto allo staff di ideare "un finale unico, diverso dal manga". Un dettaglio spesso dimenticato, ma fondamentale per comprendere lo spirito del progetto del 2003: non un tradimento, bensì un percorso alternativo, nato mentre il manga era ancora in corso.

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Non è un caso che nel 2009 Bones abbia realizzato Fullmetal Alchemist: Brotherhood, versione più fedele all'opera originale e pensata anche per rispondere a chi desiderava una trasposizione rigorosa della storia di carta. Oggi entrambe le serie convivono, offrendo due letture diverse dello stesso universo.

La verità, come spesso accade, è meno esplosiva della leggenda. Arakawa non era furiosa: era coinvolta, attenta e, quando necessario, critica. E forse è proprio questo equilibrio tra controllo e libertà creativa ad aver reso Fullmetal Alchemist un caso ancora così discusso, a più di vent'anni di distanza.