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Uncle Frank, la recensione: Paul Bettany e la difficoltà di essere se stessi

La recensione di Uncle Frank, film con cui l'autore di True Blood, Alan Ball, torna a parlare del profondo sud degli Stati Uniti e della difficoltà di accettare chi siamo.

RECENSIONE di 25/11/2020
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Uncle Frank: una scena con Paul Bettany

Nello scrivere la recensione di Uncle Frank, non possiamo non guardare al vissuto di Alan Ball, regista, sceneggiatore e produttore del film. Nato ad Atlanta, in Georgia, nel sudest degli Stati Uniti, dopo gli studi si è trasferito a New York, dove si è fatto le ossa come drammaturgo, per poi spostarsi a Los Angeles per dedicarsi principalmente a cinema e serie tv.

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Uncle Frank: una sequenza con Sophia Lillis

Premiato nel 2000 con l'Oscar alla sceneggiatura per American Beauty di Sam Mendes, è forse in tv che Alan Ball ha dato il suo meglio: prima con Six Feet Under, poi con True Blood (entrambe prodotte da HBO). Dalla famiglia Fisher e la sua impresa di pompe funebri a quella multiforme di Sookie Stackhouse, l'autore continua a parlare di due temi che gli stanno molto a cuore: la morte e la necessità di accogliere tutto ciò che è diverso da noi. E riconoscerlo anche in noi stessi. Presentato al Sundance Film Festival 2020, Uncle Frank è disponibile dal 25 novembre su Amazon Prime Video e, come è facile intuire, è un film molto personale.

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Uncle Frank: una scena con Paul Bettany e Peter Macdissi

Proprio come Ball, il protagonista, lo zio Frank del titolo, è un intellettuale cresciuto in una piccola cittadina della Carolina del Sud, Creekville (se avete pensato a Dawson e al suo Creek non siete soli), con genitori conservatori e tutto un quartiere che, fin dai portici bianchi su cui bisogna sostare in un certo modo, gli ha sempre detto cosa sarebbe dovuto diventare. Esattamente come sua nipote, Beth, dimostrazione vivente che la genetica è un fatto: come lui è intelligente, curiosa, sensibile e per questo avrà una vita difficile. Essere una giovane donna piena di ambizioni intellettuali nell'America di inizio anni '70 non è proprio l'emblema dell'accettazione sociale. Per non parlare dell'omosessualità. O dell'essere omosessuale e immigrato. O dell'essere omosessuale, immigrato e di colore. Sì perché Beth adora suo zio Frank: è l'unico che la ascolta davvero, che alimenta la sua curiosità, che le fa scoprire cose nuove e le ha sempre detto di seguire le sue ambizioni, senza preoccuparsi di cosa pensino gli altri. È per questo che, forte di questi insegnamenti, invece di sposarsi e mettere su famiglia decide di trasferirsi a New York e iscriversi all'università, la stessa in cui insegna lo zio. E qui scopre la verità: Frank è gay e impegnato da anni con Wally, ricercatore indiano.

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Uncle Frank: Alan Ball torna nel profondo sud degli Stati Uniti

In True Blood il paesaggio dà immediatamente l'idea dell'ambiente in cui ci troviamo: il caldo che fa appiccicare i vestiti alla pelle, boschi di alberi maestosi che nascondono pozze d'acqua così come segreti indicibili, case bianche con i portici dove ci si siede a scrutare i vicini e giudicarli in silenzio. La protagonista Sookie Stackhouse vive nella fittizia città di Bon Temps, in Louisiana, ma potrebbe essere qualsiasi realtà urbana di quella zona. Vedendo Uncle Frank non si può fare a meno di pensare che Sookie e Beth avrebbero potuto essere vicine: a dividerle ci sono diverse generazioni, ma non l'ambiente in cui sono cresciute. Hanno anche in comune un'attrice, Lois Smith, che nella serie ha interpretato la splendida nonna Adele, mentre qui è la molto meno comprensiva zia Butch. La calma apparente di quei luoghi, il calore che rende più fluido il sangue e abbassa la pressione è sempre quello: cambiare mentalità con quella temperatura è difficile, è un processo lento. Proprio ciò che deve aver vissuto Alan Ball: deve essere uno shock per una giovane mente ricettiva spostarsi dall'immobilità delle paludi alla frenesia di New York. Per Beth e per suo zio Frank è lo stesso: cambiare luogo per cercare di trovare finalmente se stessi.

