Dal 3 settembre è disponibile su Netflix la seconda stagione di The Gentlemen, la serie creata da Guy Ritchie nata come spin-off dell'omonimo film del 2019 e diventata in breve tempo un fenomeno. Theo James torna nei panni di Edward "Eddie" Horniman, il lord inglese che ha ereditato dal padre non solo il titolo, ma anche un'estesa coltivazione illegale di marijuana all'interno della sua tenuta, gestita insieme alla spietata Susie Glass (Kaya Scodelario).
Nei nuovi episodi, le ambizioni politiche di Eddie si intrecciano inevitabilmente con la malavita italiana, con cui il protagonista deve scendere a patti per ottenere un seggio alla Camera dei Lord e far approvare una legge a lui favorevole. L'universo della serie si arricchisce così di tre volti noti del nostro cinema: Sergio Castellitto nel ruolo del boss Marco Moretti, Benedetta Porcaroli nei panni di una nobildonna italiana e Michele Morrone in quelli di un criminale al servizio di Moretti. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questa esperienza e il dietro le quinte del lavoro con Guy Ritchie.
I cliché sul crimine
La seconda stagione porta l'impero criminale britannico a intrecciarsi con le ville e i loschi affari della malavita italiana. Parlando dei cliché di questo tipo di narrazione, se per Sergio Castellitto "i boss italiani si vestono in maniera un po' più eccentrica e sono portatori di una violenza più creativa e folkloristica", è Michele Morrone a smontare del tutto la patina glamour spesso attribuita ai gangster sul grande schermo: "Al di fuori dell'Italia si ha l'immagine sbagliata di quello che è un vero boss mafioso. Nella cinematografia mondiale siamo abituati a immaginarci un boss che è sempre elegante e pieno di macchine. Invece, se pensiamo alla realtà dei fatti, a un Riina, a un Provenzano, a un Messina Denaro, erano dei contadini. Gente che lavorava la terra, che magari aveva i miliardi sul conto, ma andava in giro con una Panda del '97. Hanno un'idea sbagliata di quello che è veramente la mafia in Italia."
La solitudine del potere
Al centro delle vicende di The Gentlemen c'è l'ossessione per il comando, per una posizione che permetta di elevarsi sugli altri e di ottenere infiniti privilegi. Interpretare personaggi così centrati su questo aspetto ha aperto quindi una riflessione a riguardo: "Chi ha il potere è solo come un povero disgraziato", osserva giustamente Castellitto, sottolineando come i grandi boss della storia non si siano mai goduti nulla.
L'attore romano ha poi condiviso un aneddoto personale per spiegare la differenza tra comando e rispetto autentico: "Esercitavo il potere di quello che decideva cosa fare e mi arrabbiai con un contadino che curava il giardino di casa nostra. Lui mi rispose: 'Un giardino finito è un giardino morto, dottò. I giardini si fanno tutta la vita: la pianta nasce, cresce, muore e si cambia'. Lì ho capito la differenza tra potere e autorevolezza."
Sul set con Guy Ritchie
Lavorare con Guy Ritchie, poi, significa entrare in un universo stilistico unico, fatto di ritmo frenetico e scelte mai banali. Benedetta Porcaroli ha ricordato l'impatto con il regista fin dal primo sguardo al suo camper scenografato "alla Sherlock Holmes": "L'ho visto ascoltare e non vedere, scendere dal camper e correggere la scena. Non ha bisogno neanche più di tanto di guardare: sente il ritmo perché sa già cosa monterà."
Questo approccio ha richiesto agli attori una totale flessibilità, trasformando il copione in un cantiere aperto fino all'ultimo secondo prima del ciak. Come racconta Michele Morrone: "Cambiava ogni giorno le battute e il copione. Arrivava sul set e diceva: 'Hai studiato? Ottimo, dimenticati quello che hai imparato!'. Nel momento stesso in cui ti mettevano il microfono per andare sul set, lui cambiava tutto. Avevamo una linea guida, ma alla fine è stata tutta improvvisazione."