The Walking Dead 8: nel covo di Negan, nella mente di Eugene

Ad una puntata dal finale di metà stagione, la serie dedica un episodio ad un personaggio secondario e strambo, che cela dentro di sé una serie debolezze e di contraddizioni messe alla prova dal bisogno di sopravvivenza.

The Walking Dead: degli erranti in una scena dell'episodio Time for After

È tempo di fare i conti. Con le aspettative, con i risultati, con quello che è stato, con quel che sarà. E di iniziare a tirare le somme. Con La cosa giusta (Time for After in originale), l'ottava stagione di The Walking Dead arriva ad un solo episodio dall'ormai puntuale mid-season finale, abituale giro di boa che divide a metà lo show AMC prima della sua ripresa nel febbraio dell'anno successivo. L'ovvia domanda è: come sta andando? Per provare a rispondere, seguiamo l'esempio di Eugene, che nel corso dell'episodio fa i conti con se stesso, scrivendo delle cose che sa e delle cose che ancora non conosce. Sappiamo per certo che l'avvio di stagione è stato brusco, sciatto, destabilizzante.

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I tre episodi iniziali, assordanti con le loro sparatorie infinite e alquanto assurdi con le loro situazioni forzate, ci hanno deluso non poco, facendoci sentire il fiato sul collo del più fetido e affamato degli erranti, pronto a fare razzia di pubblico e ascolti. Poi, con il quarto e il quinto episodio, le cose sono andate meglio (non che fosse difficile, va detto), ed è successo sempre quando The Walking Dead ha deciso di abbandonare la coralità e di dedicarsi all'animo di un suo personaggio (prima Ezekiel, poi Negan). Una scelta vincente, capace di far ritrovare allo show quella capacità di sporcarsi le mani con dubbi, pentimenti, dolori e traumi che l'ha resa tanto amata da molti. Bene, La cosa giusta, ligia al nome del suo titolo, decide di iscriversi nel club dei buoni e di puntare l'attenzione su uno dei personaggi più criptici e per questo interessanti della serie: quello strambo essere umano di nome Eugene, uomo perfettamente complementare al dittatoriale e ghignante Negan di cui è ormai seguace fidato.

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Il bacio del vile

Quando lo abbiamo conosciuto, sembrava un genio taciturno in grado di salvare il mondo, il custode di un segreto fondamentale per le sorti dell'umanità. Col tempo, invece, abbiamo conosciuto un bugiardo, un vile, un opportunista. Però, ridurre Eugene ad un agnello ancora miracolosamente in vita in mezzo ad un branco di lupi sarebbe un errore, un peccato di pigrizia. Il personaggio interpretato dal volto paffuto di Josh McDermitt è forse uno dei più criptici di The Walking Dead, perché stiamo parlando di un grande osservatore, di una persona che pesa ogni parola, di un uomo in grado di assorbire la realtà che lo circonda e di analizzarla con un punto di vista insolito e imprevedibile. Ecco, Eugene è forse la scheggia impazzita della serie, un personaggio contraddittorio: bonario in apparenza ma capace di tutto, innocuo alla vista eppure estremamente pericoloso. La cosa giusta si trasforma così in una specie di seduta psicoanalitica a lui dedicata, una seduta che lo mette davanti a tre personaggi molto diversi, a da cui emerge poco alla volta un'amara quanto inevitabile presa di coscienza. Se con padre Gabriel il nostro accetta la sua totale incapacità di aiutare il prossimo e di allontanarsi da un egoismo ormai inestricabile, dinanzi a Dwight Eugene svela il tradimento del "Giuda dei Salvatori" e si dimostra persino misericordioso e leale nei confronti della talpa di Rick pur di non creare altri danni all'interno del gruppo. Un gruppo che sembra diventato davvero la sua famiglia adottiva, una dimensione collettiva confortevole e sicura verso cui Eugene ha sviluppato un radicato senso di appartenenza. Perché? Forse la risposta è tutta lì, in un gesto semplice quanto significativo, fatto al cospetto di Negan. Il capo dei Salvatori, soddisfatto della devozione mostrata dal suo fedele seguace, gli porge la mano per stringerla quasi (ribadiamo il "quasi") da pari a pari. Eugene, invece, decide bene di baciarla quella mano, in maniera servile e sottomessa, quasi come se Negan fosse il suo re. Viene così a galla il carattere ben definito (e soprattutto lucido e assai consapevole di sé) di una persona che ama sentirsi al sicuro, brama il calore della sicurezza e per lei sarebbe in grado di fare tutto. Prima di tutto voltare le spalle ai suoi compagni di viaggio (che non ama definire "amici"). Facile condannare una simile vigliaccheria, giusto? E se Eugene fosse quello che ognuno di noi sarebbe nel mondo devastato di The Walking Dead? Ad ognuno di noi l'amara e sincera risposta.

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The Walking Dead: Josh McDermitt nell'episodio Time for After

Il vizio del leader

The Walking Dead: un'immagine dell'episodio Time for After

All'inizio e alla fine di questa parabola dedicata ad Eugene, ritroviamo il sempre malconcio e il mai domo Rick. Lo avevamo lasciato in prigione, denudato e tenuto in ostaggio dagli Scavengers. Lo ritroviamo così in apertura di episodio, riscoprendo il vecchio vizio del signor Grimes: anche quando è in una condizione di evidente svantaggio, Rick non perde un briciolo della sua spavalderia, e si permette il lusso di avanzare minacce con strafottenza. La scena iniziale, straniante al punto giusto, fa ben sperare per uno sviluppo interessante della trama ambientata nella discarica degli sciacalli: Rick è oggetto di strane attenzioni, fotografato, disegnato, persino d'ispirazione per una futura scultura (?). La promessa, purtroppo, non verrà mantenuta. Proprio come nella stagione scorsa, l'ennesimo "duello gladiatorio" tra Rick e uno zombie venuto fuori da Mad Max non spicca per abilità di regia e tensione, risolvendosi in maniera frettolosa e improbabile. Improbabile e frettolosa proprio come la resa degli Scavengers che, infine, decidono di inginocchiarsi al volere dell'ex vice-sceriffo. Per fortuna, dopo aver visto Daryl e Michonne all'opera, il finale dell'episodio ci mette una bella pulce nell'orecchio quando notiamo lo spaesamento e il disappunto di Rick, quando si rende conto che il tanto agognato piano è andato avanti senza di lui. Da un leader riconosciuto nella sua magnificenza (Negan) ad un altro spodestato dal suo "essere necessario" per le sorti del suo gruppo. Che l'ottavo episodio sia Rick-centrico e soffermarsi su questo? Che l'ottava stagione abbia capito che il dovere della coralità a tutti i costi non è altro che dannosa? Tutti elementi che rientrano nella lista delle cose che ancora non conosciamo.

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Giuseppe Grossi
Redattore
3.5 3.5
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