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Uncle Frank: una scena con Paul Bettany, Peter Macdissi

La ragazza scopre però una verità molto più sconvolgente: non è tanto il fatto che lo zio abbia portato a casa una donna, un'amica, che si è prestata alla recita, alle cene di famiglia quando invece convive con un uomo, ma che, come capisce presto, sia profondamente condizionato e schiacciato da ciò che è. Agli occhi comprensivi e aperti della ragazza è molto più grave che l'uomo non stia seguendo il consiglio che ha sempre dato a lei. Quando arriva la notizia della morte del nonno di Beth, e quindi del padre di Frank, i due si mettono in viaggio per andare al funerale. A loro, non senza proteste, si unisce anche Wally. Uncle Frank diventa quindi un road movie, in cui, ancora una volta, attraverso il paesaggio capiamo come cambia il pensare di chi vive in quei luoghi. E, come spesso succede nel cinema americano, il viaggio in macchina diventa una dimensione dello spirito, in cui le esistenze e le esperienze si fondono. Ascoltare insieme una canzone alla radio è un momento di intima connessione. E nel farlo Beth scopre che dentro lo zio, dentro quel guscio così attraente e splendente, c'è tanto dolore, c'è un buco nero incolmabile e a tratti anche cattivo, con se stesso e con gli altri. Vivere pensando di essere sbagliati non è facile. Per fortuna si può incontrare una persona come Wally, che rimette tutto in prospettiva.

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Un cast perfetto per un racconto intimo

A differenza di True Blood e delle trovate geniali di Six Feet Under (la scena finale di quella serie rimane una delle cose più incredibili mai viste in tv), in Uncle Frank Alan Ball non cerca di stupirci: non ci sono vampiri, licantropi o creature demoniache a metterci di fronte alle nostre paure. In questa sua seconda pellicola da regista, che viene dopo Niente velo per Jasira (2008), l'autore compie una catarsi: si sfoga liberandosi della sua infanzia, della sua adolescenza. Non è un caso che Wally, il compagno del protagonista, sia interpretato da Peter Macdissi, anche produttore e partner di Ball.

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Uncle Frank: una scena con Sophia Lillis

Paul Bettany, magnetico nel ruolo di Frank, diventa quindi un simbolo potente, il simbolo di quella vita da cui l'autore si è allontanato, ma a cui torna costantemente nelle sue opere. Queste grandi famiglie apparentemente così unite ma in realtà piene di rancori e prive di comprensione sembrano ossessionarlo: per fortuna ci sono le nonne, le mamme, le sorelle, che sembrano essere più comprensive, anche quando dicono la cosa sbagliata. E soprattutto ci sono le nuove generazioni: Beth, che ha il volto sempre più interessante di Sophia Lillis (la giovane Beverly Marsh di IT), è l'alter ego del regista. Hanno la stessa età e lo stesso sguardo aperto verso gli altri. È sui ragazzi come Beth che bisogna puntare: spingerli a seguire le loro emozioni, educarli a non reprimerle. Forse così anche chi come Frank si è portato dentro per anni vergogna e dolore può capire che non basta fuggire dalla sofferenza per tenerla a bada, ma aprirsi all'altro. Portare pesi insieme è molto più facile.

Conclusioni

Come scritto nella recensione di Uncle Frank, il film di Alan Ball è un viaggio catartico alla scoperta di se stessi: una giovane donna si trasferisce, a inizio anni '70, dal sul degli Stati Uniti a New York per frequentare la stessa università in cui insegna lo zio. Qui scopre che l'uomo è gay e si è allontanato dalla famiglia per un motivo preciso. Un road movie intimo e splendidamente interpretato.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

2.8/5

Perché ci piace

  • Alan Ball sa scrivere molto bene di sentimenti.
  • Paul Bettany, Sophia Lillis e Peter Macdissi sono uno splendido trio di protagonisti.
  • È molto interessante come i luoghi rispecchino il modo di pensare di chi li vive.

Cosa non va

  • Uncle Frank non è una storia originale, l’abbiamo vista più volte: per alcuni potrebbe essere un problema. Per chi decide di aprirsi alle emozioni dei protagonisti no.